L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 giugno 2021

non vi è nessuna ragione tecnica per cui la spesa pensionistica debba essere “coperta” dai contributi dei lavoratori attivi. Si tratta semplicemente di una convenzione. Uno Stato sovrano, a differenza di una famiglia o di un’impresa, possiede una capacità illimitata di spesa nella propria valuta. La spesa pubblica di uno Stato non è dunque vincolata ad alcun impegno sul livello di tassazione presente e futuro

Il mito dell’insostenibilità della spesa pensionistica

di Thomas Fazi
16 giugno 2021


Tra i tanti miti che continuano ad essere propagandati sul funzionamento dell’economia, uno dei più perniciosi riguarda senz’altro la spesa pensionistica e la sua presunta insostenibilità, uno dei mantra della politica italiana da almeno vent’anni. L’idea di fondo è che il “normale” nonché effettivo funzionamento dei sistemi pensionistici, e nella fattispecie di quello italiano, consista nel prelevare una certa percentuale dalla busta paga del lavoratore che poi viene “accantonata” in una sorta di “cassetta” previdenziale a cui lo Stato attingerà una volta che il lavoratore è andato in pensione per finanziare la pensione dello stesso.

A qualcuno che basi la sua concezione dell’economia sulla “saggezza convenzionale” – dunque alla maggior parte dei cittadini, ahinoi –, tale sistema potrebbe parere avere una sua logica. Peccato che questa rappresentazione del funzionamento del nostro sistema pensionistico non solo non abbia alcun senso, ma non corrisponda neanche alla realtà. Non ha senso perché gli Stati, a differenza di noi comuni mortali, non “risparmiano” oggi per aumentare la propria capacità di spesa un domani. La stessa idea che un surplus del bilancio pubblico rappresenti un risparmio nell’accezione tradizionale del termine, cioè una somma che viene “messa da parte” per poter essere spesa un domani, è errata: esso certifica semplicemente che in un dato periodo le entrate dello Stato sono superiori alle uscite, ma quei soldi non vengono accantonati, vengono effettivamente distrutti, tramite una semplice operazione contabile (giacché non paghiamo le tasse con i contanti ma per mezzo di trasferimenti bancari). Da ciò si evince come l’idea che lo Stato “metta da parte” i nostri contributi oggi per poi restituirceli un domani non abbia alcun senso.

Il concetto fu ben esemplificato già negli anni Sessanta da Bruno De Finetti, uno dei più grandi matematici e statistici italiani del Novecento (e, è superfluo dirlo, tutt’altro che un radicale):

“Una delle maggiori e più benefiche semplificazioni nella gestione della sicurezza sociale […] sta nella superfluità della costituzione delle “riserve”. Nel caso dell’assicuratore privato che gestisce assicurazioni libere, egli non può che accantonare e capitalizzare i premi di risparmio per far fronte alle prestazioni quando sarà il momento di pagarle, così come avviene per una banca. Questa operazione ha senso ed è necessaria per il privato; è necessaria perché altrimenti non potrebbe garantire di far fronte agli impegni alla scadenza, ed ha senso perché egli può investire in qualcosa e poi venderla realizzando l’importo occorrente. Per lo Stato, per la collettività, ciò invece non solo non è necessario, ma neppure ha senso.

La ragione – spiega De Finetti – è semplice: «Nel caso in cui queste osservazioni maggiormente si attagliano – quello delle pensioni di vecchiaia – le prestazioni [servono] a far vivere i pensionati mettendo loro a disposizione parte del reddito nazionale di ogni anno, e la differenza fra l’avere o no accumulato riserve sta in un giro contabile per far apparire la distribuzione del reddito corrente come eseguita a carico di esercizi precedenti».

Ciò che intende De Finetti è che la spesa pensionistica, come qualunque altra forma di spesa pubblica, rappresenta al massimo una redistribuzione del reddito nazionale corrente, laddove si scelga di finanziarla tramite la tassazione, non certo la “restituzione” di soldi accumulati in precedenza. Il fatto di «avere o no accumulato riserve», o contributi che dir si voglia, in passato è infatti del tutto ininfluente.

