L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 8 luglio 2021

Predomina l'ideologia dell'intolleranza in nome della tolleranza

Invasamentum

Maurizio Blondet 8 Luglio 2021

Vedo su La 7 Niki Vendola, chiamato “cattolico” dalla presentatrice, sbavante di odio sibilare che – a proposito delle obiezioni del Vaticano sul ddl Zan – “la Chiesa deve solo chiedere perdono per i roghi dei sodomiti dell’Inquisizione”, e capisco che la narrativa gay è diventata totalitarismo psichiatrico d’acciaio, assolutamente intollerante, chiuso ermeticamente di ogni obiezione e della ragione. Siamo entrati anche in Italia, in Europa, nella fase d’invasamento del totalitarismo woke che ha invasato gli Stati Uniti. Saranno dolori estremi.

Del resto se ne sono visti i prodromi nel consesso burocratico, quando il primo ministro olandese, Rutte, omosessuale militante, ha sbavato prima del vertice : “Il mio obiettivo è mettere in ginocchio l’Ungheria su questo tema”. E, al vertice stesso, Rutte ha minacciato che l’Ungheria “deve abrogare” la sua (presunta) “legge anti-gay” e rispettare i diritti umani fondamentali, “che non sono negoziabili – o devono uscire [dall’Unione]”.

Rutte ha martellato e martellato che la (presunta) legge “anti-gay” di Orbán “contraddice seriamente i valori che l’Europa rappresenta”, e ha insistito sul fatto che non erano in discussione. Se l’UE non agisse ora, smetterebbe di essere un’unione di valori e diventerebbe un semplice blocco commerciale”. Il dibattito è poi sceso nel molto personale ed emotivo: il primo ministro lussemburghese Xavier Bettel, che è sposato con un uomo, ‘organizzatore della lettera di 17 stati contro Orban, ha pianto istericamente rivolgendosi ad Orban con queste parole: “Ci conosciamo da otto anni, ma questo mi ferisce. Non sono diventato gay. Sono nato così. Non è una scelta… Mia madre mi odia per questo. Questo [il progetto di legge ungherese] è pessimo; è stigmatizzante. Questa è una linea rossa. Si tratta di diritti fondamentali, il diritto di essere diversi”.

Questo diapason di infezione psichica collettiva che ha preso gli oligarchi europeisti e le loro militanze di potere, è descritto e colto da Alastair Crooke per quello che è. Secondo lui, l’ostilità verso Orban e verso i governi polacchi, “l’ inizio di questa ‘guerra’ risale agli anni ’90, quando l’Ungheria e la Polonia “guidarono l’Europa orientale nella passaggio shock all’economia di mercato, privatizzando e smantellando persino oltre ciò che i loro consiglieri occidentali richiedevano. Ma in termini culturali, la destra polacca e ungherese hanno scelto una linea più conservatrice. Piuttosto che aprire i confini della sua nazione per compensare il declino della popolazione, Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, ha considerato la famiglia nucleare come la via chiave per stimolare la crescita nazionale. Dal 2010, che ha segnato l’inizio del ruolo di primo ministro di Orbán , il numero di matrimoni tra ungheresi è aumentato dell’89,5%; e il tasso di fertilità è in aumento. In tal modo Ungheria (e Polonia) sono allontanati dalla promozione UE del cosmopolitismo come suo fine culturale primordiale, da realizzarsi attraverso frontiere aperte, e la conseguente mescolanza volontaria di un gran numero di diversi popoli. Prima lentamente, oggi d’improvviso e in modo corale e totale, queste “diversità” vengono più sentite come intollerabili, e da eliminare con l’intolleranza massima, senza compromessi né addolcimenti.

In Italia lo vediamo nel rifiuto d’acciaio, da parte dell’oligarchia di potere, di discutere il disegno di legge Zan (dal nome del deputato attivista gay Alessandro Zan), dal non si dice di accogliere, ma nemmeno di ascoltare le perplessità verso la libertà di pensiero e di opinione, il voler esplicitamente bollare la violenza contro le persone LGBTQI come un crimine d’odio, equiparandolo a un’aggressione razziale o antisemita, mentre prescriveva sanzioni severe per qualsiasi violazione. Sarà votata, ne sono certo, perché il clima è cambiato e l’ora non è più alla comprensione e disponibilità. Come ha detto Salvini, la legge punirà chi «pensa che una mamma sia una mamma; e un papà è un papà”.

