L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 luglio 2021

L'influenza covid resuscitata, va e viene secondo le esigenze della politica monetaria che non può ASSOLUTAMENTE far smettere il gioco al Casinò di Wall Strret altrimenti tutto cadrebbe come birilli e le rivolte sociali sono sempre lì, dietro l'angolo, e questa volta le sue violenze sono innarrestabili

SPY FINANZA/ Quanto manca all’introduzione di uno green spread?

Pubblicazione: 29.07.2021 - Mauro Bottarelli

Quanto ci vorrà prima che il concetto di green pass, ormai esteso a praticamente tutti gli ambiti della via quotidiana di ogni età, si tramuti in green spread?

Pixabay

Da orwelliana, la situazione globale legata alla pandemia si è evoluta rapidamente in kafkiana. Oggi, poi, è ufficialmente entrata nella fase di omaggio al talento di Ionesco. Solo il teatro dell’assurdo, infatti, può spiegare la schizofrenia generale attorno alla variante Delta, quasi un motore immobile che accomuna mezzo mondo in nome dell’emergenza ciclica. A partire dagli Usa, dove in perfetta contemporanea con l’inizio della due giorni di Comitato monetario della Fed, il Cdc – la massima istituzione sanitaria del Paese – ha cancellato con un colpo di spugna settimane di retorica vaccinale e trionfalismo sanitario della Casa Bianca, raccomandando il ritorno all’uso della mascherina in tutti i luoghi al chiuso. Anche per le persone che hanno già ricevuto la doppia somministrazione. E anche nelle scuole, per tutti: insegnanti, personale, alunni e visitatori. Il motivo? La variante Delta sta correndo. Tanto che il medesimo Cdc ritiene che attorno al 14 agosto si raggiungerà il picco di nuovi contagi giornalieri: di fatto, a due settimane dal meeting di Jackson Hole, l’America sarà in piena nuova emergenza. Chiaramente, solo una coincidenza.

Ma gli Usa non sono l’unico epicentro di contraddizioni. Regno Unito, India e da ultimo Indonesia, da almeno una settimana, stanno fornendo un trend a flip-flop di dati relativi ai contagi tale da rendere la statistica una scienza inutile, mentre il Giappone prosegue le sue Olimpiadi dimezzate nonostante il record di nuovi casi giornalieri appena registrato. Ma anche l’Italia, di suo, offre alcune chicche. Se infatti ora il focus del green pass pare spostato con decisione sul comparto scuola e sui mezzi di trasporto, stupisce come nessuno senta la necessità di mettere sul tavolo la semplice proposta di reintroduzione temporanea dell’uso della mascherina all’aperto. Semplicemente perché, caso più unico che raro, almeno una concordanza esiste in questa entropia di tesi e scenari: la variante Delta contagia moltissimo e in maniera molto più rapida e violenta delle precedenti. Quindi, perché non affiancare al vaccino – il quale richiede tempi relativamente lunghi di somministrazione, non fosse altro per il reperimento di dosi sufficienti alla platea degli under 19 – la temporanea reintroduzione di quel presidio cautelare immediato, efficace e a bassissimo costo? Chissà.

Di fronte a uno scenario simile, mi scuserete, si fa quindi largo una provocazione: quanto ci vorrà prima che il concetto di green pass, ormai esteso a praticamente tutti gli ambiti della via quotidiana di ogni età, si tramuti in green spread e veda gli istituti bancari, le assicurazioni, le società di carte di credito e le finanziarie fissare rating ad hoc, corrispettivi sanitari della classificazione creditizio Fico esistente in America (rivelatasi totalmente inutile nello scandalo subprime, tra l’altro)? Se non sei vaccinato, di fatto corri maggiori rischi di ammalarti e far ammalare. Quindi, è sensato applicare un premio maggiorativo al tuo prestito, mutuo, conto corrente e credito al consumo. Perché sei maggiormente – almeno a livello potenziale – esposto a rischi di insolvenza sul tuo debito, visto che se finisci all’ospedale o comunque non puoi lavorare per motivi di salute, diventa vettore anche di sofferenze e incagli.

