L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 giugno 2021

Niente illusioni la Russia è ben consapevole della lingua biforcuta degli Stati Uniti, non si aspetta niente il 16 giugno 2021 in Svizzera



1 GIUGNO 2021

La fase di transizione della Guerra fredda 2.0 tra Stati Uniti e Russia sta rispettando il pronostico formulato sulle nostre colonne a inizio anno, ovvero si sta assistendo ad escalation periodiche, all’aumento delle crisi strumentali, alla cristallizzazione della russofobia a livello europeo e al prolungamento delle tempistiche di approvazione dello Sputnik V.

Le ragioni alla base dell’aggravamento della tensione sono di natura tattica e la loro durata è transitoria: le manifestazioni di forza, sia occidentali sia russe, sono da inquadrare nel contesto della preparazione della bilaterale tra Vladimir Putin e Joe Biden. Le parti non stanno mostrando i muscoli per arrivare allo scontro, quanto per evitarlo – logica della deterrenza allo stato puro –. Le parti non stanno mostrando i muscoli per boicottare l’evento più atteso dell’anno, ma per giungervi avendo a disposizione un elevato potere contrattuale.

È in questo contesto di pressione ascendentale per fini negoziali che vanno lette l’escalation tra Ucraina e Mar Nero di aprile, la caccia al russo all’interno dei 27 – dove per caccia al russo si intendono sia le retate contro presunti circoli spionistici sia le ritorsioni contro il personale diplomatico – e persino il recente dirottamento del volo Ryanair da parte della Bielorussia. L’ultima prova di forza in ordine di tempo, annunciata dal Cremlino il 31 maggio, riguarda l’aumento della presenza militare lungo le estremità occidentali della Russia europea in chiave anti-Alleanza Atlantica.
L’annuncio

Il ministero della Difesa della Russia ha approvato lo stabilimento di venti nuove unità militari lungo quelle estremità occidentali della federazione, finitime ai Baltici e alla Bielorussia, rientranti all’interno del Distretto militare occidentale (Западный военный округ). Il piano è stato svelato nella giornata del 31 maggio, nell’ambito di un incontro intra-ministeriale presieduto da Sergei Shoigu, e verrà espletato entro la fine dell’anno corrente.

Alle origini del potenziamento del Distretto militare occidentale le recenti tensioni con l’Occidente, più nello specifico l’incremento dello strumento militare dell’Alleanza Atlantica tra Baltici ed ex Patto di Varsavia, come ha esplicitato Shoigu davanti ai microfoni: “I nostri colleghi occidentali stanno rovinando il sistema di sicurezza globale e obbligandoci ad adottare delle misure appropriate in risposta. Stiamo migliorando costantemente la struttura di combattimento delle truppe. Circa venti unità e formazioni militari verranno messe in piedi nel Distretto militare occidentale entro la fine dell’anno”.
I numeri e le ragioni del dispiegamento

L’imponenza del previsto irrobustimento del Distretto militare occidentale in termini umani (soldati) e di potenza (veicoli, mezzi, armamenti) può essere compresa soltanto dando uno sguardo ai numeri (provvisori) forniti da Shoigu al termine dell’incontro intra-ministeriale del 31 maggio:
Circa duemila i sistemi d’arma che verranno trasferiti lungo i bordi occidentali della Federazione russa;
Previsto l’allestimento di continue esercitazioni e campagne di addestramento per mantenere il personale in stato di allerta e pronto all’azione (e alla reazione);
Almeno venti le nuove unità e formazioni militari che verranno istituite per aumentare la sicurezza degli oblast’ della Russia europea;

Il futuro rafforzamento del Distretto militare occidentale farà seguito al recente incremento delle capacità di combattimento delle unità e delle formazioni militari attualmente dislocate ed operanti in loco, frutto di addestramenti ed esercitazioni ad hoc avvenuti all’ombra dell’ammassamento di truppe e armamenti Nato tra Baltici ed ex patto di Varsavia. L’invio di nuovi armamenti, mezzi e soldati, nel complesso, servirà a tre scopi:
L’effettivo miglioramento dell’architettura di sicurezza nella Russia europea, cuore pulsante dell’intera Federazione;
L’invio di un messaggio in direzione dell’Alleanza Atlantica, crescentemente e minacciosamente proiettata verso i territori russo e bielorusso, che, sprovvisti di barriere naturali e dunque estremamente vulnerabili, richiedono il dispiegamento di un’adeguata forza di controbilanciamento;
L’invio di un segnale all’amministrazione Biden, che, riconfermando le linee obamiana e trumpiana, vede con favore una marcata presenza Nato nello spazio postcomunista e postsovietico, specie tra Polonia, Baltici e Romania, e che il 16 giugno discuterà di questo e di altri argomenti in occasione del vertice di Ginevra.

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