L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 luglio 2021

Con lo stregone maledetto va in scena le raccomandazioni (ordini) della lettera a inizio agosto al governo Berlusconi. Le anime candite si mettono l'animo in pace

Testo della lettera Bce (Draghi e Trichet) al governo Berlusconi

Il decennio lungo dello spread tra due crisi speculari

02 luglio 2021

Il pessimismo ha finito per stancare, e l’ottimismo sta prendendo piede. La ripresa pare avere assunto una dinamica in grado di autosostenersi. Purtuttavia, le sfide da affrontare sono imponenti: debito alle stelle, squilibri globali, tassi di interesse estremamente bassi, riforme incompiute… La cooperazione e il coordinamento internazionali sono a un tempo più necessari e più carenti. Le aspettative di inflazione hanno cominciato gradualmente ad aumentare, accentuate dal protrarsi delle misure non convenzionali di politica monetaria, dalle dimensioni eccezionali dei bilanci delle banche centrali e dalla percezione che si possa cedere alla tentazione di ridurre mediante l’inflazione il valore reale del debito pubblico. Le aspettative di un aumento dei tassi di interesse a breve hanno contribuito all’incremento dei rendimenti obbligazionari a lungo». Salvo per il fatto che non si menziona il Covid, non sembra scritto oggi? Eppure è la Relazione della banca dei regolamenti internazionali di esattamente 10 anni fa, a giugno 2011.

Analogie e differenze

È un decennale che merita attenzione, sia per ciò che accomuna i due momenti, quello di allora e quello di oggi, sia per quello che li distingue. In entrambi i casi c’è alle spalle una non del tutto superata crisi globale: allora, quella finanziaria del 2008 diventata reale nel 2009 e concentratasi poi nell’eurozona, oggi la pandemia. Tutte e due le crisi hanno radici nelle “linee di faglia” – come le ha chiamate Raghuram Rajan – cioè nei problemi socio-economici e politici irrisolti dall’inizio del secolo: una globalizzazione non governata, un progresso tecnico e una demografia tumultuosi. In entrambi i casi le politiche monetarie e di bilancio mondiali hanno reagito alle crisi in modo violentemente espansivo. Sia allora sia oggi il G20 cerca di rilanciare un concerto mondiale difficile. In entrambi i casi l’Italia, per le sue debolezze nella crescita e il suo extra-carico di debiti, è un punto particolarmente delicato e importante dello scenario internazionale. Tutte e due le volte nel nostro paese una crisi politica disorienta improvvisamente il parlamento e porta ad affidare il governo a una persona di rilievo europeo estranea ai partiti, con un mandato tendenzialmente ristretto ai passi essenziali per il superamento delle emergenze.

Ci sono poi le differenze. La più ovvia è l’origine esogena della pandemia e la speciale natura scientifico-sanitaria delle misure anti-crisi; anche se ci sono collegamenti fra il Covid e l’inadeguatezza del governo della convivenza globale degli ultimi decenni, anche se il profilo economico-finanziario della crisi di oggi è tale da far sembrare scritte oggi le righe della Bri di 120 mesi fa. La specificità pandemica influenza anche la qualità delle reazioni delle politiche economiche che oggi guardano a un pur antico deterioramento ecologico con un’attenzione molto nuova. In generale si può dire che i problemi provenienti dal lato dell’offerta di beni e servizi sono oggi più importanti ed evidenti e dunque l’esigenza di ristrutturazioni dei sistemi economici è riconosciuta prima e meglio che dopo lo shock del 2008.

In Italia

Restringendo lo sguardo all’Italia, si possono confrontare i cicli macro-finanziari internazionali fronteggiati dai due governi cosiddetti “tecnici” e i loro diversi problemi monetari e di bilancio. L’attuale governo ha a che fare con una politica monetaria che per un decennio è stata espansiva, quasi in tutto il mondo, senz’altro nell’eurozona anche in seguito a decisioni che è stato il nostro premier a guidare. Con i suoi interventi anti-pandemici la Bce di Christine Lagarde ha anche più che dimezzato il nostro spread di interessi con il debito pubblico tedesco dopo che, nel marzo scorso, aveva imprudentemente negato di volerlo fare, mettendo a serio rischio la stabilità dell’eurozona. Dall’aprile 2020 la liquidità dei mercati finanziari europei non ha creato problemi all’Italia e le condizioni di finanziamento degli interventi dei due governi che hanno affrontato la pandemia sono state molto favorevoli, anche al netto della prossima acquisizione dei fondi europei.

Quando è giunto il Covid, la politica di bilancio dell’insieme dell’eurozona era stata espansiva fin dal 2015 e nel 2017-9 la Commissione la classifica addirittura prociclica-espansiva. Quanto all’Italia, la scarsa applicabilità della disciplina del Patto di stabilità aveva tollerato deficit pubblici superiori a quelli richiesti sulla base delle regole europee: nel quadriennio 2016-19 superavano in media di più dell’1 per cento all’anno i limiti regolamentari e più dello 0,7 per cento quelli più laschi concessici in base a speciali clausole di flessibilità. Un curriculum fiscale non incoerente con l’esplosione del debito pandemico che nel 2020 avveniva però con grande incertezza del futuro; il nuovo governo del 2011 ha potuto invece spendere col supporto anche politico-psicologico dell’avvicinarsi degli ingenti finanziamenti europei, decisi quasi apposta per l’Italia ed estesi a sostenere riforme strutturali, che il governo contribuiva ad assicurare varando con successo il Pnrr. Al quale è affidato anche il compito di rendere più selettivi gli stimoli di bilancio interrompendo gradualmente l’espansione erga omnes che continua dall’inizio della pandemia. Compito importante per la sostenibilità economico-politica delle misure anti-crisi perché, se è vero che le ferite del Covid hanno colpito una percentuale di famiglie e imprese superiore a quella di macro-shock precedenti, i modi della loro cura non hanno per ora ridotto gli squilibri distributivi e il dualismo delle condizioni sociali, anche per l’azione di forze corporative che hanno difeso chi è stato relativamente privilegiato.

