L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 giugno 2021

Parrebbe che il terzo pilastro su cui si fonda la Strategia della Paura, il Crollo Climatico, muoia prima di nascere. Ricordiamo il primo è stato il terrorismo nato l'11 settembre del 2001 a New York quando due aerei hanno fatto cadere tre torri, il secondo l'influenza covid.

Dalla California al Mar Nero, la rivincita del petrolio sul green apre ai war games

23/06/2021
24/06/2021 - 09:18

Cosa unisce i venti di guerra fra russi e britannici all’attacco censorio degli Usa contro siti iraniani e l’annuncio di imminenti black-out energetici nel Golden State? La geopolitica del greggio


Se la Cina ha minacciato, la Russia ha sparato. Soffiano venti di guerra, veri e propri war games. Globali. A poche ore dall’avvertimento dello Stato maggiore di Pechino riguardo la risposta immediata che avrebbe posto in essere contro tutte le provocazioni (intese come l’imminente passaggio nello stretto di Taiwan del distruttore della Marina statunitense, USS Curtis Wilbur), i caccia di Mosca hanno realmente sparato colpi di avvertimento sulla rotta della NHS Defender della Marina militare britannica, intenta a navigare nel Mar Nero. Violazione delle acque territoriali, la sbrigativa giustificazione del Cremlino.

Tutto in poche ore. Ma quanto accaduto ha radici ben più profonde di una mera dimostrazione muscolare, stante la volontà appena comunicata da Londra di cooperare con l’Ucraina proprio nella costruzione di navi da guerra. Certo, proprio a bordo della NHS Defender lo scorso 21 giugno e al largo di Odessa, il Defence Procurement Minister of Great Britain, Jeremy Quin, aveva firmato il memorandum d’intesa con il vice-ministro della Difesa ucraino, Oleksandr Myroniuk. Ma qui c’è dell’altro. In primis, un avviso alla dura presa di posizione della Nato e del G7. Secondo, la risposta chiara all’Alleanza a quanto accaduto solo 24 ore prima: la conquista da parte dei Talebani del principale passaggio di frontiera fra Afghanistan e Tagikistan.

Stato, quest’ultimo, non solo al centro degli interessi geopolitici ed energetici russi per il passaggio delle pipeline del gas verso la Cina ma anche protagonista con il Cremlino, non più tardi del 27 aprile scorso, di un altro accordo: quello sulla nascita di un sistema integrato e unificato di difesa aerea per la regione della cosiddetta Eurasia. La ragione principale? Per Mosca ampliare e rafforzare la sfera di influenza sull’area asiatica dell’ex Impero sovietico, mentre per Dushanbe un deterrente fondamentale proprio contro le mire espansionistiche dei Talebani, ringalluzziti dall’addio delle truppe statunitensi e rimessisi immediatamente all’offensiva per riconquistare, distretto dopo distretto, l’intero Paese.

Nemmeno a dirlo, se le milizie islamiste dovessero andare oltre nel loro atteggiamento offensivo, Mosca sarebbe costretta ad alzare la voce. E, come dimostrato da quanto accaduto sul Mar Nero, magari a schiacciare qualche bottone. E non sfugge come, in contemporanea con quanto accaduto al confine afghano, gli Stati Uniti abbiano inviato un messaggio parallelo, traducibile in gergo finanziario proprio con un implicito buy oil. Questa schermata

Fonte: US Department of Justice

mostra il messaggio che appariva a chi tentasse di raggiungere i siti Internet per la visione streaming di due canali a controllo statale iraniano, oltre a uno iracheno, uno palestinese e uno yemenita con riferimento ai ribelli houthi: sequestrati. Il Dipartimento di Giustizia Usa si è quindi arrogato il diritto di oscurare mezzi di informazione ritenuti scomodi o sgraditi: un precedente pericoloso,