«Stando a queste considerazioni – conclude De Finetti – si potrebbero pertanto sopprimere tranquillamente le lambiccate contorsioni con cui vengono gestite con finzioni assicurativo-privatistiche persino le pensioni degli statali e affini: basterebbe continuare a corrispondere lo stipendio cambiandone la denominazione in pensione e l’ammontare nella misura prevista».

De Finetti ci invita a riflettere su una semplice quanto ovvia verità: da un punto di vista operativo e finanziario non c’è nessuna differenza tra lo stipendio e la pensione di un dipendente pubblico e difatti la cosa più logica sarebbe continuare a pagare lo “stipendio” al dipendente in questione anche una volta che costui sia andato in pensione; dunque l’idea che la pensione del dipendente pubblico – o quella di qualunque altro lavoratore se è per questo – debba essere finanziata tramite i “risparmi” messi da parte dal lavoratore nell’arco della sua carriera lavorativa non ha alcun senso: è, appunto, una «finzione assicurativo-privatistica», come dice De Finetti.

E infatti, come accennato, alla prova dei fatti, non è così che funziona il nostro sistema. La realtà è che i contributi pensionistici che i lavoratori versano oggi non vengono “accantonati” per pagare la loro pensione un domani ma sono usati per pagare le pensioni correnti, ed è così più o meno da quando esiste l’INPS; il sistema prevede, infatti, che i contributi ricevuti in un determinato anno siano utilizzati interamente per erogare i trattamenti pensionistici dello stesso anno. In altre parole, i contributi versati ogni anno dai lavoratori al sistema previdenziale vengono utilizzati per erogare le prestazioni pensionistiche ricevute dagli aventi diritto nel medesimo anno (a tal proposito, va specificato che il bilancio previdenziale dell’INPS – certo, al netto delle pesanti trattenute IRPEF sulle pensioni – continua a essere in attivo, nonostante i continui proclami sui “buchi di bilancio” dell’istituto).

Ma allora che senso ha parlare di pensione contributiva, che induce a pensare – a partire dal nome – che la spesa pensionistica sia finanziariamente legata al risparmio accumulato dal passato? La risposta, particolarmente sferzante, ce la fornice sempre De Finetti: «L’esistenza delle riserve, accumulate col pretesto di garantire il pagamento delle pensioni, serve, alla resa dei conti, come pretesto per negare il diritto alle pensioni». Chiaro, no? Il sistema contributivo – introdotto con la riforma Dini del 1995 (legge 335/1995), a sua volta presentata come inevitabile conseguenza dell’adesione dell’Italia al regime di Maastricht, sostituendo così il precedente regime retributivo – ha, infatti, un’unica finalità: erodere l’importo della pensione percepita dai lavoratori al momento della pensione.

La vecchia formula retributiva legava la prestazione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro, con assegni previdenziali che spesso arrivavano all’80 per cento dell’ultima retribuzione. Con il sistema contributivo, invece, l’importo della pensione annua si calcola moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione relativo all’età del lavoratore alla data di decorrenza della pensione; in parole povere, l’importo della pensione dipende, oltre che da quanto si è versato nel corso della vita, da quanti anni si prevede che vivrà il percettore della pensione, il che a sua volta dipende non solo dall’età effettiva in cui costui va in pensione ma anche dall’aspettativa di vita media: più questa aumenta, più si riduce l’importo della pensione. Insomma, si arriva al paradosso di dover sperare di vivere meno a lungo per poter vivere meglio: una delle tante perversioni del sistema attuale.

Il risultato del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo è stato un drammatico peggioramento degli importi pensionistici, tanto che oggi non è fuori dal comune che un lavoratore di 67 anni con 37 anni di contributi si ritrovi a percepire una pensione pari al 55 per cento del suo ultimo stipendio. Basti pensare che il 70 per cento dei pensionati oggi percepisce meno di mille euro al mese. E, a parità delle circostanze attuali – sistema pensionistico vigente combinato con tassi di disoccupazione/sottoccupazione di massa –, la situazione non può che peggiorare, se si considera che oggi la maggior parte delle pensioni sono ancora retributive, perché maturate quando era in vigore il sistema precedente; bisognerà dunque aspettare i prossimi vent’anni affinché le riforme comincino a dispiegare le loro drammatiche conseguenze.

