L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 giugno 2021

Occupazione di Gerusalemme Est, controllare e impedire l'accesso ai luoghi santi musulmani, la moschea di Al Aqsa, l'occupazione sempre più netta della Cisgiordania, metà della popolazione palestinese, un milione di rifugiati siriani presentano il conto alla dinastia giordana aprendo evidenti contraddizioni

CAOS MEDIO ORIENTE/ Ora la Giordania può riaprire la crisi tra Israele e palestinesi

Pubblicazione: 13.06.2021 - Caleb J. Wulff

Dalla recente crisi nella famiglia reale, al malcontento interno verso Israele: la Giordania sta perdendo il suo tradizionale ruolo di equilibrio?

Re Abdullah II di Giordania (LaPresse)

La Giordania ha rappresentato per molti anni un punto di stabilità in Medio oriente. Secondo Paese arabo, dopo l’Egitto nel 1979, a firmare la pace con Israele nel 1994, ha sempre intrattenuto buone relazioni con Tel Aviv, pur continuando a sostenere la causa palestinese. Ciò non ha impedito l’espulsione nel 1999 di Hamas, ritenuta un pericolo sovversivo, ma i rapporti con l’Autorità Nazionale Palestinese sono rimasti distesi, tanto da far ventilare una possibile soluzione della questione palestinese attraverso una confederazione almeno con la Cisgiordania. È da tener presente che quasi la metà della popolazione giordana (dieci milioni) è di origine palestinese; inoltre, il Paese ospita più di un milione di profughi siriani. Una prospettiva non gradita alla società tribale autoctona, sostegno della monarchia hashemita, che teme la propria emarginazione di fronte ai nuovi venuti.

La situazione è andata deteriorandosi negli ultimi tempi, fino alle traversie degli scorsi mesi. All’inizio di aprile, il principe Hamzah bin al Hussein, fratellastro di re Abdullah II e già principe ereditario, è stato messo ad informali arresti domiciliari con l’accusa di cospirazione per destabilizzare il Paese. Nel giro di un paio di giorni la questione all’interno della famiglia reale si è risolta, con la firma da parte del principe di una dichiarazione di completa lealtà al sovrano. È rimasto però l’allarme per la cospirazione e la probabile ispirazione esterna: c’è chi suppone un’interferenza israeliana e chi dirige l’attenzione verso l’Arabia Saudita.

In effetti, una delle personalità tuttora agli arresti, Bassem Awadallah, per molti anni un collaboratore di spicco del re Abdullah, ha stretti rapporti con i sauditi, in quanto consulente del principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman, come riporta Al Monitor. Nel 2016, è stato poi nominato rappresentante della corte giordana per le relazioni con l’Arabia Saudita. Viene alla mente la faida interna alla famiglia regnante saudita, nel marzo del 2020, con l’arresto di alcuni principi invisi a Mohammad bin Salman.

La vicenda ha comunque resa più instabile la situazione interna, con una crescente insoddisfazione della società tribale, che si sente più colpita dalla situazione di crisi e dalla politica economica del governo. Un quadro che è diventato esplicito durante il recente scontro tra Israele e Hamas, con le numerose e ampie manifestazioni di protesta contro Israele e in favore dei palestinesi. Le richieste di rigettare il trattato di pace, di espellere l’ambasciatore israeliano e di cancellare l’accordo di importazione del gas da Israele non hanno avuto seguito, ma va sottolineato l’atteggiamento molto tollerante da parte della polizia giordana verso le manifestazioni.

È trasparente l’irritazione giordana nei confronti della politica espansionistica di Netanyahu in Cisgiordania, che secondo Amman non rispetta gli accordi, cosa peraltro oggettivamente plausibile. Il punto principale è il risorgere della mai risolta questione di Gerusalemme Est e dell’accesso ai luoghi santi musulmani, la moschea di Al Aqsa, di cui il re giordano è custode in forza proprio del trattato di pace con Israele. Le restrizioni imposte dal governo israeliano ai pellegrini palestinesi avevano causato un incidente diplomatico lo scorso marzo, con la cancellazione della visita alla moschea del principe ereditario giordano.

Un altro punto di scontro è l’evacuazione forzata di famiglie palestinesi da Sheik Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est, la cui sistemazione risale a un accordo tra Amman e l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, prima che la Giordania perdesse Gerusalemme Est in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967. Come noto, nella soluzione dei due Stati, Gerusalemme Est dovrebbe diventare la capitale dello Stato palestinese, una soluzione che appare sempre più lontana.

Con il collasso del Libano, ex “Svizzera del Medio oriente”, e la crisi giordana si allontana sempre più la speranza per il Medio oriente, se non proprio di una pace duratura, almeno di una tregua permanente.

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