L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 giugno 2021

Menzogne e balle spaziali, non ne possono fare a meno la Strategia della Paura si deve nutrire del terrore delle masse, e che la narrazioni continui

La grande balla delle varianti



Come avevo previsto al cadere della minaccia Covid si rincalza la dose mettendo in campo l’ennesimo pseudoconcetto – vedasi balla – ovvero quello delle “varianti” che potrebbero rivelarsi più pericolose del virus originale. Purtroppo si tratta di una truffa radicale nei confronti delle opinioni pubbliche che può essere portata a termine solo grazie all’ignoranza programmata nella quale viene tenuta la gente e al silenzio vergognoso dell’ambito sanitario. In realtà le varianti esistono sempre a centinaia se non a migliaia per ogni tipo di virus: sono piccoli cambiamenti, non mutazioni del codice genetico che porterebbero alla creazione di nuovi ceppi o “stipiti” come dicono in virologia. In realtà lo stesso concetto di virus dovrebbe essere sostituito con quello di sciame virale poiché su triliardi di singoli “individui” se è concesso usare questo termine la compresenza di numerose varianti è la normalità statistica. Esattamente come se dico uomo mi posso aspettare qualche piccola differenza tra i singoli e tra le etnie che di certo non impedisce di riconoscerli come appartenenti all’insieme umano. Nello stesso modo il sistema immunitario, non si fa ingannare da piccole differenze, anche quando esse sono piuttosto pronunciate o estese o persino quando ci si trovi di fronte a ceppi leggermente divergenti dove anche la mutazione di qualche gene non porta al cambiamento delle proteine codificate dallo stesso.

Questo è qualcosa di accertato non di ipotetico: addirittura per anni si è dibattuto sullo strano fenomeno per il quale i nati in anni diversi sono più o meno sensibili a qualche tipo di influenza: poi si è scoperto che il contato con questi virus durante l’infanzia crea una immunità così forte e duratura che quando lo stesso ceppo virale si ripresenta, magari dopo decenni e con molte variazioni accumulatesi nel tempo il sistema immunitario non ha problemi a riconoscere “Il nemico” e ad attaccarlo, mentre con ceppi virali con i quali si è venuti in contatto in età adulta la risposta non è così forte e ci si può ammalare. Quindi la paura che si vuole suscitare con le varianti inglese, sudafricana, il brasiliana, indiana o Delta , nepalese, è del tutto ingiustificata: tutte le varianti di SARS-CoV-2 trovate fino ad oggi sono identiche al 99,7% al virus originale. E i dati dalla Gran Bretagna confermano ancora una volta ciò che corrisponde alle conoscenze di base, ovvero che la variante Delta è meno pericolosa di quelle più vecchie.

Molti studi hanno confermato che le cellule T vengono conservate per decenni, come dimostrato, ad esempio, nei convalescenti di SARS-CoV-1 (simile all’ 80% al Sars Cov 2) dopo 17 anni. E valutando 25 studi è stato anche dimostrato che un totale di 1434 caratteristiche del virus sono riconosciute dalle cellule T , rendendo impossibile una defaillance immunitaria di fronte a piccole variazioni: le cellule T riconoscono facilmente tutte le varianti e possono distruggerle. Esiste una relazione tra le cellule T e le cellule B che producono anticorpi: le cellule T helper (CD4) attivano le cellule B e controllano la risposta immunitaria complessiva. Semmai c’è la preoccupazione che l’immunità raggiunta non in modo naturale ma coi vaccini a nRna possa creare dei problemi a causa dell’ Ade ( vedi qui) che in sostanza rende il sistema immunitario più debole in caso di reinfezione. Un altro fattore è il maggior rischio di trombosi causata dalla vaccinazione e di trombocitopenia immuno-indotta, una malattia autoimmune. A parte il fatto che può manifestarsi come una malattia autoimmune in qualsiasi momento, è quasi certamente sempre innescata dal contatto con i coronavirus di ogni tipo che sono numerosi e dunque crea uno stato di costante pericolo. AstraZeneca e Johnson & Johnson hanno dovuto avvertire di una cosiddetta di questa possibilità per i loro vaccini prima di essere sommerse da decine di migliaia di cause.

E non è un caso che nell’emisfero australe dove ora è inverno stanno rapidamente aumentando i contagi, soprattutto dove ( è il caso del Cile, con 218 morti ) le campagne vaccinali avevano coperto un’altissima percentuale di popolazione. Ma il problema non è affatto quelle delle varianti, che sono il fumo negli occhi di un meccanismo che ha ridotto la salute a profitto , ma del modo con cui sono stati concepiti i vaccini a mRna.

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