L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 luglio 2021

Chi sa ancora utilizzare le mani, connesse al cervello, chi non ha perso l’abitudine antica di pensare, risolvere problemi, salire faticosamente gradini, ha vinto e comunque è in grado di sopravvivere

Gli spaesati.

Maurizio Blondet 6 Luglio 2021
di Roberto PECCHIOLI

“Un paese ci vuole, se non altro per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. “Così scriveva nel 1950 Cesare Pavese nel suo libro estremo e più bello, La luna e i falò. Il paese di Anguilla, il trovatello senza paese partito dalla cascina in cui era stato accolto e tornato ricco dall’America per rivedere i luoghi della memoria e restarne deluso, è Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, lo stesso dello scrittore.

Sembra passata un’era geologica da quelle pagine, e sono solo settant’anni. Il luogo dell’anima dell’umile scrivano è nella stessa provincia, ma lontano dalla Langa, poiché Cuneo è la provincia “granda”. E’ Mondovì, cittadina alpina con l’odore del mare, piccola, ma costituita da pezzi diversi, distinti. Piazza, alta sul monte, Breo, in basso sul fiume, e poi Altipiano, dal lato opposto del colle; più nascosta, Carassone, e di lato Borgato e Ferrone. A Mondovì c’è una vecchia funicolare: al bimbo di ieri sembrava di salire in Paradiso, con le Alpi e le cime di fronte e, lassù, nel giardino di Piazza, gli pareva di toccare le nevi e il Monviso. Sulla cima di quei monti severi, il confine, e oltre, la Francia cugina e straniera, sconosciuta. Lì, a Vicoforte, c’è il santuario dove papà pregò partendo per la guerra, lì abbiamo visto al lavoro l’ultimo maniscalco e, come un sogno, il ricordo della fuga paurosa di un toro in Piazza Maggiore, vicino alla casa natale di Giovanni Giolitti, primo ministro dell’Italietta liberale, “ministro di malavita” per il meridionalista Gaetano Salvemini.

Sì, un paese ci vuole, anche se non è il tuo e sei di città: è la sede dell’anima, la capitale del bambino curioso che dorme in ognuno di noi. Invece no, dobbiamo vivere in megalopoli orribili e puzzolenti, senza cuore e senza identità, immensi non luoghi, direbbe Marc Augé. Per questo non siamo più nulla, animali straniti rapiti dal gregge, api operaie con una minuscola celletta nell’alveare. Una giovanissima cantautrice ligure, Veronica Cuneo, la cui voce evoca una suggestione senza tempo, canta i rossi tramonti del suo appennino, constata quanto “è difficile vivere la vita lontano dalle città, ma chi vive tra i palazzi cosa ne sa? “Con incoscienza giovanile, ci dà una lezione e afferma un programma esistenziale: “questa è la mia casa, e mai me ne andrò”.

Ma è il tempo degli spaesati, di chi ha perso i punti di riferimento, a cominciare da quelli geografici, territoriali e identitari e finisce per diventare straniero, cioè estraneo, anche là dove è cresciuto e da cui spesso neanche si è mosso. E’ il mondo, il cambiamento, la maledetta globalizzazione che ci è caduta addosso, che ci è venuta a cercare, ci ha inseguito e ha scoperto i nostri rifugi e li ha espugnati, uno a uno. C’è un termine psicanalitico, unheimlich, che designa lo stato d’animo di spaesati, di stranieri dell’anima, di occhi che non riconoscono ciò che vedono. E’ tradotto generalmente come “il perturbante”, ma significa letteralmente “ciò che non è di casa” e per questo spaventa, perturba, disorienta.

Siamo circondanti dal perturbante, da ciò che non riconosciamo e non amiamo perché non fa parte del panorama della nostra vita, non ha, per così dire, un posto sulla retina, nell’album fotografico delle nostre vite. Gli occhi non riconoscono il paesaggio di sempre, il naso non percepisce gli odori di prima, le orecchie non ascoltano le parole e le lingue di ieri.