Come ha dichiarato l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, chi oggi ha 35 anni prenderà una pensione più bassa almeno del 25 per cento rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti (per esempio, i nati intorno al 1945) pur lavorando almeno fino a 70 anni o addirittura fino a 75 anni. E la ragione è ovvia: «[C]on l’introduzione nel 1995 del metodo contributivo per il calcolo delle pensioni, la relazione fra basse pensioni e bassi salari è resa ancora più stingente: periodi prolungati di disoccupazione e di lavoro precario e mal pagato restano indelebili come un peccato originale e incidono negativamente sulle pensioni future».

Tutto ciò nella narrazione mainstream viene “normalizzato” e “naturalizzato” sia facendo leva, spesso in maniera implicita, su criteri di “saggezza convenzionale” che tracciano indebiti parallelismi tra le finanze pubbliche e quelle di un normale cittadino, o tra pensione e comuni risparmi, che fanno apparire normale e persino giusto che la prima, esattamente come i secondi, dipenda da quanto ognuno di noi riesca a mettere da parte nel corso della vita (sebbene, come abbiamo visto, non sia così che funziona il sistema); sia chiamando in causa la presunta insostenibilità finanziaria del sistema, che deriverebbe dal crescente squilibrio tra occupati e pensionati, che, si dice, non può che peggiorare in futuro, dato il trend demografico: il dato chiave è l’indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni, in continua crescita da anni ma impennatosi in particolare nell’ultimo decennio per effetto del drammatico crollo delle natalità (in breve, i vecchi vivono sempre più a lungo ma i giovani non fanno figli).

L’assunto implicito della seconda argomentazione, che contraddice in parte l’assunto della prima, è che, stante che nella realtà i contributi pensionistici che i lavoratori versano oggi non vengono “accantonati” per pagare la loro pensione un domani ma sono usati per pagare le pensioni correnti, il “bilancio previdenziale” del paese debba essere in pareggio, cioè che la spesa pensionistica debba essere finanziata attraverso un prelievo fiscale di entità equivalente a carico dei lavoratori attivi. In base a tale assunto, non si può che dare ragione a chi sostiene che, a fronte del crescente squilibrio tra occupati e pensionati, il sistema pensionistico rischia di andare in “default”, come ci sentiamo raccontare da anni.

Da questa apparente ovvietà deriva tutto l’armamentario perverso di “riforme” – fortemente sollecitate se non addirittura imposte dalle istituzioni comunitarie – che da vent’anni si propone l’obiettivo ufficiale di assicurare la sostenibilità del sistema pensionistico: aumento dell’età pensionabile – in vent’anni siamo passati dai 55 anni per le donne e i 60 anni per gli uomini (pre-riforma Amato del 1992) ai 67 anni sia per gli uomini che per le donne (riforma Fornero del 2011), e, come accennato, già si parla di aumentarla ulteriormente a 70 o addirittura a 75 anni –, aumento degli anni di contributi, riduzione degli importi finali, incentivazione a ricorrere a soluzioni integrative private ecc.

Il risultato è lo scenario da incubo che si prospetta a un giovane di oggi: una vita intera a sgobbare in condizioni precarie e redditualmente inique, sempre che uno abbia la fortuna di trovare lavoro, seguita da una “terza età” altrettanto povera e precaria (e anzi tanto più povera e precaria quanto più lunga). Ma è veramente uno scenario inevitabile, come ci raccontano da anni, essendo dettato da dinamiche demografiche “secolari” che interessano tutto l’Occidente e contro le quali si può fare ben poco, essendo dettate in primis – si dice – da ragioni culturali?