Sembra paradossale, è vero. Ma torniamo con la mente a soltanto tre mesi fa, quando il Covid pareva un lontano ricordo grazie alla cavalcata vaccinale del mondo occidentale, degna della Cavalcata delle Valchirie in Apocalypse Now: chi avrebbe scommesso un euro sul ritorno in grande stile dell’emergenza, così come la vediamo oggi in mezzo mondo, Usa in testa? Ma, soprattutto, chi avrebbe mai pensato all’ipotesi di green pass per andare al cinema, a teatro, al ristorante, al museo, allo stadio? Persino al bar. E, sopratutto, per muoversi con i mezzi pubblici o di lunga percorrenza. Addirittura – stando almeno alla mezza proposta, mai del tutto ritirata da Confindustria – per andare in fabbrica o in ufficio, pena possibile licenziamento, trasferimento o sospensione. Nessuno. Per tutti, il Covid era morto. Più o meno clinicamente. La luce in fondo al tunnel ormai era a portata di mano, i suoi raggi cominciavano a rendere i profili del reale nuovamente dilatata e non più simili a un lungo corridoio di restrizioni. Invece, tutto da capo. Anche per le Banche centrali, di fatto.

In attesa della Fed, chi scommetterebbe su un taper, dopo la raccomandazione del Cdc statunitense sull’uso della mascherina? E in Europa, dove persino la rigorista Germania ha ammesso di non poter escludere nuove restrizioni in arrivo, come potrebbe la Bce soltanto azzardare una normalizzazione? Più la crisi si protrarrà, più l’economia ne patirà le conseguenze. Al netto dei “colli di bottiglia” sulla supply chain globale che già stanno inferendo colpi letali alle produzioni industriali e manifatturiere globali, come certificato dal tonfo inaspettato dell’indice IFO tedesco di luglio. Altro che rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione, qui se la situazione peggiore occorrerà andare ancora di più in negativo (ci regaleranno i soldi per sostenere la DOMANDA).

E al netto dei vari tiering posti in essere dalle Banche centrali, gli istituti di credito come possono tamponare le perdite per quella discesa sotto zero che appare ormai il new normal? Da tempo, alcune banche in Europa come negli Usa hanno cominciato a caricare appunto costi extra sui conti correnti di un certo ammontare. Ma non basta. Differente sarebbe se quel premio di rischio divenisse appunto un green spread di massa, applicabile in questo caso a chi si rifiuta di vaccinarsi.

E se anche l’orizzonte temporale del virus, almeno speriamo, appare troppo breve per rendere strutturalmente operativa una scelta del genere, quanto sta accadendo mostra i profili di un’enorme prova generale di accettazione collettiva di manovre di emergenza. Se non sarà il vaccino, sicuramente qualche altra conditio sine qua non scatenante di emergenzialità sociale salterà fuori per giustificare un extra che verrà caricato a garanzia sui costi di gestione del conto, sullo spread applicato al mutuo o al prestito, sulle condizioni della carta di credito – il plafond mensile, ad esempio – o sul Taeg del credito al consumo per acquisti rateizzati.

Il Covid sta operando probabilmente da apripista. Anzi, quasi certamente. E lo sta facendo alla velocità della luce. Soltanto a fine maggio, parlare di green pass per prendere l’autobus, fare sei fermate e andare al lavoro sarebbe stato argomento sufficiente all’evocazione di un Tso: oggi è realtà. Condivisa dalla maggioranza dei cittadini spaventati e grandemente sponsorizzata dai media. Talmente tanto da generare istinti pavloviani di criminalizzazione e marginalizzazione sociale e politica per chiunque osi argomentare in senso opposto, al netto di bestialità no-vax e anti-scientifiche con cui tocca fare i conti. Se il Qe deve essere perenne, altrimenti salta tutto, le Banche centrali non bastano più. Occorre che tutti facciano la loro parte, occorre cominciare a guadagnarsela l’helicopter money. Con una bella partita di giro sui diritti minimi e una logica da trucco delle tre carte tra inflazione reale, potere d’acquisto dopato e prelievi mascherati da nuovo regime emergenziale.

Si dice che l’inflazione sia una tassa che i poveri non possono né permettersi, né però evitare: il Qe è peggio, molto peggio. È l’illusione della ricchezza a costo zero, mentre invece ci dissangua silenziosamente per finanziarla. Non solo di reddito e di risparmio, bensì anche di libertà. Materia degna di Ionesco, appunto.

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