L’odore dell’infanzia di chi scrive è quello un po’ acre delle tripperie, una istituzione genovese ormai tramontata; ne sopravvivono pochissime, una sorta di museo di come eravamo, con le panche di marmo, il banco del “centopelli”, il brodo dall’aroma intenso e le “fagiolane” bollite, contorno della trippa, piatto unico dei poveri. Noi spaesati sappiamo che un paese ci vuole, che occorre riconoscersi, guardarsi negli occhi e sentirsi comunità, parte di un tutto, posteri di chi quel paese ha costruito pietra su pietra prima di noi, custodi destinati a trasmettere ciò che abbiamo ricevuto e ricreato a nostra misura come fa ogni generazione. Spaesati, ma vogliamo “esserci”, restare, e dire la nostra. Heidegger, un filosofo complesso, chiamava questo sentimento esistenziale “dasein”: essere presenti qui e ora.

Un personaggio più umile, un appartato musicista del presente, Davide Van de Sfroos, ha scritto l’inno meraviglioso e commovente di noi spaesati, spossessati del nostro, forse sconfitti, ma non vinti, non ancora domi, noi, che , alla faccia del globalismo, ci siamo ancora, noi “somewhere”, gente radicata in un certo luogo, contrapposta agli “anywhere”, i sedicenti vittoriosi, quelli con la valigia a rotelle in mano, a loro agio in ogni posto, anzi in ogni nonluogo, aeroporti, grandi alberghi, autostrade, residence, a mangiare la stessa insipida robaccia chiamata cucina internazionale, a parlare nell’unica lingua globale e guardare dall’alto in basso quegli altri, noi, gli spaesati.

Ci siamo ancora, perbacco, e aspettavamo l’urlo del riscatto, la nostra canzone. Ce la offre un artista che è – fatalmente – “somewhere”. Davide Bernasconi in arte Van de Sfroos è lombardo, anzi lariano, ossia del lago di Como. Dalle sue parti e dovunque vada riunisce folle ragguardevoli di appassionati e di commossi. Le sue sonorità un po’ blues, un po’ rock, talvolta con echi delle gighe irlandesi, sono accompagnate da testi scritti prevalentemente in laghée, il dialetto nativo, la lingua della gente del lago. Van de Sfroos, il titolo del suo primo album di successo, è diventato nome d’arte: non è l’allusione a un ciclista o a un pittore fiammingo, ma il mestiere antico dei piccoli contrabbandieri transfrontalieri, quelli che per vivere, di notte, con la paura della luna, vanno di frodo, “van de sfroos” in laghée. Davide è lariano sino al midollo, ma parla all’anima di chiunque ami se stesso, la sua gente, la sua storia, il suo mestiere, il luogo dove è nato e soprattutto è diventato adulto.

A suo modo, il canto di Davide Van de Sfroos è un inno anti globale e un canto patriottico, di una patria concreta, di terra calpestata, uomini semplici e tradizioni amatissime. Il comandante vandeano Charette apostrofava così i giacobini, gli apparenti vincitori di allora: “Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra.
Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. “Il testo del cantore laghée è bellissimo e drammatico: “siamo nati contromano, siam cresciuti controvento, viviamo in contropiede, sembriamo un controsenso”. Eppure, ci siamo ancora, perché “siamo stati gli emigranti, siamo stati i ritornanti”.

Si ritorna perché si è perso, perché la globalizzazione, la società industriale, urbana, affluente, l’igienico, algido territorio della civilizzazione ci ha respinti, o si torna perché si ama e si vuol calpestare di nuovo la terra, il paese, e smettere di essere spaesati, o, almeno, esserlo in compagnia? Gli spaesati sono moltissimi, certamente la maggioranza, ma non lo sanno perché sono dispersi. Ritrovare un paese, un luogo dell’anima, un punto in comune, un centro di gravità permanente, per usare le parole e la musica di Franco Battiato, ricostruire mille, diecimila focolari di resistenza, tessere un’altra volta l’ordito di una narrazione comunitaria, non la triste cronaca di vittorie e sconfitte solitarie, è il modo migliore per superare il perturbante, sconfiggere lo spaesamento che ci hanno inflitto come una pena.