Innanzitutto, anche accettando l’assunto per cui la spesa pensionistica vada finanziata tramite la tassazione dei lavoratori attivi, è discutibile che il calo delle natalità sia da ricondurre a ragioni prevalentemente culturali. Queste possono spiegare il fatto che si scelga di fare uno o due figli anziché tre o più, ma è evidente che nella scelta di non fare figli anziché farne uno o due giocano un ruolo di primaria importanza i fattori di natura socioeconomica; d’altronde, lo dimostra il crollo delle nascite verificatosi in seguito alla crisi economica (e agli effetti della “cura letale” di Monti) post-2011.

Lo squilibrio demografico di cui tanto si parla, dunque, discende, almeno in parte, dall’attuale regime di politica economica, a sua volta una conseguenza dell’adesione dell’Italia al regime di Maastricht. Lo stesso, ovviamente, dicasi del rapporto tra occupati e pensionati: va da sé che non c’è nulla di naturale negli attuali livelli di disoccupazione di massa (33 per cento tra i giovani) e che, anche assumendo la tesi per cui il bilancio previdenziale debba essere in pareggio (anzi, soprattutto in quest’ultimo caso), la soluzione migliore per tutti – lavoratori e pensionati – sarebbe quella di aumentare il livello degli occupati anziché ridurre il numero dei pensionati e nel mentre costringere milioni di persone a languire nel limbo della disoccupazione e della sottoccupazione, come avviene nel sistema attuale.

E invece, curiosamente, coloro che non perdono occasione di lamentare la “bomba a orologeria” delle pensioni sono gli stessi che difendono l’attuale regime di politica economica – e l’architettura europea che ne è alla radice –, fondato su bassi salari, precariato e disoccupazione di massa (al punto di arrivare a sostenere, come fece Boeri, che l’unica maniera per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora a un livello sostenibile è aumentare il numero di immigrati).

Ma il punto vero, per quanto riguarda la presunta insostenibilità finanziaria della spesa pensionistica, è un altro, ovverosia che non vi è nessuna ragione tecnica per cui la spesa pensionistica debba essere “coperta” dai contributi dei lavoratori attivi. Si tratta semplicemente di una convenzione. Uno Stato sovrano, a differenza di una famiglia o di un’impresa, possiede una capacità illimitata di spesa nella propria valuta. La spesa pubblica di uno Stato non è dunque vincolata ad alcun impegno sul livello di tassazione presente e futuro (detto diversamente, le tasse non finanziano la spesa), non comporta necessariamente l’emissione di titoli del debito pubblico, e anche se, per scelta, comportasse l’aumento del debito pubblico, quest’ultimo non sarebbe soggetto ad alcun rischio di default, posto che la banca centrale sia disposta a garantire la solvibilità dei titoli di Stato. In altre parole, in regime di sovranità monetaria, il problema della sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica (e della spesa pubblica in generale) non si pone neanche, poiché lo Stato non è soggetto ad alcun vincolo di bilancio: nei fatti, prima spende (creando moneta dal nulla) e poi tassa (ritirando una parte di quella moneta dalla circolazione).

Ne consegue, dunque, che nella misura in cui l’Italia presenta un problema di sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica (e della spesa pubblica in generale), questo è unicamente dovuto al fatto di aver rinunciato alla sua sovranità monetaria aderendo all’Unione economica e monetaria, in cui la capacità di spesa dello Stato è effettivamente dipendente in larga parte dalle entrate fiscali, dalla capacità di emettere titoli sui mercati e dalla “buona volontà” della BCE. La sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico italiano passa dunque, in primis, dal recupero della sovranità monetaria.

Ciò detto, il fatto che in regime di sovranità monetaria non esistano vincoli di natura finanziaria a quanto uno Stato può spendere in pensioni (o in qualunque altra cosa) non vuol dire che non esistano limiti reali a ciò che esso può (e dovrebbe) fare. Sarebbe a dire che ciò che conta ai fini della sostenibilità o meno di una certa spesa – in questo caso la spesa pensionistica – dipende dalla capacità produttiva reale dell’economia, cioè dalla capacità dell’economia di assorbire i soldi che i pensionati spenderanno nell’economia stessa. Detto diversamente, il problema non è pagare i pensionati, ma evitare che si generino eventuali pressioni inflazionistiche.

