L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 31 luglio 2021

La Russia non scappa


30 LUGLIO 2021

La Russia non dimentica la Siria né il Medio Oriente. La scorsa settimana, il contrammiraglio Vadim Kulit, vicecapo del Centro di riconciliazione dell’esercito russo in Siria, ha confermato all’agenzia Tass che sistemi di fabbricazione russa utilizzati dai militari siriani hanno intercettato tutti e quatto i missili lanciati da due F-16 israeliani nei pressi di Homs.

Un’affermazione che sa di avvertimento e che preoccupa non poco i comandi israeliani. La conferma pubblica da parte di Mosca indica che la Siria è ancora totalmente inserita all’interno della strategia russa. E che gli attacchi sul territorio siriano non saranno tollerati qualora si avvicinino troppo alle forze armate russe.

La mossa non è piaciuta a Israele, che ha però voluto evitare risposte ufficiali. I comandi dello Stato ebraico hanno preferito il silenzio, complice il fatto che i rapporti con i russi, almeno per quanto riguarda i raid in Siria, sono da tempo tesi. L’incidente che provocò l’abbattimento di un aereo russo nei pressi di Latakia ha avuto seri contraccolpi nei rapporti tra le due Difese. E se all’epoca ci vollero mesi per ricucire i legami, adesso nessuno ha intenzione di riaccendere le tensioni.

Tuttavia, molti osservatori si interrogano su cosa possa significare questa ferma reazione di Mosca a uno dei tantissimi raid che Israele ha compiuto e continua a compiere dall’inizio della guerra siriana.

Un dato è certo: i russi difficilmente parlano senza soppesare le parole. I comunicati della Federazione sono sempre molto chiari. E se la Difesa dà il via libera al rilascio di alcune dichiarazioni, è certo che la Russia voglia mandare un segnale. Tutto sta però a capire verso chi si sia rivolto questo avvertimento.

Di certo Israele è il primo obiettivo delle frasi di Kulit. Se un alto ufficiale dice che i sistemi di fabbricazione russa (ma utilizzati da Damasco) hanno fermato un raid nei pressi di Homs, vuol dire certamente che è preferibile che i caccia dell’aviazione ebraica non si avvicinino in quell’area. Un monito verso un dinamismo israeliano che a Mosca piace sempre di meno, ma che non è gradito – sembra – nemmeno all’amministrazione statunitense. Fonti russe del quotidiano arabo con base in Gran Bretagna, Asharq al-Awsat, hanno riferito di una condivisione dei timori russi da parte della Casa Bianca durante i colloqui tra Joe Biden e Vladimir Putin a Ginevra. Cosa che gli analisti israeliani, in particolare su Haaretz, sembrano non condividere in toto.

L’avvertimento nei confronti di Israele non sembra però essere l’unica chiave di lettura. La Russia in Siria non parla solo allo Stato ebraico, ma anche all’Iran e a tutte le forze coinvolte in Medio Oriente. Alcuni osservatori, come riferito da Al Monitor, puntano sulle parole utilizzate in quel comunicato. Innanzitutto perché i sistemi non sono anti-aerei (gestiti esclusivamente dai russi) ma anti-missile. Il comunicato parla di Buk-M2E utilizzati dalle truppe di Damasco, e c’è chi vede in queste frasi anche una sorta di dimostrazione delle qualità dei sistemi di fabbricazione russa in vista di una possibile vendita all’Iran. Questo spiegherebbe, per alcuni analisti israeliani, la pubblicità data alla notizia.

Il messaggio però potrebbe essere ancora più complesso. Mostrare di aver intercettato missili israeliani in un Paese mediorientale significa innanzitutto ribadire di avere molto a cuore – e pubblicamente – i legami con i partner locali. L’immagine che vuole dare la Russia non è solo di una potenza in grado di proteggere i propri interessi ma anche di una potenza che non abbandona gli alleati. Un segnale che può significare non solo quello di considerare la Siria un proprio partner privilegiato, ma anche per tenere alla lontana chiunque provi a inserirsi senza preavviso e senza accordo con il Cremlino nella ricostruzione del Paese devastato dalla guerra. O per ribadire che è la Russia a fare da ombrello agli attacchi verso il territorio siriano e da garante per la pace (anche come avvertimento per chi si avvicina troppo all’Iran).

Infine, l’annuncio russo si inserisce in un contesto di generalizzato disimpegno americano. L’Afghanistan assiste a una ritirata che ha il sapore della sconfitta. In Iraq, gli Stati Uniti non vogliono più usare gli uomini sul campo di battaglia. Qualcuno inizia anche a considerare il ritiro definitivo delle unità dalla Siria, anche se le fonti dell’amministrazione Biden e della Difesa Usa hanno negato a Politico che i berretti verdi abbandonino questo teatro.

Di fronte a questa rivoluzione dell’impegno militare statunitense, la Russia sembra voler ribadire di non avere alcun interesse ad abbandonare la regione né tanto meno gli alleati. Soprattutto per il timore che il caos prenda il sopravvento come già sta avvenendo in Afghanistan. Un inferno di potenze locali in lotta tra loro che a Mosca conoscono bene e che non vogliono si espanda dall'Asia centrale fino al Mediterraneo orientale. Terreno fertile per nuove alleanze e rafforzamento della leadership, ma anche per nuove “guerre infinite”.

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