L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 giugno 2021

Nell'Agenda Rossa nomi e cognomi degli uomini del Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato, di quelli che ci governano

Mafie, ecco perché è interessante leggere l’ultimo libro di Gratteri e NicasoTra etica dell'antimafia, pedagogia dell'antimafia, cultura dell'antimafia. L'agenda rossa di Borsellino e i tanti che temono il Procuratore di Catanzaro

18 Giugno 2021 14:07
Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA


Ho letto tutto d’un fiato l’ultimo libro firmato da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso: «Non chiamateli Eroi» (Mondadori). Lo stile è scorrevole e asciutto, richiamando la lezione dei biografi antichi. Le storie proposte sono quattordici, seguite da tre pagine degli Autori intitolate “Per non dimenticare”. Il volume non contiene solo una chiara etica dell’antimafia, molto cara a Gratteri e Nicaso, con alcuni aspetti che spero prima o poi di poter approfondire. Un’etica delineata nella ben modulata selezione di vite vissute (dai magistrati Livatino, Falcone e Borsellino al generale Dalla Chiesa, da Don Pino Puglisi al povero bimbo Giuseppe Di Matteo, da Peppino Impastato a Lea Garofalo), ma con alcuni messaggi molto importanti che anche il sindaco di Asti e la sua giunta farebbero bene a leggere visto che mafia e ‘ndrangheta non sono due fenomeni che riguardano solo la Sicilia e la Calabria. Anzi, tante preziose inchieste giudiziarie hanno dimostrato che mafia e ‘ndrangheta hanno da tempo conquistato ampi territori e settori delle regioni italiane del Centro-Nord e dell’Europa tutta. I messaggi sono interpolati fra le righe delle biografie, ma soprattutto nelle tre pagine finali. Li elenchiamo schematicamente perché ciascuno di essi merita riflessioni attente: 1) Falcone e Borsellino vissero e agirono in “un ambiente che non li ha mai sopportati, fatto di ostilità, sabotaggi e maldicenze” e “sono stati uccisi in una guerra che pochi hanno voluto combattere”; 2) Una mafia “silenziosamente legittimata da una società malsana che se n’è lungamente servita”; 3) In Italia “i violenti sono diventati classe dirigente grazie alle collusioni di una schiera di politici, imprenditori, uomini delle istituzioni che hanno sempre agito secondo logiche di convenienza”; 4) Richiamando Falcone: “Contano le azioni e non le parole”; 5) “Raccontare la storia di chi è morto per mano delle mafie, i loro sogni, le loro speranze, la loro normalità, ma anche il loro coraggio, è un modo per non dimenticare, per farli rivivere”. “La memoria del loro sacrificio – e qui siamo al passo cruciale del libro di Gratteri e Nicaso – deve spingere a impegnarsi per costruire un Paese che sia veramente libero dalla paura, dal bisogno, ma soprattutto dal condizionamento mafioso e dai maneggi elettorali”; 6) La lotta alle mafie “deve passare da una corresponsabilità dell’intero sistema istituzionale, culturale, sociale ed economico”; 7) “Le parole sono pietre. Usiamole per costruire ponti, per unire le coscienze di chi non sopporta più la tirannide delle mafie, l’ipocrisia di chi dovrebbe combatterle e le menzogne di chi continua a girarsi dall’altra parte” (il concetto non sembri in contraddizione con il punto “4” dedicato, potremmo dire, all’antimafia da parata). “Oggi più che mai – sottolineano gli Autori – c’è bisogno di conoscenza, ma soprattutto di scelte, coraggiose e inequivocabili”.
Consiglio la lettura del libro soprattutto al mondo delle università, della scuola, della chiesa, tra docenti, studenti e famiglie che possono compiere un’attività straordinaria nell’ambito di una pedagogia dell’antimafia capace di distruggere anche falsi miti talora alimentati, magari indirettamente o inconsapevolmente, anche dall’arte cinematografica o dalle serie tv. Etica dell’antimafia, pedagogia dell’antimafia, cultura dell’antimafia: l’ultimo contributo di Gratteri e Nicaso offre spunti decisivi e ben focalizzati.
Falcone e Borsellino furono barbaramente trucidati, assieme a tantissimi altri servitori dello Stato o a coraggiose personalità della società civile, per essere andati a fondo, per non essersi limitati a perseguire e additare il malavitoso per quanto di rango: c’è un livello della mafiosità che veste abiti firmati, che frequenta salotti importanti se non decisivi, che è porzione sostanziale delle classi dirigenti nazionali e internazionali, che i soldi li muove con i sistemi dell’alta finanza, che detta i compiti alla politica collusa, che regge da solido burattinaio i fili di tanti burattini più o meno grossi. Raccontando dell’atroce attentato a Borsellino, Gratteri e Nicaso scrivono: “Dal luogo della strage scompare l’agenda di colore rosso sulla quale il giudice annotava ogni cosa”. Se è scomparsa quell’agenda, è ovvio che la stessa non contenesse solo nomi e indirizzi di pregiudicati e mafiosi acclarati. C’erano molto probabilmente ben altri cognomi, appunti su collegamenti indicibili, riferimenti su indagini da perfezionare alla ricerca delle mafie che non sparano ma ordinano di sparare. E questo è il motivo principale, a mio avviso, per il quale anche Nicola Gratteri fa paura a tanti!

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