L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 26 luglio 2021

81 piazze si muovono, le spine accumulate cominciano ad avere il suo peso, non è un gioco di retorica "Massa e Potere" di Elias Canetti

Benaltrismo di lotta e di governo


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Già mezz’ora prima che la gente defluisse dalle piazze che hanno compostamente manifestato contro il salvacondotto di Macron e Draghi, due garanzie di democrazia, le agenzie battevano, si sarebbe detto un tempo, i titoli coi numeri un po’ al di sotto dei calcoli della Questura e con la vibrante deplorazione rivolta a fermenti infiltrati ma più probabilmente governati dall’estrema destra.

Non hanno dovuto fare uno sforzo di fantasia, bastava copiare quelli che presentavano la protesta di ceti penalizzati dalla gestione della “pandemia” come l’osceno e irresponsabile dissenso di corporazioni notoriamente colpevoli di simpatie nostalgiche e evasione fiscale, alla pari, quindi meritevoli della riprovazione delle sardine e dei cantori di Bella Ciao dal balcone e di altre corporazioni tutte ispirate dal principio basilare che rafforza il dominio oligarchico, divide et impera.

Tutti concordi, tv e testate, il Fatto quotidiano si tiene un po’, con qualche pennellata di cronaca vera, “Secondo gli animatori i presidi contemporanei sono 81 in tutta Italia. A Milano il corteo ha sfilato da piazza Fontana a piazza Scala e poi ha raggiunto il palazzo di Giustizia: in cima uno striscione con scritto “Fuori Big pharma dallo Stato”. Numerosi simboli e striscioni paragonano i no vax agli ebrei sotto il nazismo: a Torino il coro più frequente è “Norimberga, Norimberga””, ma colloca a fianco la pensosa riflessione di una rappresentante dell’Associazione Forense che sostiene come l’obbligatorietà del green passo non sia anticostituzionale e suggerendo quindi che chi si oppone è fuori dalle leggi, almeno quelle morali secondo l’etica che impone atti di fede a ripetizione e richiami come il vaccino, scienza, costituzionalisti in forza al pd, Europa, mascherine.

I giornaloni poi fanno scivolare la notizia sotto il festoso annuncio che entro agosto il pass potrebbe essere obbligatorio per navi, aerei e treni, sotto la compunta intervista a Bonomi che riconferma come il lasciapassare in azienda sia nell’interesse di tutti, sotto una indagine bipartisan sull’opportunità di somministrare ai ragazzi, sottolineando come gli scalmanati sfilassero senza mascherina.

Niente di nuovo insomma, grazie alla narcosi indotta dal marasma più contagioso e infettivo di ogni virus e batterio che impedisce il risveglio della ragione incompatibile con l’interesse privato e collettivo e che deve persuadere che chi si batte contro il green pass sia un no vax, che sia no vax anche chi può presentare le referenze di reiterate somministrazioni, ma proprio non vuole sottoporsi agli odierni succedanei, che sia negazionista chi sostiene che abbia circolato e circoli un virus covid, ma che la sua gravità, il numero dei decessi, le sue varianti siano attribuibili alle condizione della sanità pubblica, alla latitanza volontaria o indotta della medicina di base, alla proibizione di curare con protocolli terapeutici univoci i pazienti, prospettando come unica soluzione un vaccino sperimentale da iniettare nel pieno dell’epidemia, contro tutti i principi della virologia e, non ultimo, che chi esprime pareri e convinzioni critiche rispetto all’operato delle “autorità”, comunità scientifica, istituzioni e due esecutivi, non può che essere fascista!

E difatti qualche rara voce tra i pensatori e erogatori di opinioni e riflessioni, quando cautamente si incammina sui sentieri impervi della critica, premette alle sue referenze: sono vaccinato, però, indosso la mascherina, ma, alla pari con “non sono razzista, ma gli zingari…”, in modo che si capisca subito che si tratta del pensiero realistico e ragionante di qualcuno che, pur avendo a cuore la democrazia consegnata nelle mani di un esattore del racket, non metterebbe mai in discussione leggi marziali, leggi eccezionali o leggi ingiuste, anche se fa sfoggio di citazioni di Brecht salvo quella che paragona la rapina in banca alla sua fondazione.

Bisogna essere grati alla campagna militar vaccinale e alla sua attrezzatura: coprifuoco, sanzioni, delazioni, discriminazioni, salvacondotti in luogo delle ormai superate autocertificazioni che hanno segnato un’epoca colpevolmente tollerante e fiduciosa, che aiuta a sollevare quella coltre di ipocrisia, di correttezza politica che sono la cifra di una cerchia che interpreta secondo i dogmi neo liberisti un pensare privilegio esclusivo di chi ha tempo, mezzi per esprimersi e influenzare a fronte di tutti quelli che non hanno voce né ascolto, così pressati dalla necessità da non potersi permettere la libertà.