Il Governo Monti

Nel 2011 le misure anti-crisi ebbero molto meno vento in poppa. La politica monetaria era stata espansiva dappertutto fin dalla reazione alla crisi del 2008, ma i tassi controllati dalla Bce erano ancora saldamente sopra lo zero; inoltre, in aprile e luglio, per via, come scrive la Relazione della Banca d’Italia su quell’anno, di «un contesto di lieve miglioramento del quadro congiunturale e di aumento delle pressioni sui prezzi connesso con i forti rincari delle materie prime», la Bce di Jean-Claude Trichet aumentava due volte i tassi ufficiali, complessivamente di 50 punti base. La crisi di fiducia nel governo Berlusconi non fu dunque aiutata dalla direzione della politica monetaria che tornò gradualmente espansiva solo dopo agosto e in novembre quando, sette giorni prima dell’insediamento del governo Monti, il neo-presidente della Bce Mario Draghi tornava a diminuire i tassi. Ma nell’ultima parte dell’anno erano peggiorate le prospettive di crescita dell’intera economia mondiale e nell’Eurozona si era «accentuata la disomogeneità delle condizioni monetarie» per via delle diverse affidabilità creditizie dei paesi: in parole povere, l’afflusso di liquidità in Italia era bloccato e lo spread sui titoli di stato decennali superava i 500 punti. In un quadro europeo di politiche di bilancio convintamente restrittive, dirette a rientrare precipitosamente e pro-ciclicamente dai deficit degli anni precedenti e ad applicare un patto di stabilità appena riformato nel senso della severità, le condizioni di finanziamento dei fabbisogni del nuovo governo italiano erano dunque drammatiche.

Come negli altri paesi travolti dalla crisi dell’eurozona ma beneficiari degli aiuti europei condizionati all’adozione di drastici provvedimenti di aggiustamento, apparivano inevitabili forti restrizioni di bilancio pro-cicliche. Non essendo queste dettate dall’Unione europea in cambio di aiuti, il giudizio e il ricordo del governo Monti si è legato ai loro ovvi effetti collaterali negativi, più che all'avvenuto aggiustamento che, secondo Banca d’Italia, consentiva «di arginare la caduta della fiducia degli investitori sulla capacità dello stato italiano di onorare i propri debiti». Eppure il governo si era mosso nella stessa direzione che aveva cercato di prendere negli ultimi mesi il governo Berlusconi, con ben due annunci di manovre restrittive, la cui severità era stata inoltre rinfocolata dalla criticata lettera di Trichet e dell’allora governatore della Banca d’Italia Draghi a Berlusconi dell’inizio di agosto. Monti ebbe difficoltà anche a far approvare alcune importanti riforme strutturali che allora l’Europa ispirava e chiedeva ma non ripagava con i miliardi del Next generation Eu.

Evitare la tempesta

Due anni di crisi differenti, affrontate in condizioni diverse dai due governi d’emergenza dei quali hanno generato l’insediamento. Ma, come si è visto, non mancano i connotati comuni, anche dei quadri internazionali dove i due governi sono intervenuti. Qualcuno di questi connotati potrebbe accentuarsi nel prossimo futuro e, soprattutto, alcune differenze potrebbero ridursi, sparire o perfino invertirsi, facendo ridiventare molto più simili i cicli di aggiustamento. Se dopo l’estate del 2011 i tassi di interesse europei si sono mossi sempre solo al ribasso, oggi cominciano a percepirsi previsioni di un loro rialzo, già in corso negli Stati Uniti e, prima ancora, di una diminuzione dei titoli governativi acquistati dalle banche centrali. L’enorme aumento dei debiti pubblici non potrà continuare e l’Unione europea sta preparando la riattivazione di un patto di stabilità, seppur profondamente riformato.

Per evitare che il vento favorevole che sta accompagnando l’azione del governo italiano giri a nuova tempesta occorre sperare che, nel ciclo internazionale, l’inflazione rimanga moderata e le restrizioni monetarie e fiscali possano essere graduali e parallele alla ripresa della crescita. Ed è indispensabile il successo degli interventi e delle riforme strutturali del Pnrr per una ripresa decisa, credibile e sostenibile della produttività e della crescita reale. Dopo il 2011 la crescita fu negativa e molto peggiore di quella implicita negli interrotti piani del governo Monti, mentre il debito pubblico crebbe di ben 15 punti in rapporto al Pil prima della pandemia che lo ha elevato di altri 20 punti. Ora serve che le cose vadano in senso opposto. Investimenti innovativi e lungimiranti, profonde riforme e disciplina di bilancio saranno a lungo un obbligo e disegneranno percorsi di politica economica difficili da decidere, per i quali non sarà facile ottenere applausi politici immediati. Resta da vedere quanto “tecnici” dovranno essere i governi per guidare il paese su percorsi siffatti.

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