E’ dura, perché “ci chiamano paesani, ma siamo gli spaesati. Facciam lavori vecchi con sogni mal pagati, lavori da ostinati che sembrano spariti. Siam gli ultimi brandelli di una bandiera vera, che non sai più se c’è, ma che una volta c’era”. C’è ancora, eccome, se tanti uomini, pur dispersi e diversi, apparentemente spaesati, hanno la forza morale, la volontà irriducibile di impugnarla. A questo punto, c’è il colpo d’ala dell’artista lariano. Abbandona per un momento l’italiano e ritorna alla secca lingua nativa. Semm quel che semm, femm quel che femm, quel ch ‘emm sempre fà”. Siamo quel che siamo, facciamo quel che facciamo e abbiamo sempre fatto. Dunque, nessuna resa: la salita è impervia, ma gli spaesati, ammonisce Van de Sfroos in dialetto – la lingua naturale degli umili e dei radicati – conoscono la fatica, capiscono lo sforzo della formica. Sono più numerosi i divergenti che i convergenti: bisogna saperli cercare, trovare le parole giuste e, volendo loro bene, abbracciandoli, ritroviamo noi stessi.

Loro, i signori, coloro che si credono vincenti, i ridicoli “anywhere”, vivono di contratti, commi, protocolli e codicilli: a noi basta ancora una stretta di mano. Nei paesi e nelle città c’era sempre una grande piazza dove si esercitava il commercio. Un luogo vero, il mercato non l’hanno inventato lorsignori; non c’era una mano invisibile come quella inventata da Adam Smith, ma mille mani concrete, troppo grandi per regalare un fiore, ma capaci di accordo e rettitudine. Chi mancava alla parola, sancita dalla stretta di mano – oggi proscritta a favore del grottesco darsi il gomito – era fuori: lui sì diventava spaesato. Aveva contravvenuto a norme che non avevano bisogno di codici formali e azioni risarcitorie.

Oggi siamo spaesati anche per l’eccesso di regole, di formalismi: vuoto morale in cui sguazzano i disonesti, gli azzeccagarbugli. Perdiamo la nostra casa, l’acqua in cui nuotavamo come pesci, la lingua, i principi di sempre, l’”io “ e il “noi”. Che cosa abbiamo avuto in cambio? La tecnica che ci ha ridotto a propaggini della macchina, il comando impersonale di entità estranee, lontane. Ora sappiamo che sono nemiche, che vogliono il nostro male, il mio, il tuo. Ci hanno rubato la vita, ridotto all’afasia, tra parole proibite, paure e l’orribile divisione, la competizione, la concorrenza. Nelle comunità si collabora, non si compete e la felicità non si misura in PIL (prodotto interno lordo).

Hanno sparso contro di noi dileggio, disistima; ci hanno convinti di essere inferiori. Siamo diventati oggetto di studio di una sociologia d’accatto. Canta Van de Sfroos: “vi abbiam riempito i libri credendoci ignoranti, ci han fatto scrivere tutto e poi buttare via i quaderni “. Siamo stati privati dell’autostima, dovevamo affrancarci da quel che eravamo sempre stati, rigettare la cultura in cui siamo cresciuti. L’ esito è che anche la modernità è fallita, si è rifugiata nel post- tutto, in una ignoranza di ritorno riempita dallo specialismo. Tempo di esperti, quelli che sanno tutto di niente, un minuscolo pezzetto di sapere dall’alto (alto?) del quale dettano legge, impongono norme, condotte. Pontificano su tutto, strologano: dovremmo cominciare a ridere loro in faccia, apertamente, senza timore. Sono la cattedra di Pietro postmoderna, fatta di economisti, psicologi, virologi, sociologi e mille altri specialisti del niente, uniti per renderci spaesati, dividerci e insegnarci quel che sappiamo da sempre, la sapienza ininterrotta dei padri e della madri.