È un ceto che da anni naviga in superficie aggrappandosi al salvagente dell’antifascismo di facciata, del progressismo che esibisce successi scientifici e tecnologici la cui impotenza e inadeguatezza viene messa alla prova dagli effetti collaterali ambientali e sanitari, del riformismo che grazie a uno stravolgimento semantico nomina così misure e provvedimenti improntati a incrementare disuguaglianze feroci, sfruttamento rapace, repressione censoria, della competenza e della meritocrazia, valori promossi per favorire l’occupazione dei posti di comando da parte di soggetti tecnici le cui diagnosi e azioni hanno dato luogo a fallimenti, insuccessi e effetti tragici quanto grotteschi.

Come sapevano bene Lucaks, Horkheimer e Korsch – che questa cricca che vanta superiorità sociale e culturale ha scelto di non leggere per restare arroccata nella sua enclave privilegiata e inviolabile dalle nostre miserie – una delle modalità più in uso presso è quello che in anni passati veniva definito come benaltrismo.

Si tratta di un’attitudine e un comportamento confortevoli e poco impegnativi: permettono di guardare il passaggio degli operai della fabbrica delocalizzata dal poggiolo, ma solidarizzando, di mostrare comprensione con modica mancia al rider di Glovo, di compiacersi per la sintonia con minoranze da tutelare a norma di legge preferibile a una rivoluzione culturale, perché alla base c’è sempre quella combinazione di diffidenza, estraneità e paura suscitate da passioni e fermenti che possano far rovesciare il tavolo, produrre un cambiamento proprio adesso che si sono arresi al proclama della Thatcher: non c’è alternativa allo status quo, proprio adesso che si sono ritagliati il loro orticello, conquistate le loro rendite, assicurate carriere dinastiche per i figli.

Hanno messo a punto una gerarchie e una conseguente graduatoria di diritti, e dunque di doveri, che la marmaglia esposta al contagio di populismo e sovranismo, deve rispettare, per meritarsi la promozione a nazione collocata in un contesto imperiale che detta regole precise, siccome c’è la sovranità globale di mercato tant’è vendersi per comprare, come insegna Biden di gran lunga preferito a Trump, che si è calato da subito nel ruolo del medico seppur rincoglionito, chiamato al capezzale dell’America ferita e oltraggiata, o Draghi, fatto calare per razionalizzare la pratica della selezione in vista della soluzione finale, siccome abbiamo rinunciato a prerogative e garanzie fondamentali, è ragionevole accontentarsi di elargizioni “civili” che erogano riconoscimenti identitari e opportunità a patto che non disturbino gli equilibri con il richiamo a arcaiche classificazioni.

Ieri bastava guardarsi intorno sui social dove pontificavano i sacerdoti della cultura del ritiro, quella infastidita perché viene chiamata a schierarsi contro i poteri autoritari avocati grazie a uno stato di eccezione, quando si sa che mai il potere può essere virtuoso come dimostrato dai soviet e dalla guardie rosse, quei santoni della puzza sotto al naso cui fa schifo che ci si batta contro il green pass, quando ben altre e più altre battaglie si dovrebbero condurre; quelli che c’è sempre una guerra più legittima, un impegno più sovrano, una contesa più onorevole in attesa delle quali tant’è stare su Facebook (Telegram è troppo cheap), meglio su Instagram o Twitter più sbrigativi, meglio guardarsi una soap di Netflix sul l’Olocausto per poi dare l’imbeccata a chi fa azzardati paragoni con l’oggi.

Ieri uno di questi, il direttore di Radio Popolare, Gilioli, ha interpretato ieri a meraviglia questa tendenza a dimostrazione che la “ragione liberale” ha preso il posto della Ragione, il diritto pubblico e le leggi dettate dalle multinazionali ai decisori ha preso il posto dei diritti, l’utilitarismo ha preso il posto delle aspettative e delle realizzazioni del talento, delle vocazioni e pure della scienza e della filosofia.

In piena sindrome da benaltrismo in una lettera aperta da libertario ai libertari, nel raccomandare l’elaborazione di un “nuovo conetto di libertà” sollecita quelli che scendono in piazza contro il green pass, esponendosi al contagio di asintomatici di virus e affetti da fascismo, a “occuparsi meno di fiale e più di sistemi credito sociali imposti dall’alto e con algoritmi non trasparenti, quindi della società del rating che ne deriva, della patente a punti della buona e della cattiva persona, di sharp power non controllato se non autocraticamente, in un intreccio di potere Stato-corporations”.

Ci vuole proprio una bella faccia di tolla per raccontare a se stessi che a di quel sistema avvelenato della tecnopolitica non faccia parte influente l’industria farmaceutica che vuole medicalizzare il mondo aiutata dalle app, dalla sorveglianza attuata con l’informatica e la digitalizzazione, che la militarizzazione del territorio e del controllo sociale non sia una delle modalità adottate dall’intreccio di Stato e corporation, esplicitamente criminali o legali, e che in questa fase fa uso anche di fiale e siringhe non a caso diventate un brand. E che non si può ne deve rimodernarla, controllarla secondo interesse o circostanza, attualizzarla per renderla più consona alla valorizzazione del capitale umano, o privatizzarla, la Libertà. Quella da sempre e per sempre è una sola, senza categorie e senza gerarchie, di tutti. E è per quello che a alcuni non piace.

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