L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 luglio 2021

Americana estate del 2021 - 1

Internazionale 18 luglio 2021
Americana

La newsletter sugli Stati Uniti a cura di Alessio Marchionna

Crisi di ritorno Sui rapporti tra gli Stati Uniti e l’America Latina vale quella famosa battuta di Michael Corleone nel Padrino III: “Adesso che credevo di esserne uscito, mi trascinano di nuovo dentro”. Come l'anziano padrino che si illude di poter riabilitare il nome della sua famiglia e vivere una vecchiaia tranquilla, da almeno vent’anni Washington cerca di spostare altrove, il più lontano possibile, il baricentro della sua politica estera, ma regolarmente si ritrova invischiato in crisi alle porte di casa. Crisi che in molti casi ha contribuito a provocare. Vale per molti alleati storici della regione, tra cui Messico, Colombia, Salvador, Honduras, che pagano ancora il prezzo degli interventi statunitensi degli scorsi decenni. E vale anche per Haiti, che in questi giorni vive l’ennesima grave crisi.

Dopo che il presidente Jovenel Moïse è stato assassinato, il 7 luglio 2021, le autorità di Haiti hanno chiesto agli Stati Uniti di mandare l’esercito per ripristinare l’ordine. Non è la prima volta che Washington si trova in questa situazione, e la storia insegna che non esistono buone opzioni. Il New York Times racconta che negli anni sessanta John F. Kennedy valutò la possibilità di intervenire per cacciare François Duvalier, il despota che era salito al potere nel 1957, e organizzare libere elezioni. Molti pensavano che Washington avesse una sorta di obbligo morale ad aiutare gli haitiani, visto che i loro problemi derivavano in parte dall’occupazione statunitense di inizio novecento. Kennedy alla fine rinunciò. Duvalier e poi suo figlio rimasero al potere per 23 anni, un periodo in cui aumentarono ancora povertà e corruzione.

Un soldato statunitense a Port-au-Prince, capitale di Haiti, nel 1994. (Peter Turnley, Corbis/VCG/Getty)

Nel 1991 l’esercito haitiano rimosse con un colpo di stato il presidente eletto di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, e instaurò un regime di terrone. Deciso a non ripetere l’errore di Kennedy, Bill Clinton piegò le resistenze di chi era contrario all’intervento – tra cui l’attuale presidente Joe Biden – e lanciò una missione autorizzata dalle Nazioni Unite. Aristide tornò al potere e le truppe dell’Onu restarono sull’isola per garantire stabilità. Sembrò che gli Stati Uniti avessero fatto la scelta giusta, ma verso la fine della presidenza Clinton la missione era già considerata un fallimento. “Molti esperti oggi pensano che quell’intervento abbia peggiorato i problemi che avevano portato Clinton ad agire. Una volta tornati al potere, i leader haitiani sostenuti da Washington si sentirono liberi di fare i propri comodi. Le riforme economiche volute dagli Stati Uniti inondarono il paese di beni d’importazione e mandarono in crisi le attività locali”.

Anche questo spiega i tentennamenti di Biden davanti alle richieste degli haitiani. Se non interviene diventa parzialmente responsabile di un’eventuale catastrofe; se lo fa si rischia di trovarsi a gestire un’altra crisi senza facili vie d’uscita. Questo proprio mentre si ritira da un’altra missione fallimentare – l’Afghanistan – e cerca di concentrare i propri sforzi sulla sfida alla Cina e alla ricostruzione dei rapporti con l’Europa.

Poi c’è Cuba, terreno minato per tutti i presidenti statunitensi, in particolare per quelli democratici. Dopo l’inizio delle proteste contro il governo, le più importanti da almeno 25 anni, Biden ha fatto una dichiarazione generica, cercando anche in questo caso di guadagnare tempo: “Siamo dalla parte del popolo cubano che chiede libertà, diritti fondamentali e aiuto per la crisi economica e sanitaria”. I mezzi d’informazione di destra e i repubblicani – guidati dal senatore della Florida Marco Rubio – lo hanno accusato di essere passivo e di non avere il coraggio di schierarsi contro il regime.

L’aspetto paradossale è che fino a una settimana fa era la sinistra ad accusare il presidente di non avere abbastanza coraggio su Cuba. A marzo ottanta parlamentari democratici avevano chiesto a Biden di revocare le sanzioni contro l’isola imposte dall’amministrazione Trump e di riprendere il percorso di normalizzazione dei rapporti che era stato avviato da Barack Obama nel 2014, poi fermato dal suo successore. Il problema di fondo è che negli Stati Uniti le vicende cubane sono una questione di politica interna più che di politica estera. In gioco c’è la Florida, uno degli stati più importanti alle elezioni, dove vivono decine di migliaia di cubani ostili al regime dell’Avana. Più si avvicinano le elezioni di metà mandato del 2022, più sarà difficile immaginare cambiamenti importanti su Cuba.

Tutti questi fattori spiegano perché l’influenza degli Stati Uniti in America Latina è in calo. Da almeno dieci anni la Russia e soprattutto la Cina si danno da fare per offrire sostegno economico e politico ai paesi della regione. Oggi Pechino è il partner principale di otto stati latinoamericani, e 19 nazioni hanno aderito alla nuova via della sete, il piano di infrastrutture e investimenti promosso dai leader cinesi.

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