L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 luglio 2021

La Cina accarezza il suo popolo, l'Occidente li bastonano

Giovedì, 1 luglio 2021

Cina, Xi celebra il centenario PCC e avvisa il mondo: "Ascesa irreversibile"

Il presidente cinese rivendica l'unicità del percorso di Pechino e fissa gli obiettivi futuri in un percorso "irreversibile" che il mondo deve accettaredi Lorenzo Lamperti


Al primo Congresso del 1921 erano in 13 delegati a rappresentanza di poco più di 50 iscritti. Erano i rappresentanti di una neonata forza politica attiva più che altro nell'organizzazione di scioperi che non nella lotta per il potere politico in una Cina che ancora non era Repubblica Popolare, ma era ancora la Repubblica di Cina nazionalista che si sarebbe poi trasferita a Taiwan dopo la sconfitta nella guerra civile del 1949. Era una Cina nel bel mezzo di quello che sarebbe poi stato definito "secolo delle umiliazioni", reduce dalla cocente delusione della sconfitta diplomatica con il trattato di Versailles del 1919, quando il presidente degli Stati Uniti Woodraw Wilson tradì le speranze cinesi sulla restituzione dello Shandong, provincia dall'alto valore strategico e simbolico (vi nacque Confucio).

Cento anni dopo il Partito Comunista Cinese ha oltre 95 milioni di membri e guida con mano ferma una Cina forte e sicura di sé. Una Cina che non nasconde più le proprie ambizioni, non prova più a dimenticare la sua storia ma semmai opera un audace mix tra la sua tradizione millenaria e l'ideologia marxista-leninista che la sua leadership dice di voler continuare a implementare e ad adattare alla Cina, creando quel singolare "socialismo con caratteristiche cinesi" che le sta consentendo di contendere agli Stati Uniti il primato globale. Un primato che, a livello economico, passerà presto di mano da Washington a Pechino, destinata a diventare prima economia mondiale nei prossimi anni.

Cina, centenario del Partito comunista: il discorso di Xi

Xi Jinping ha chiuso le celebrazioni del centenario del Partito con un solenne discorso di oltre un'ora, pronunciato dal rostro di piazza Tianan'men. Il luogo che nel 1989 è diventato la tomba di tanti giovani che chiedevano riforme politiche dopo quelle economiche lanciate dal "piccolo timoniere" Deng Xiaoping nel 1980. E invece il Partito ha rafforzato ulteriormente la sua posizione al centro dello Stato, rendendolo un binomio indissolubile tanto che non è più possibile definire dove finisce il Partito e dove inizia lo Stato perché i due sono diventati una cosa sola.

Nel suo discorso, Xi ha rivendicato l'unicità del percorso cinese. Ha ribadito che il marxismo è "l'anima del partito", sostenendo che l'ascesa economica cinese dimostra che funziona ancora oggi. Il socialismo con caratteristiche cinesi è stato l'ingrediente vincente per raggiungere il risultato storico dell'eliminazione della povertà assoluta e della realizzazione di una "società moderatamente prospera" in tempo per il 2021 e il centenario del Partito, nonostante la pandemia da Covid-19 che da potenziale cigno nero per Xi si è trasformato in una grande opportunità per esaltare l'efficacia della gestione sanitaria del governo, soprattutto in confronto alle inefficienze dimostrate dalle democrazie occidentali e in particolare dagli Stati Uniti.

Da società moderatamente prospera a società armoniosa

Lo sguardo di Xi è rivolto al futuro. Nel suo discorso ha citato gli altri obiettivi previsti per il futuro, a partire da quello di realizzare una "società armoniosa" e un paese "socialista forte, civile, moderno e democratico". Sì, perché il Partito comunista non ha mai rinunciato a parlare di "democrazia", così come di "diritti umani". Ma intende i due concetti in maniera molto diversa dall'occidente. L'obiettivo della "società armoniosa" è da raggiungere entro il 2049, anno del secondo grande centenario, quello della Repubblica Popolare.

A metà strada c'è il 2035, anno entro il quale Xi dovrà completare la sua eredità politica. Un'eredità che lui sogna possa essere il completamento di quella che Pechino definisce "riunificazione nazionale". Dopo aver prepensionato l'autonomia di Hong Kong, basata sul modello "un paese, due sistemi", nel mirino c'è Taiwan. Anche in tal senso va letto il discorso di Xi in riferimento alla necessità di modernizzazione delle forze armate. E' proprio intorno all'isola che si gioca la più delicata partita geopolitica globale, in grado di decidere anche le sorti dello stesso Partito sia sul piano internazionale sia sul piano interno.

I messaggi di Xi all'interno e all'esterno

Xi ha rivolto diversi messaggi anche verso l'esterno. “Qualsiasi tentativo di dividere il partito dal popolo cinese è destinato a fallire”, a ribadire che il Partito è il centro di tutto e che nessuno deve illudersi di avanzare l'idea di un cambio di sistema politico in Cina, ipotesi suggerita più volte nell'ultimo anno dagli Stati Uniti. La Cina è più forte grazie al Partito, la Cina è unita grazie al Partito, la Cina si fa rispettare dal mondo grazie al Partito. Sì, perché la Cina "macellata e vittima di bullismo è finita per sempre" e il "grande ringiovanimento della nazione è un percorso storico irreversibile".

Forti i toni coi quali il presidente cinese ha ribadito che la Cina non vuole imporre il proprio modello nel mondo (implicitamente criticando l'esportazione della democrazia americana) ma che allo stesso tempo esige rispetto. "Non abbiamo mai prevaricato popoli di altri paesi e non lo faremo mai, e non permetteremo a forze straniere di prevaricarci, opprimerci o soggiogarci", ha detto Xi. "Chiunque osi farlo" dovrà fronteggiare "un muraglia di acciaio forgiata da oltre 1,4 miliardi di persone".

Messaggio chiaro: caro occidente, l'ascesa cinese è irreversibile e devi accettarla. Ti sei illuso che ci avresti cambiato e modellato a tua immagine e somiglianza. Così non è stato, così non è, così non sarà.

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