Questo concetto fu ben espresso dall’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, in risposta all’interrogazione di un deputato conservatore che gli chiedeva se ritenesse che il sistema pensionistico americano si trovasse in difficoltà finanziarie. La risposta di Greenspan liquidò l’intero presupposto della domanda del deputato. «Non direi che gli assegni del sistema [pensionistico] non sono sicuri», rispose, «nel senso che non c’è niente che impedisca al governo federale di creare tutto il denaro che vuole e pagarci qualcuno». Greenspan passò poi a spiegare che la vera domanda da porsi non riguardava la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, che era fuori discussione, quanto la sua sostenibilità reale: «Come si organizza un sistema che garantisca che vengano creati i beni reali che saranno poi acquistati con quegli assegni?».

A dire il vero, anche questo concetto era stato anticipato più di cinquant’anni fa da De Finetti, che concludeva così il suo intervento: «Superando queste contorsioni monetario-nominalistiche, ossia riconoscendo direttamente che comunque in definitiva si tratta di distribuire fra tutti, vecchi inclusi, i beni e servizi disponibili per il consumo anno per anno, tutti gli pseudoproblemi scompaiono e diventano addirittura inconcepibili». De Finetti coglie il punto centrale della questione: quando parliamo di “equità intergenerazionale” e di redistribuzione della ricchezza, la questione non è quanto togliere ai giovani per dare agli anziani, ma come redistribuire il potere di spesa fra le generazioni a fronte di una capacità di assorbimento dell’economia che è per forza di cose limitata.

Così commenta Stephanie Kelton nel suo (raccomandatissimo) libro Il mito del deficit:

«[S]iamo una società che invecchia. I milioni di persone che attualmente stanno lavorando per produrre i beni e servizi reali di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere domani usciranno dalle schiere dei lavoratori per andare in pensione. Di conseguenza, programmi [previdenziali] serviranno negli anni a venire a un numero sempre più elevato di [cittadini]. Quando pensiamo ai diritti previdenziali, dovremmo ragionare su come garantire che la nostra economia rimanga sufficientemente produttiva da fornire i beni materiali – cure sanitarie e beni di consumo – per provvedere alle necessità dei futuri beneficiari».

È quasi superfluo sottolineare come, da una prospettiva di questo tipo, la cosa peggiore che si possa fare, anche secondo i canoni mainstream della lotta all’inflazione, è mantenere la capacità produttiva di un’economia artificialmente sottoutilizzata per mezzo di politiche deflattive di compressione della domanda, che non si ripercuotono solo sui lavoratori sotto forma di disoccupazione di massa ma anche sugli stessi imprenditori che vivono di domanda interna, la stragrande maggioranza, sotto forma di minori consumi, finendo inevitabilmente per comprimere anche l’offerta (basti pensare che l’Italia ha perso il 20 per cento di produzione industriale solo nell’ultimo decennio).

E allora, uno potrebbe chiedersi, perché lo fanno? La risposta, perlomeno all’avviso di chi scrive, è semplice quanto sconfortante: il mantra dell’insostenibilità finanziaria delle pensioni rappresenta un perfetto grimaldello narrativo per smantellare una delle pochi roccaforti del welfare novecentesco sopravvissuto, nonostante le picconate, alla furia austeritaria degli ultimi decenni, con l’obiettivo di arrivare alla definitiva privatizzazione dello strumento previdenziale. E per giunta affermando di farlo, così come per le strategie di “riduzione del debito”, in nome dei giovani di oggi e delle generazioni future, in verità le prime vittime di questo regime di politica economica. La verità è che giovani e anziani condividono un nemico comune: l’austerità, l’architettura di Maastricht che la sostiene e i suoi vari corollari, disoccupazione, precarietà, povertà. Questo è l’unico “patto intergenerazionale” di cui abbiamo bisogno: un patto contro l’austerità e l’euro, un patto per la piena occupazione, per un welfare che garantisca a tutti – “dal grembo alla tomba” – una vita sicura e dignitosa, per il rilancio della natalità, per un’economia che lavori al pieno delle sue potenzialità.

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