L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 giugno 2021

Le grandi navi in laguna, INACCETTABILE per qualsiasi buon senso ma non per lo "stregone maledetto"

Grandi Navi, Grandi Balle


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle obiezioni che vengono sollevate più frequentemente dai narcotizzati che ridicolizzano o criminalizzano critici e dubbiosi dando loro dei complottisti, cospirazionisti irresponsabili e rovinologici, è che non sarebbe plausibile e credibile che tutti i governi occidentali siano alleati nell’usare l’apocalittica della pandemia, che le strategia adottate non siano finalizzate al nostro bene, bensì alla tutela di Grandi Interessi.

Inutile contestare che da anni subiamo gli effetti di una macchinazione, che ha il duplice fine di annientare ogni resistenza, per via dell’obbligo indotto dalla necessità, che loro stessi hanno alimentato, di espiare per via dei comportamenti dissipati del passato, e di demolire quel che resta delle democrazie nate dalle resistenze nazionali, al fine di imporre i paradigmi dell’ideologia totalitaria del capitale e del mercato.

Macchè, pare invece che di fronte allo choc di questa sconvolgente epifania, magicamente, il ceto dirigente dell’occidente in declino abbia recuperato valori umanitari e virtù civiche, che fenomenali bugiardoni siano stati folgorati e abbiano intrapreso la strada della verità, indossando al posto della casacca tante volte cambiata e dei gabbani rivoltati il saio penitenziali dei fraticelli della carità.

Sarà tutto merito del vaccino che oltre ad avere effetti galvanizzanti, esilaranti e stupefacenti, assolve il compito di rito iniziatico per partecipare di uno spirito solidale e umanitario. Così ogni conferma che abbiamo sempre a che fare con i soliti cialtroni, con i tradizionali habitué del conflitto di interesse, con gli irriducibili impresari della paura e del ricatto, con gli industriali operosi delle menzogne, coglie di sorpresa e con una certa incredulità.

Così quando il 31 marzo 2021 il governo Draghi decretò la decisione di “espellere le grandi navi dalla Laguna di Venezia” – cito dal toccante comunicato del Fai – chi mise in guardia da facili entusiasmi, venne tacitato con l’accusa di disfattismo. E lo credo, avevamo osato non accordare fiducia a un esecutivo che ha istituito un ministero della Transizione Ecologica – che il dicastero dell’ambiente era troppo arcaico e forse retorico per la rivoluzione digitale in atto – e che ha sicuramente in mente le soluzioni politiche e tecniche per contrastare il consumo sconsiderato e oltraggioso di una città patrimonio dell’umanità e presenza incancellabile dell’immaginario collettivo.

Certo, erano stati “onesti”, ci vorranno anni per realizzare l’alternativa, a norma di decreto legge, al transito dei condomini del mare lungo il bacino di San Marco, e è d’uopo avere pazienza, aspettare che l’Autorità portuale bandisca il concorso internazionale di idee per l’elaborazione di proposte e progetti di fattibilità tecnica ed economica per il terminal in mare, ma non doveva succedere entro fine maggio?, o riesaminare altre proposte, come i quattro attracchi alla bocca di porto del Lido, o lo scavo di altre vie d’acqua dedicate, da affidare al patrone dell’eterna ammuina veneziana, il Consorzio Venezia Nuova.

Per quello quando l’altro ieri quando con muscolare prosopopea la Msc Orchestra, 294 metri di lunghezza, 32 di larghezza e 60 di altezza e una stazza di 92 mila tonnellate, ha solcato le acque quiete della Laguna torneggiando sui tetti di Venezia, erano i soliti gufi a protestare, a pentirsi di aver dato credito al governo, anche se nulla lasciava sperare in ravvedimenti, visto che andava in scena lo stesso copione scritto nel 2012, dal decreto Clini-Passera, che stabiliva il divieto per il passaggio delle navi superiori alle 40.000 tonnellate di stazza lorda, inapplicato.

