L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 giugno 2021

Le mani rapaci sulle risorse dell'Africa non demordono, litigano solo su il come e su chi


20 GIUGNO 2021

La Francia cerca in ogni modo di uscire dal Sahel. Emmanuel Macron ha compreso, soprattutto dopo il golpe in Mali e prima ancora con quello in Ciad, che le cose in Africa non vanno per il verso giusto. La strategia di Parigi della guerra al terrore insieme alle forze locali non ha sortito gli effetti desiderati. E per le truppe francesi, che hanno subito una costante perdita di uomini, si rischia uno scenario non troppo diverso da quello di un clamoroso Vietnam.

Macron è perfettamente consapevole di questi problemi. La Francia ha perso da tempo il controllo della situazione e lo dimostra il fatto che nonostante migliaia di uomini e una rete di intelligence e diplomatica estremamente radicata non sia riuscita a evitare colpi di Stato tra i suoi partner. Segnali inquietanti cui si aggiunge l’arrivo di altri attori internazionali che sembrano in grado, se non di gestire la regione, quantomeno di penetrare in conflitti e aree di crisi.

Per evitare che il Sahel diventi un inferno ancora peggiore di quello che rischiano di lasciare le truppe francesi, Macron sta puntando a una doppia strategia. Da una parte, iniziando a coinvolgere sempre di più le forze europee in una missione internazionale, quella che è appunto Task Force Takuba e in cui sono impiegati anche i militari italiani. Dall’altra parte, l’obiettivo dell’Eliseo è anche quello di chiedere supporto alle Nazioni Unite, specialmente dopo il golpe in Mali su cui proprio la Francia ha chiesto subito una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza.

Su questo punto, come spiega Foreign Policy, c’è però un problema: l’opposizione degli Stati Uniti. A detta infatti della rivista americana, il coinvolgimento delle Nazioni Unite con il possibile impiego dei caschi blu rischierebbe di essere controproducente. Gli Usa hanno anche respinto l’ipotesi fatta in Consiglio di sicurezza dalla Francia sull’invio di un contingente di duemila uomini dell’Onu, dimostrando in particolare riserve su quali forze inviare, sulle regole di ingaggio di un’eventuale missione, e soprattutto su come riuscire a far coincidere la presenza di forza Onu con lo stop alla penetrazione di altre potenze, a cominciare dalla Cina. Il Pentagono ammette l’ipotesi che altri Paesi supportino la Francia, ma la sostituzione di un partner Nato e dalla vocazione africana con una missione Onu in cui sarebbero presenti anche nazioni non sotto ombrello atlantico ed europeo è un elemento che di certo non passa inosservato. Soprattutto perché le notizie che da tempo circolando nel Sahel è non solo di una recrudescenza dello scontro tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, ma anche della penetrazione cinese e russa.

Il Daily Beast ha recentemente scritto in un’inchiesta che dietro il golpe in Mali vi sarebbero consiglieri militari russi, che avrebbero addestrato i miliziani che hanno compiuto il colpo di Stato. Mentre per quanto riguarda la Cina, oltre a un serio interesse verso le missioni di peace-keeping dell’Onu, vi sarebbe anche una primordiale volontà di Pechino di costruire basi sulla costa atlantica dell’Africa. Il generale Stephen J. Townsend, comandante di Africom, ha confermato in audizione al Senato che i militari Usa stanno seriamente vagliando questa ipotesi che, a detta di Townsend, “è la minaccia più significativa” per la strategia americana. Il capo di Africom parlava in particolare di un porto utilizzabile anche come base navale. E per gli Stati Uniti è evidente che il rischio dell’inserimento della Cina nel grande gioco africano (in tandem eventualmente con la Federazione Russa) sarebbe un pericolo difficilmente derubricabile a secondario.

In base a queste premesse, è chiaro che la volontà francese di ritirarsi dal proprio Afghanistan (o Vietnam) africano sposando una linea di europeizzazione o internazionalizzazione dei vari conflitti del Sahel si scontri con l’ostilità americana. Joe Biden ha già fatto capire che dell’Africa si interessa eccome, confermando ad esempio la missione in Somalia. E se Parigi vuole ritirarsi, l’idea è che questo avvenga con certezza sia per quanto riguarda le forze locali sia per quanto riguarda l’impegno dei partner europei o Nato. In assenza di certezze, Macron potrebbe ritardare le mosse del grande ritiro. Ipotesi che rischia inoltre di essere un clamoroso boomerang in vista delle presidenziali.

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