L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 luglio 2021

al Cremlino non è affatto andata giù la decisione del Consiglio Europeo di stralciare la proposta tedesca di aprire a un bilaterale con Mosca, al fine di appianare le divergenze, acuitesi ulteriormente dopo la visita di Joe Biden in Europa per il G7 e il vertice Nato

Putin ci chiude il gas, la Cina i porti: l’Ue si prepari a un isolamento da Guerra fredda

06/07/2021 - 16:11

Gazprom non prenota extra-capacity all’asta del gestore ucraino per il prossimo inverno e interrompe le forniture di luglio «per manutenzione». E Pechino ci minaccia con un Natale senza giocattoli


La notizia è giunta con il prezzo del barile che, causa mancato accordo all’Opec, viaggiava sui massimi dal 2014: la European Bank for Reconstruction and Development (EBRD) non investirà più in esplorazione e produzione di gas e petrolio. A confermarlo alla Reuters, il managing director Harry Boyd-Carpenter, a detta del quale l’istituzione cui fa capo allineerà tutte le sue attività alle finalità dell’Accordo di Parigi entro la fine del 2022. Transizione verde, insomma. Tanto più che, in contemporanea, il board dei governatori della stessa banca ha annunciato l’accelerazione verso la de-carbonizzazione nelle regioni in cui opera (Europa centrale e dell’Est, Asia centrale, Mediterraneo), in ossequio al target di emissioni zero entro il 2050.

Pur non essendo direttamente riconducibile all’attività delle istituzioni Ue, la EBRD di fatto nasce nel 1991 con la partecipazione diretta di European Investment Bank e l’allora CEE al fine di guidare il lato economico della transizione dell’ex blocco sovietico. E la vera notizia del giorno, di fatto, riguarda proprio le componenti in campo in questo quadro prospettico: l’energia, l’Europa, l’ex Urss. Questo grafico

Fonte: Bloomberg

mostra infatti la reazione di questa mattina dei futures sul gas naturale europeo, record assoluto, alla decisione di Gazprom di non prenotare alcuna capacità supplementare di trasporto del gas naturale verso l’Ue all’asta tenutasi ieri in Ucraina e gestita dall’operatore locale, GTSOU. Di fatto, il bypass insieme alla Polonia delle pipeline che ci uniscono a livello di approvvigionamento energetico a Mosca.

Insomma, Vladimir Putin ha chiuso un po’ i rubinetti per quanto riguarda la prossima stagione invernale, imponendo al principale player energetico del Paese di astenersi dal garantire extra-offerta per il periodo 1 ottobre 2021-1 ottobre 2022. E la questione, questa volta, appare decisamente seria. Perché al Cremlino non è affatto andata giù la decisione del Consiglio Europeo di stralciare la proposta tedesca di aprire a un bilaterale con Mosca, al fine di appianare le divergenze, acuitesi ulteriormente dopo la visita di Joe Biden in Europa per il G7 e il vertice Nato. Gran cerimoniere del boicottaggio in sede di Consiglio fu la Polonia, la quale pagherà di fatto dazio diretto alla propria presa di posizione, poiché la stessa pipeline Yamal-Europe (Russia-Bielorussia-Polonia-Germania) patirà la scelta politica di Gazprom. E la mossa russa non appare causale, quantomeno nel timing.

Proprio l’infrastruttura polacca resterà a secco di gas russo da oggi al 10 luglio causa lavori di manutenzione decisi da Gazprom, mentre dal 13 al 22 sarà il turno dello stop alle consegne via Nord Stream. Insomma, un assaggio di isolamento energetico. Immediatamente festeggiato dal costo del prezzo dei futures del gas naturale europeo. Una scelta politica, appunto. Tanto che venerdì scorso, il gigante russo aveva declinato l’offerta di extra-capacity del gestore ucraino per il mese di luglio, proprio al fine di ovviare allo stop sulla principale rotta verso l’Europa. Volete la guerra in sede diplomatica, preparatevi al freddo questo inverno.

Insomma, il Cremlino stavolta alza la posta. E non solo spedendo alle stelle il prezzo del gas, chiaro spoiler di un trend che potrebbe diventare strutturale e fiaccare non poco la ripresa economica post-Covid dell’industria Ue ma anche rendendo sempre più fondamentale il completamento dei lavori e la messa in funzione di Nord Stream 2, la pipeline che collega Russia e Germania. Bypassando proprio l’Ucraina. Ma l’agenda atlantista dell’Europa sta sortendo un pessimo effetto anche verso l’altro partner commerciale messo nel mirino, la Cina.

Questi grafici

Fonte: Bloomberg
Fonte: Reuters

mostrano infatti il primo l’aumento dei costi di trasporto container per i principali scali merci marittimi globali ma soprattutto il livello di congestione raggiunto in uno dei principali hub del mondo, l’area del Outer Pearl River Delta (OPRD) fuori Yantian, nella Cina meridionale. Tutti containers in attesa di entrare in porto, venire sdoganati e scaricati. Nel febbraio 2020 la media era di 50, lo scorso febbraio di 35: alla fine di giugno, era di 75. Non a caso, pochi giorni fa la Giochi Preziosi lamentava il rischio di un Natale senza giocattoli, visto il blocco dei container in Cina e l’aumento delle richieste di denaro fatte da Pechino, cinque volte il pattuito prima della crisi della supply chain.

E il rischio di bambini in lacrime e offesi a morte con Santa Claus rischia di essere globale, come mostra questo altro grafico:

Fonte: Bloomberg

i tempi che intercorrono fra prenotazione e consegna delle componenti elettroniche di base sono saliti da 16 settimane di media a oltre 52. Ovvero, un ordinativo fatto oggi equivale a una bene consegnato nell’estate 2022. Ecco il vero danno compiuto dal COVID a livello economico globale: totale distruzione del principio di supply chain globalizzata dei mercati, già pesantemente messa in discussione da un decennio di abusi, outsourcing, delocalizzazioni e guerre tariffarie. Non a caso, interpellato da Bloomberg, Bernie Thompson - fondatore della Plugable Technologies, azienda con sede a Washington e specializzata nella vendita di pc, laptop e altri prodotti tecnologici via Amazon o attraverso altri retailers - ha così sintetizzato il quadro: Ormai è tardi per salvare il Natale.

E per chi sperasse in una crisi del debito cinese che riporti Pechino verso più miti consigli rispetto al braccio di ferro potenziale, magari mal consigliato dall’indice Pmi dei servizi sceso in area di quasi contrazione a giugno, questo grafico
Fonte: Bloomberg

mostra come la Banca centrale cinese (Pboc) dopo mesi di politica restrittiva sul credito abbia dato luce verde ai governi locali per emissioni record di debito. La finalità? Ripagare quello in scadenza, al fine di evitare defaults. Stando a dati del ministero delle Finanze ed elaborati da Bloomberg News, infatti, città e province del Dragone nei primi sei mesi di quest’anno hanno emesso cosiddetti refinancing bonds per un controvalore di 1,9 trilioni di yuan (293 miliardi di dollari) contro i 700 miliardi dello stesso periodo del 2020 e i 660 miliardi del 2019. L’Europa che ancora lotta con le diseguali ripartenze dalla pandemia è proprio sicura che, in nome di una mal interpretata fedeltà atlantica, valga la pena prendere di petto Cina e Russia, proprio ora?

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