A fare da controcanto ai loro slogan, si levava il coro degli addetti ai lavori, i “portuali” che festeggiavano la ripartenza: “vedere una nave ormeggiata ci dà l’energia per tornare a una vita normale… è un momento importante per tutto l’indotto …si vede la luce alla fine del tunnel e lo fa in sicurezza”. Per sicurezza si intende ovviamente quella concessa dagli eventi: tamponi, certificato di vaccinazione, mascherine, distanziamento dei forzati delle crociere autorizzati da test e verifiche, non certo la prevenzione e le precauzioni per evitare la pressione inquinante, l’attentato al delicatissimo equilibrio lagunare, i pericoli già collaudati, come nel giugno 2019 quando si verificò un “inatteso imprevisto” e la nave da crociera Msc Opera spezzò un cavo d’acciaio – mica succede solo alle funivie – che la legava al rimorchiatore che la guidava sulla rotta prestabilita e andò a schiantarsi contro la banchina del molo di San Basilio impattando contro un battello turistico ormeggiato. A dispetto dei rischi già accertati, il passaggio delle grandi navi si ripeterà indisturbato e provocatorio perché l’Orchestra tornerà ogni sabato, poi a fine mese inizieranno a transitare anche la Msc Magnifica e la Costa Deliziosa. Sono previste 60/70 toccate contro le 550 degli anni passati.

Ora il coro degli addetti ai lavori è comprensibile, anche se proprio come i rischi è largamente accertato che i benefici indotti dalle crociere sono appannaggio esclusivo dei corsari, degli armatori e delle multinazionali del turismo, oltre che della cosca locale, nella quale primeggia l’ex sindaco, l’ex presidente dell’Autorità portuale e ex rettore dell’Università veneziana di Economia, la stessa che aveva denunciato i guasti del turismo usa e getta, definendo irrisori i profitti delle crociere per la comunità cittadina.

Decisamente meno accettabile è che un affronto al buonsenso, alla ragione e al principio di precauzione tanto abusato di questi tempi, venga invece rivendicato dalle autorità e approvato dall’opinione pubblica, che ancora una volta si fa comprare da questi venditori di auto usate e ripartenza farlocca, grazie all’elargizione di libertà sostitutive retrocesse a licenza premio.

E difatti la ripresa del turismo è il teatro adatto per la commedia. Da quando pare che sia una conquista della democrazia sfiorare una città dall’ultimo piano di un falansterio viaggiante, stare pigiati davanti a un quadro del quale si sa solo che ci hanno ricamato intorno un film, anche grazie alla cancellazione della storia dell’arte dai programmi scolastici, o sfilare come truppe di invasione già esauste lungo calli, viuzze, piazze dei centri storici, per poi risalire sul pullman o sul volo low cost, che è un successo dell’egualitarismo farsi regalare, dopo il matrimonio con tanto di maestro delle cerimonie e relativo indebitamento, la luna di miele sulla Romantica, illudendosi che così vivano i nababbi, i quali, come è noto, schifano di mescolarsi alla plebaglia, si coniugano tra loro con una certa sobrietà e comunque arroccati in esclusivi relais dove non pagano nulla per la pubblicità indotta che procurano, evitano San Marco e i siti di pregio in attesa di visitarli in piccoli gruppi ammaestrati da solerti storici e sovrintendenti in veste di ciceroni o quando il monumento viene offerto come location per una sfilata del couturier di fama o per una dell’azionariato.

Solo degli allocchi possono credere a un ceto di decisori che, dopo che per anni si ha affidata la redditività di un Paese condannato al destino di parco tematico, di Disneyland a pronto consumo, al turismo di massa, dopo che al presentarsi di una “crisi” che ha costretto sul lastrico migliaia di lavoratori, fatto fallire attività, ha dichiarato che era il momento di puntare su uno sviluppo sostenibile del comparto, che nulla doveva essere come prima, e che, finiti i ristori, ripristina il peggio così come era.

Anzi, peggio di com’era, perché quegli esercizi ormai sono falliti, la rete di piccoli alberghi, B&B, pensioni è sfinita o dissolta, mentre imperano in regime di intoccabile esclusiva e dominio le grande catene, le multinazionali strutturate, assistiti, nella loro infiltrazione che molto ha a che fare con quella della criminalità organizzata, da generosi finanziamenti pubblici, come dimostra l’interesse strategico per il settore alberghiero di Cassa Depositi e Prestiti, orientata sull’aiuto ai colossi dell’ospitalità.

È il destino che tocca a ogni “monocoltura”, che capiti un cigno nero, non certo imprevedibile e inatteso, che esaurisce l’unica risorsa a disposizione. Governi e popoli avveduti ne trarrebbero un insegnamento, imparerebbero la lezione a disposizione di un modo globalizzato che scopre l’estrema vulnerabilità della sua complessità, la cui sopravvivenza era stata affidata a un modello di sviluppo che riduce tutto a merce da consumare e sfruttare fino all’esaurimento.

Ma noi, no. Noi vogliamo ritrovare il mondo di prima, dal quale ci sentivamo già estranei a meno di non poterlo comprare, consumare, possederlo in forma di selfie e di location esotica e selvaggia di un reality che guardiamo da remoto.

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