L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 luglio 2021

22 luglio 2021 scontro in Bce. Deve continuare a fare la banca centrale prestatore di ultima istanza o no?

Torre di controllo

La furba Lagarde aggiunge un aggettivo («simmetrica») alla politica monetaria Bce e spiazza i falchi del Nord Ue


di Tino Oldani
20 luglio 2021

Con tre parole, «Whatever it takes» (a qualsiasi costo), Mario Draghi nel luglio 2012 salvò l'euro e pose le basi del Quantitative easing (Qe), l'acquisto di titoli di Stato da parte della Bce per sostenere l'intera economia europea dopo la crisi del 2008. Un'innovazione non prevista dallo statuto della Bce, per questo duramente contestata dalla Germania e dai suoi alleati «frugali», ma il Qe è rimasto in piedi, ha continuato a funzionare anche dopo Draghi, e ha iniettato nell'Europa le risorse per superare la pandemia. Ora Christine Lagarde, con una mossa abile e solidale, ha deciso di aggiornare la politica monetaria della Bce, conservandone i pregi introdotti da Draghi e da lei condivisi, e lo ha fatto con un solo aggettivo: «simmetrico».

In parole povere, significa che il tasso d'inflazione del 2% nell'eurozona, indicato fino a ieri dalla Bce come tetto massimo consentito dalla politica monetaria europea, non è più tale, ma un parametro simmetrico: per questo l'inflazione nell'eurozona può salire temporaneamente sopra il 2%, in quanto il limite del 2% diventa un obiettivo da realizzare nel medio periodo. Di conseguenza, con il venir meno della pandemia, la Bce non sarà costretta a intervenire con provvedimenti restrittivi sull'economia per fermare l'eventuale inflazione sopra il 2%, ma potrà proseguire nella politica accomodante degli ultimi anni, conservando il Qe e senza alzare bruscamente il tasso d'interesse. Di fatto, una mossa che spiazza i falchi del Nord Europa, Germania e Olanda in testa, che da mesi vanno predicando la fine del Qe e il ritorno all'austerità di Maastricht.

Il bello di questa vicenda è che, a differenza di Draghi, che pronunciò lo storico «whatever it takes» durante una conferenza stampa, con una mossa personale e solitaria che fece di lui un leader europeo e mondiale, la Lagarde ha preparato il cambiamento con il coinvolgimento di ben 13 gruppi di lavoro all'interno della Bce sugli effetti della politica monetaria, a cui si sono aggiunti il consenso delle banche centrali di Francia, Spagna e Italia, più l'avallo di membri del board della Bce quali l'italiano Fabio Panetta e la tedesca Isabel Schnabel, la quale, in questo caso, ha assunto una posizione diversa dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, noto falco. Mesi di lavoro, portato avanti con discrezione, che hanno consentito alla Lagarde di annunciare la revisione della politica monetaria l'8 luglio scorso e di farla diventare operativa con la riunione del Comitato direttivo della Banca centrale europea del 22 luglio. Una svolta fondamentale della politica monetaria europea, di cui ben pochi sembrano essersi accorti.

I passaggi fondamentali di questa innovazione sono stati ricostruiti, documenti Bce alla mano, dall'economista Sergio Cesaratto in un articolo per Micromega, in cui anticipa alcuni brani di un saggio, che uscirà in settembre per Diarkos. Cesaratto, che in un'intervista a Start Magazine ha definito sè stesso «un economista di sinistra, che accusa la Germania e difende l'Italia», è docente ordinario all'università di Siena di politica monetaria e fiscale dell'Unione europea, economia della crescita e post keynesian economics. Nel ricostruire i postulati teorici in base ai quali agiscono le principali banche centrali, ricorda che la Federal Reserve americana, nel definire i propri obiettivi statutari, attribuisce eguale importanza alla bassa inflazione, alla crescita e all'alta occupazione. La Bce, invece, ha come unico obiettivo primario la stabilità dei prezzi, tradotto in un tasso d'inflazione annuo inferiore, ma vicino al 2%. «Solo in subordine», annota Cesaratto, «la Bce ha libertà di sostenere gli obiettivi della crescita e dell'occupazione». Una linea politica che solo ora, grazie all'aggettivo «simmetrico» riferito al 2% in su o in giù del tasso d'inflazione, può dirsi cambiata in meglio.

Su questa innovazione strategica ha quasi certamente influito la recente decisione con cui la Fed Usa ha adottato il cosiddetto «average inflation targeting», ovvero la tolleranza di un'inflazione superiore al 2% per compensare periodi in cui il tasso d'inflazione è stato a lungo inferiore all'obiettivo. Per cui il 2% diventa un tasso medio di crescita dei prezzi, da ottenersi nel medio periodo. Nel fare propria questa linea, scrive Cesaratto, «la Bce, di fronte all'auspicabile uscita dalla crisi causata dalla pandemia, intende tollerare temporanei sbalzi all'insù dell'inflazione, dovuti alle interruzioni delle catene di approvvigionamento di materie prime e prodotti industriali intermedi, dovuti anch'essi alla pandemia. Un troppo frettoloso ritiro del sostegno alla ripresa, secondo la Bce, potrebbe far ripiombare le economie nella deflazione. Questo comporterebbe gravosi costi sociali, oltre al fallimento dell'obiettivo della stabilità dei prezzi».

Un rischio, quest'ultimo, tuttora possibile. «La governance economica europea si trova stretta fra la Scilla dei rigoristi, i quali vorrebbero che la Bce dismettesse un ruolo attivo e si tornasse ai vincoli fiscali scritti nei trattati europei (una prospettiva che causerebbe una crisi fiscale per l'Italia) e la Cariddi di una mutualizzazione del debito europeo, procedendo per tappe verso un vero federalismo fiscale all'americana», scrive Cesaratto. «Ma, anche in questo frangente, l'istituzione europea più avanzata è stata la Bce, con la revisione della sua strategia di politica monetaria, con cui sottolinea la complementarietà della politica fiscale e di quella monetaria. Il che va contro la filosofia che guidò il trattato di Maastricht, ma che ancora prevale nei circoli politici del Centro-Nord dell'eurozona». Circoli pro-austerità, che la Lagarde ha sconfitto con una mossa furba. Chapeau!

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