Gli spesati ritrovano un nuovo orgoglio, ricuciono la bandiera: “ripariamo la memoria, restare al nostro posto è l’ultima vittoria”. No, è la prima vittoria: primum vivere. Ricostruito il tessuto, forse domani torneremo all’attacco e cacceremo gli uomini impagliati. Scrisse Thomas Stearns Eliot, il maggiore poeta del secolo XX: “siamo gli uomini vuoti, siamo gli uomini impagliati che appoggiano l’un l’altro la testa piena di paglia. “Alla modernità impagliata, liquida e ormai gassosa, contrapponiamo il solido legno delle nostre masserizie, la forza perenne dei principi di sempre. Gli spaesati hanno idee senza parole e, sanno che alla fine, “chiamerete noi, quando andrà via la luce”.

Eh sì, perché noi sappiamo che- per quanto fortissima, pervasiva, globale – la contemporaneità tecnica e uniforme è una tigre di carta. Basta che vada via la luce – ma si deve dire black out– e non sanno più far nulla. Chi sa ancora utilizzare le mani, connesse al cervello, chi non ha perso l’abitudine antica di pensare, risolvere problemi, salire faticosamente gradini, ha vinto e comunque è in grado di sopravvivere. Quel giorno, spaesati diverranno i nostri nemici, i signori della tecnica, del denaro, quelli sempre in corsa. C’è bisogno, tra mille altre cose, di ritrovare il piacere della lentezza, prendersi il tempo che ci vuole e rifiutare l’inganno del “tempo reale”, l’orribile finzione dell’attimo, l’immediatezza informatica antiumana.

Gli spaesati di Van de Sfroos sono “i chiodi della storia, ormai arrugginiti”, ma senza l’umile chiodo crolla anche il più orgoglioso manufatto. Nel tempo reale, nella corsa insensata con il paraocchi che ci nega lo sguardo, solo noi spaesati “riconosciamo il nome del posto in cui viviamo, ma abbiamo perso il codice per capire chi saremo “. Non importa. Siamo ancora legati ai nomi e alle storie. Per questo sappiamo riconoscere la cattedrale nelle pietre in rovina, come intuiva Saint Exupéry. Ovvio: quella cattedrale l’aveva costruita qualcuno con che portava il nostro stesso nome, dal volto simile al nostro. “Siam l’ultima frontiera tra il ricordo e il cambiamento, sorvegliamo un faro spento “. Conta che sappiamo riconoscere la frontiera e proteggerla, come i soldati con il cappello dalla penna d’aquila hanno fatto con le alpi. Conta che il faro sia ancora lì: raccoglieremo legna, faremo un fuoco e il navigante saprà di nuovo dove si trova e che laggiù c’è una terra.

Siamo, noi spaesati, noi dispersi, noi banda di fratelli, la maggioranza e non lo sappiamo. Siamo prodotti locali, artigianato umano. Ma è la prodigiosa miscela di sapienza e lavoro, natura e cultura, aria e acqua, cuore, spirito e materia che ci ha reso una civiltà. Gesualdo Bufalino scrisse che era stato giovane solo una certa estate nella città di Modica: lì aveva riconosciuto e preso in mano il filo della sua vita. Vale per ciascuno di noi: partiamo da un luogo, materiale o dell’anima, per raggiungere il mondo e attingere l’universalità che è l’esatto contrario della globalità informe, inodore e insapore in cui ci hanno precipitato, folla solitaria accomunata dal consumo, divisa e oppressa dalla perdita del senso.

Non è vero che tutto il mondo è paese, ma in ogni angolo c’è un paese, tanti focolari, segnali concreti, visibili, di resistenza di uomini e donne che, come canta Van de Sfroos, riconoscono ancora il nome, ovvero l’anima del luogo dove vivono e resistono. Spaesati di tutto il mondo, uniamoci, e risolleveremo la terra.

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