L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 1 luglio 2021

Per anni siamo stati costretti a subire le parole d’ordine e le frasi fatte dei ricchi, sul debito, sull’essere vissuti al di sopra dei propri mezzi, sull’ utilità dei licenziamenti per i lavoro, sull’ineffabile bontà del precariato, sull’orrore del debito, sull’esportazione della democrazia a suon di bombe, esposti al terrorismo sul terrorismo, spesso solo presunto, e via andare di stupidaggini.

Dai Pentagon papers al covid, crociera sul Mar di Merda



Mezzo secolo fa, proprio nei giorni di fine giugno del 1971 il New York Times cominciò a pubblicare i Pentagon papers, ovvero i documenti segreti sulla guerra del Vietnam, che rivelavano le stragi di massa perpetrati dalle truppe americane e che portarono sostanzialmente alla fine della guerra. Per renderli pubblici ci fu una durissima battaglia legale perché il presidente Nixon non voleva assolutamente la loro diffusione nonostante la documentazione messa insieme originariamente per volontà del segretario alla difesa Robert McNamara con l’intenzione di passarla a Robert Kennedy, si riferisse a fatti avvenuti sotto le precedenti amministrazioni. La cosa che svelavano i Pentagon papers era che la guerra, iniziata per sottrarre il Vietnam all’influenza cinese deprecata da Washington in quanto comunista, ma ache temuta dopo le inaspettate batoste prese dai marines in Corea, era proseguita in sostanza al solo scopo di evitare una sconfitta militare umiliante: per questo furono sacrificate molti milioni di vite sia direttamente che indirettamente. In realtà si trattò di un impresa giornalistica assai più importante del successivo Watergate, ma che si è cercato di nascondere il più possibile negli anni successivi.

Ma non è di questo che mi preme parlare quanto della sentenza con cui la Corte suprema Usa permise la pubblicazione e in particolare il parere del giudice Hugo Black che affermò la prevalenza assoluta della libertà di stampa su qualsiasi altro interesse: «Soltanto una stampa libera e senza limitazioni può svelare efficacemente l’inganno nel governo. E di primaria importanza tra le responsabilità di una stampa libera è il dovere di impedire a qualsiasi parte del governo di ingannare le persone e di inviarle all’estero in terre lontane, a morire di febbri straniere e sotto le bombe ed il tiro nemico». A sentirle oggi questa cose fanno venire i brividi visto che l’unica vicenda simile è stata quella di Wikileaks che sappiamo come è finita e che ha visto la stampa “libera” fare combutta col governo, cosa che già denunciava la mutazione intervenuta nel frattempo . Dopo i Pentagon Papers di fatto la libertà di stampa non è mai più stata esercitata in modo così ampio e da qualche anno non è più esercitata affatto, anzi assistiamo al fenomeno esattamente contrario, ossia all’arruolamento di tutta l’informazione dalla parte del potere. Man mano infatti che la ricchezza e le risorse sono finite in poche mani ridisegnando la mappa della governance in un ibrido tra istituzioni e poteri privati ormai distantissimo dalla democrazia , la stampa, le televisioni e poi la rete sono finite sotto la proprietà di quelli stessi personaggi si cui dovrebbero “controllare” le mosse.

Il fatto è che in tutto l’occidente la libertà di informazione, che è la colonna portante principale della democrazia, deriva unicamente dalla libertà di parola concessa ai singoli ed è dunque per così dire un diritto derivato senza esplicite tutele per un suo effettivo esercizio, esposto a qualsiasi pericolo: così quando il potere ha finito per coincidere con la proprietà delle testate o delle emittenti si è chiuso il cortocircuito e per anni siamo stati costretti a subire le parole d’ordine e le frasi fatte dei ricchi, sul debito, sull’essere vissuti al di sopra dei propri mezzi, sull’ utilità dei licenziamenti per i lavoro, sull’ineffabile bontà del precariato, sull’orrore del debito, sull’esportazione della democrazia a suon di bombe, esposti al terrorismo sul terrorismo, spesso solo presunto, e via andare di stupidaggini. E ora siamo presi per la gola da una mistificazione sanitaria delle più assurde che basterebbe niente per decostruire e dipingere nella sua evidenza di balla planetaria, ma invece tutta l’informazione non è tesa a fare altro che a demonizzare il brandelli di verità attribuendoli ad un’estrema destra di fantasia, non quella reale che il potere da cui dipendono ha instaurato in molti Paesi, ma una semplicemente nominale per deplorare ed esorcizzare qualcosa senza dover dare spiegazioni che non si è in grado di dare. In cinquant’anni si è passati dalla battaglia per la pubblicazione dei Pentagon papers, al silenzio imbarazzato e complice sul caso Assange all’odioso chiacchiericcio di bricconi passacarte. La libertà di stampa è qualcosa di delicato, come quegli organismi che vengono immessi in un ambiente per controllarne l’inquinamento: non possiamo che constatare di essere in un mare di merda.

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