L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 luglio 2021

Costringere alla vaccinazione sperimentali i ragazzini è un obbrobrio di una violenza inaudita

Draghi chiede il sacrificio di Isacco


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Più che l’età dell’incertezza, ormai superata grazie alle granitiche convinzioni dei pensatori, dei sacerdoti e dei decisori imperiali, questa pare essere l’età dei paradossi.

Uno di questi consiste nell’aspirazione generalizzata all’immortalità ben rappresentata dal mito dell’eterna giovinezza di levigati e tiratissimi Highlander, conquistata per via chirurgica o chimica e riservata a chi può permettersela tanto di essere indenne anche da rischi pandemici, cui però fa riscontro l’accelerazione alla crescita dei figli e nipoti, promossa addobbandoli in estrose repliche dei outfit genitoriali, favorendo faticose carriere competitive nello showbusiness o nel campetto di calcio, occupando le loro giornate con corsi, lezioni, attività sportive, in modo da non subire la frase fatidica: mamma mi annoio, cosa faccio?, allestendo fin dall’infanzia il loro futuro di ceto dirigente avido e ambizioso.

Così a ragazzini costretti precocemente ad essere adulti in competizione per assicurarsi le prerogative promesse al capitale umano, corrispondono “grandi” che si aspettano l’indulgenza dovuta agli adolescenti.

Non si sa ancora come l’incidente della storia interverrà su queste relazioni messe alla prova da distanziamenti, isolamento, coabitazione coatta, smartworking e Dad.

Ma c’è da sperare che i genitori di tutti i ragazzi che hanno più di 12 anni, leggendo le misure forse non “obbligatorie”, ma fortemente raccomandate, all’origine del Green Pass, riacquistino il necessario senso di responsabilità difendendo i figli da una costrizione indiretta ma incontrastabile, se le licenze ammesse dal lasciapassare prevedono che il salvacondotto debba essere esibito già dai tredicenni per accedere a eventi sportivi, fiere, congressi, musei, parchi tematici e di divertimento, centri termali, sale bingo e casinò, teatri, cinema, concerti, per sedersi ai tavoli al chiuso di bar e ristoranti e a piscine, palestre, sport di squadra, centri benessere, limitatamente alle attività al chiuso, pena essere legati fuori alla catena prevista per il migliore amico dell’uomo.

Tanti si sono sottoposti al vaccino specificamente caldeggiato per gli anziani, dopo aver compiuto una valutazione del rapporto tra rischi e benefici, contando sul fatto che gli effetti indesiderabili si possano verificare dopo anni e che, in considerazione del fatto che dopo un anno e mezzo non esiste un vero e proprio protocollo terapeutico per la cura del Covid, toccava prestarsi a una sperimentazione i cui effetti avversi potevano presentarsi quando il prodotto aveva avuto successo e il paziente era già morto.

Ma ora si costringono alla vaccinazione ragazzini che, a detta di una vasta platea di clinici, non subiscono danno dal Covid, che qualora si manifesti è in forma lieve e senza conseguenze, con un vaccino genomico sperimentale di cui non si conoscono gli effetti avversi sul medio e lungo periodo.

Ma ora si vogliono persuadere i genitori a una decisione dalle ricadute imprevedibili per proteggere adulti e anziani che sono già stati sottoposti alla vaccinazione e che quindi dovrebbero essere “protetti” e al riparo.

Ma ora ci vogliono convincere della bontà di una esistenza medicalizzata, di una salute conservata a patto di essere eterni potenziali malati che si aggiudicano l’immortalità promessa dal progresso grazie al ripetersi di somministrazioni, al reiterarsi di altri rischi resi necessari dal contrasto imperfetto di quello originario.

Anche misurando in un’infima percentuale le vittime di reazioni avverse nell’immediato – sugli anni a venire è arduo fare ipotesi- si vuole davvero correre il rischio che sia il proprio figlio o nipote quello zero per cento sfortunato?

Non è un paradosso che per la prima volta nella storia dell’umanità, si metta a repentaglio la salute e la vita delle giovani generazioni per proteggere quelle più anziane che a sentire la comunità scientifica autorizzata a comunicare all’unisono con le autorità politiche e militari, sarebbero già tutelate dai vaccini?

Dal primo giorno sono restia a impiegare le figure retoriche in auge presso i disobbedienti che parlano di dittatura sanitaria alla pari con i sostenitori delle misure governative che applicano le antiche procedure tiranniche per via dell’emergenza sanitaria: da anni subiamo le conseguenza di un totalitarismo che ha impiegato una crisi economica per convertirla in apocalisse sociale, da gestire con pratiche eccezionali, leggi speciali, in nome di una necessaria austerità che condannava alla rinuncia di diritti e garanzie, al sacrificio di gran parte dei benefici conquistati con le lotte dei lavoratori per assicurarsi il minimo sindacale di assistenza, cura, servizi e previdenza.

Da anni veniamo persuasi dell’ineluttabilità del sacrificio per meritarci la sicurezza, del bene della precarietà per conservarci un reddito, dell’abiura della dignità per tenerci il posto.

Ma non è chiedere troppo prestarsi al sacrificio biblico dei propri figli per andare in pizzeria, per mandarlo a fare ginnastica in palestra, per portarlo al museo di storia naturale, per andare in vacanza? perché ormai il messaggio del presidente, che ha voluto mostrarci il suo sorprendente istinto istrionico regalandoci una performance nei panni di un Savonarola e di un piagnone bigotto e ricattatore che esige l’obolo, ha perso gran parte del suo contenuto morale per arrivare al cuore dei possessori di seconde case, a chi si lamenta perché ha pagato un anno di fitness anticipato e adesso pretende zumba e pilates, a vuole mangiarsi i canederli dentro alle confortevoli salette di una baita cortinese.

Chissà se chi ha rinunciato tante volte e ben prima del Covid al rispetto di se stesso, sarà capace di rispettare e far rispettare i suoi figli.

Nessun commento:

Posta un commento