Soprattutto in un mondo che, ipocritamente, nel frattempo giubilava Pechino per gli arresti di giornalisti e la chiusura della testata pro-democrazia di Hong Kong, Apple. C’è chi può censurare e chi no. Gli Stati Uniti sono tornati, aveva dichiarato Joe Biden prima al G7 della Cornovaglia e poi all’assise Nato. E così è stato. A tempo di record. E su più fronti. E al netto della geopolitica ufficiale e della retorica del mondo libero contro le dittature, queste tre immagini

Fonte: FlexAlert.org
Fonte: Bloomberg
Fonte: Bloomberg

mostrano platealmente cosa stia avvenendo dietro le quinte della guerra silenziosa scatenata dalla rivincita del petrolio sul green. La prima mostra l’alert via Twitter che l’ente per l’Energia della California ha inviato ai cittadini in vista di un’ondata di calore che già oggi preannuncia sganciamenti e black-out sulla rete dello Stato più popoloso d’America: apparentemente, consigli degni di un telegiornale a corto di notizie nel weekend di Ferragosto.

In realtà, il disvelamento del segreto di Pulcinella: i proprietari di auto elettriche sono gentilmente pregati - per ora, almeno - di caricare le batterie dei loro veicoli in orari che non siano quelli di punta. Tradotto, l’auto elettrica impone regole e restrizioni. Di fatto, psicologicamente diviene vincolante come il treno o l’autobus con i loro orari da rispettare: per l’americano medio, un pessimo auspicio, stante anche il costo di quei veicoli. Soprattutto in giorni di quotazioni del petrolio in continuo aumento, tanto da vedere il consensus delle banche d’affari ormai unanime rispetto al raggiungimento di quota 100 dollari al barile entro fine anno. E il secondo grafico mostra la conseguenza immediata: il costo della benzina alla pompa sta continuando a salire negli Usa, ormai sopra i 3 dollari al gallone.

Sgradevolissimo proxy di un’inflazione che, Fed in testa, finora si è cercato di negare o ridimensionare con il mantra della transitorietà e il doping del supporto federale al reddito. Il quale, però, in molti Stati sta per essere ritirato proprio in questi giorni e il 6 settembre terminerà ovunque. A meno di sgradevoli ed emergenziali novità nel corso dell’estate. Ed ecco che la terza immagine ci mostra la criticità interna ulteriore: nonostante un balzo del 400% nel numero di lavoratori del comparto fracking statunitense, la produzione di petrolio non sta salendo. Stando a dati della Primary Vision, quel numero è sufficiente a malapena a mantenere il livello di output di quest’anno stabile. Il tutto dopo un crollo dell’85% della forza lavoro nel settore durante la pandemia: oggi il numero di squadre al lavoro nei pozzi è di 235, in netto aumento dalle 45 del 22 maggio 2020.

Ancora un 6% di aumento ed entro fine anno si arriverà a 250 ma questo non sarà sufficiente a garantire un aumento della produzione: di fatto, l’America ha perso la competitività a livello globale che lo shale oil le aveva garantito negli anni dell’amministrazione Obama. Tale da aver fatto ventilare la fine stessa dell’OPEC nella sua versione storica alla luce del nuovo duopolio extra-cartello fra Stati Uniti e Russia. E quanto accaduto ha avuto un timing preciso: oggi, infatti, si è aperto ufficialmente il Qatar Economic Forum, il cui argomento di discussione principale fra i CeO e CfO presenti era praticamente uno solo, sempre alla faccia della svolta green: il prezzo del petrolio verso i 100 dollari al barile.

Tradotto, la rivoluzione ESG potrebbe presto e giocoforza mostrarsi per quello che in realtà è (e forse, è stata): un alibi politicamente corretto per l’espansione a dismisura dei programmi di Qe e sostegno pandemico, unitamente al profilo da El Dorado dell’indebitamento per aziende in cerca di emissioni obbligazionarie a raffica grazie al greenwashing. Niente più, quantomeno non la rivoluzione ineluttabile e ormai a un passo che si è dipinta fino ad oggi. A dare le carte, in primis sul tavolo verde esiziale della geopolitica, restano petrolio e gas. Sono i fatti di queste ore a confermarlo, pericolosamente.

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