L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 29 giugno 2021

Non sarà la politica a dettare le regole ma l'economia tedesca e i suoi satelliti da una parte e quella francese, italiana e spagnola dall'altra

SPY FINANZA/ I sondaggi che fanno virare l’Europa lontano dall’Italia

Pubblicazione: 29.06.2021 - Mauro Bottarelli

I sondaggi vedono i Verdi perdere terreno in Germania e la rotta dell’Europa sembra allontanarsi dall’Italia come si andava paventando

Annalena Baerbock e Robert Habeck in conferenza stampa (LaPresse)

Non cercate la notizia sui grandi giornali, un ago in un pagliaio risulterebbe più semplice da identificare. Anche perché dopo settimane intere di grancasse, a loro volta seguite a mesi di sfinimento collettivo riguardo Greta Thunberg e le sue battaglie salva-umanità, la questione si fa dirimente: i Verdi tedeschi sono letteralmente implosi. Ce lo mostra questo grafico di EuropeElects, a sua volta confermato dal sondaggio Insa pubblicato domenica dalla Bild am Sonntag: la Cdu rimane primo partito al 28%, invariata rispetto ai sette giorni precedenti, mentre i Verdi perdono un altro punto percentuale, scendendo al 19% e ora impegnati in un’attività da torcicollo per evitare di essere superati anche dalla Spd, ormai a soli due punti.


Com’era la battuta simpatica della Germania stanca di austerità e soprattutto pronta ad archiviare senza rimpianto l’era Merkel? Guardate bene i dati: la Germania è talmente stanca di conti in ordine e rigore da vedere i Liberali aver superato a livello nazionale anche Alternative fur Deutschland, lo spauracchio fascista che tanto piace a Repubblica (salvo non accorgersi della quantità di bandiera israeliane che ne imbellettava il sito, mentre l’esercito di Tel Aviv spianava Gaza). E i Liberali sono ben oltre il concetto di austerity all’acqua di rose che il Covid ha imposto alla Cdu: se la giocano con i bavaresi della Csu, quindi gente che manderebbe i corpi speciali e la Swat a interrompere i board della Bce, se potesse.

A parte smentire la svolta da cicala dei tedeschi, cosa ci dice questo sondaggio? Due cose. La prima è che, salvo suicidi politici degni dei libri di storia da parte dei cristiano-democratici, il 26 settembre i Verdi conteranno ma soltanto come peso a livello di opposizione: stante questi numeri, una nuova Grosse Koalition post-pandemica pare alle porte. Con la variabile dei Liberali, appunto. Un qualcosa che potrebbe far saltare seduta stante i calcoli da Recovery Plan strutturale di qualcuno. Secondo, le politiche dei Verdi e di transizione ecologica piacciono a tutti, a parole e teoricamente. Ma una volta conosciuti i costi che impongono, nessuno vuole pagarli. È semplice: non a caso, il tracollo dei Verdi tedeschi è cominciato dopo la presentazione del programma. È bastato rendere nota la tassa di 16 centesimi al litro sulla benzina per finanziare le ricette green e l’intenzione di abbassare drasticamente i limiti di velocità, sia in autostrada che nei centri urbani, per vedere il soufflé di buoni sentimenti e salvezza del panda sgonfiarsi a livello di una piadina.

E come se questo non bastasse, il secondo turno delle regionali francesi ha ulteriormente scompaginato i calcoli di chi sperava di poter contare su un alleato orfano della Mutti come Emmanuel Macron per i prossimi quattro anni, facendosi quindi forte del neo-asse fra Roma e Parigi per forzare in chiave espansiva le politiche della Bce e scardinando così dall’interno a colpi di maggioranza le resistenze dei cosiddetti falchi. Stavolta, il forte rischio è quello di presidenziali senza paracadute anti-fascista: il Fronte repubblicano che fino a oggi si è formato di default al secondo turno per evitare un approdo del Front National prima e del Rassemblement National oggi all’Eliseo potrebbe non nascere questa volta, facendo saltare il banco delle scommesse truccate che da Jacques Chirac in poi hanno contraddistinto la corsa presidenziale d’Oltralpe. E la destra gollista, ora, potrebbe davvero fare un pensierino alla conquista della carica più alta. A quel punto, il bluff politico rappresentato da Emmanuel Macron e dal suo partito in provetta verrebbe svelato in maniera clamorosa, un disvelamento di sopravvalutazione in grado di tramutare la sconfitta di Matteo Renzi al referendum costituzionale del 2016 in una mano di briscola persa per pura sfortuna al bar.

Ora, ovviamente il livello di indebitamento in cui la Francia è incorsa e precipitata con il Covid è tale da non permettere a nessuno di credere a un’eventuale presidenza gollista incentrata sul rigore, non fosse altro per il grado di statalismo della società d’Oltralpe. Ma a quel punto sarebbe il calcolo di convenienza a dare le carte, a livello di rapporti di forza economici: mantenere vivo l’asse renano con la Germania, oltretutto senza più il totem della Merkel a tradire una sgradita continuità con l’ancien régime macroniano oppure giocare la carta del rapporto privilegiato con un’Italia che, mantenuta invece nello status di semi-isolamento da conti perennemente sballati, garantisce a Parigi un comodo parafulmine rispetto alle proprie criticità, destinate a passare in secondo piano agli occhi della Commissione Ue?

Penso che la questione non si ponga neppure. Soprattutto, alla luce di quanto dichiarato a SkyTG24 dalla Commissaria europea alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non più tardi di sabato scorso: «Il ritorno alle regole europee del Patto di stabilità avverrà presumibilmente nel 2023, quando si tornerà alla normalità e ci saremo lasciati la pandemia di Covid-19 alle spalle». Nessun accenno a riforme o revisioni dello stesso, come più volte ripetuto da Mario Draghi per tranquillizzare la sua coalizione di governo e gli italiani. E la sonora sconfitta in cui il Premier italiano è incorso al Consiglio europeo della scorsa settimana su un tema esiziale e terribilmente simbolico a livello di mutualizzazione come l’unione bancaria fa capire come i sondaggi in vista delle elezioni in Germania stiano già facendo ruotare il timone della rotta in Europa, dopo qualche settimana di navigazione sotto apparente dettatura italiana.

Alla luce dello scontro sempre più all’ultimo voto fra Lega e Fratelli d’Italia, del momento demoscopicamente favorevole del Pd e del rischio implosione totale in casa M5S, davvero siamo tutti convinti che questo Paese capisca il rischio connaturato in una sfiducia de facto al Governo Draghi e in una corsa al voto, magari dopo aver fatto con i conti con i risultati dello stress test delle amministrative autunnali e giocato le proprie carte strategiche di promoveatur ut amoveatur del presidente del Consiglio verso il Quirinale, stante il semestre bianco alle porte? Attenzione al voto tedesco: se la Spd riuscirà a strappare consensi ai Verdi, garantendosi il secondo posto, la Grosse Koalition post-pandemica che nascerà sarà decisamente più rigorista in sede Bce-Ue di quanto si creda. Non fosse altro perché dovrà scegliere fra Verdi e Liberali come ruota di scorta. E saranno dolori.

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