Una conferma che l’ideologia è diventata invasamentum l’ha scoperta la giornalista Abigail Shrier: “Tra il 2016 e il 2017, il numero di donne che hanno richiesto la chirurgia di genere è quadruplicato negli Stati Uniti. Migliaia di ragazze adolescenti in tutto il mondo occidentale non solo si auto-diagnosticano una vera condizione disforica di genere che probabilmente non hanno; in molti casi, stanno ottenendo ormoni e interventi chirurgici (tipo il taglio dei seni) secondo processi diagnostici più affrettati. Insegnanti, terapisti, medici, chirurghi e organizzazioni di accreditamento medico stanno tutti approvando queste transizioni, spesso per paura che fare diversamente venga segnalato come un segno di “transfobia”, nonostante la crescente evidenza che la maggior parte dei giovani che si presentano come finirà per desistere, e quindi questi interventi faranno più male che bene”.


La shrier ci ha scritto un libro, Irreversible Damage: The Transgender Craze Seducing Our Daughters (danno irreversibile: la fllia trans gender che seduce le nostre figlie), per scoprire che a censurarlo, diffamarlo, sabotarne la diffusione è “Silicon Valley”, i giganti che conosciamo, i GAFA, Amazon, Netflix, Microsoft..

“Da Amazon a I Am Jazz, tutti dicono loro che la transizione è la strada per la felicità, e coloro che mettono in discussione questa narrativa sono bigotti. Per cui ci sono genitori ovunque a cui le figure autoritarie – influencer, facilitatori mediatici – insegnano come devono accettare l’improvviso interesse della loro figlia a diventare un maschio, senza fare domande”.

Ma perché i miliardari censurano argomenti simili? Cosa c’entrano loro? Quale interesse difendono? Secondo Alastair Crooke lo fanno per “riaffermare profilatticamente il monopolio del potere delle classi dirigenti neoliberali”, ossia di loro, i vincenti della globalizzazione.

Il loro monopolio lo hanno sentito messo in pericolo per la prima volta da Quella gente armata e fanaticamente religiosa. Persone razziste e complottiste. Gente deplorevole. Populisti”. “Persone di cui i miliardari non hanno più bisogno. Che solo sono un freno al sistema, e da ultimo hanno interferito attivamente con esso , votando per la Brexit, eleggendo Donald Trump, rifiutando di abbandonare i loro valori tradizionali e le loro idee antiquate (ad es. sovranità nazionale, libertà di parola e biologia dei mammiferi)

Hanno votato per il “dittatore fascista nazi-nazionalista bianco-supremo-bianco- Hitler”, cioè Trump. Sono davvero – in conclusione qui – perdenti con la P maiuscola. Per i miliardari, è profilatticamente necessario “ tracciare una linea Maginot, un confine ideologico difensivo, tra ‘la verità’ come definita dalle classi dominanti, e con quella di ogni altra ‘verità’, che contraddice la loro narrazione” .

I liberali, i bien pensants — i ‘vincitori’, cioè — che leggono il New York Times e il Washington Post e ascoltano NPR e guardano MSNBC e CNN, che hanno frequentato buoni college e hanno tutti i tipi di credenziali professionali, sono abbastanza bene informati da sapere che il futuro è tutto incentrato sul capitalismo globale. E sanno che, se rispettano le regole, il capitalismo globale ha un posto per loro. Inoltre, sanno (o potrebbero facilmente capirlo) che il capitalismo globale non ha posto per i perdenti della vita”. Questo in Usa. In Europa,

Le “classi manageriali” accreditate (come quella di Bruxelles), sanno che il loro successo è in gran parte reso possibile dal loro entusiasmo per le narrazioni ufficiali. E la loro speranza collettiva è che una “narrazione” corretta fornisca loro uno spazio sicuro e duraturo. Da un lato della linea Maginot c’è quindi la società ‘normale’, il lavoro retribuito, e con l’avanzamento di carriera e tutti gli altri considerevoli benefici della cooperazione con le classi dirigenti. Oltre la linea Maginot c’è la povertà, l’ansia, la stigmatizzazione sociale e professionale e varie altre forme di sofferenza e discriminazione. “Da che parte del muro vuoi stare? Ogni giorno, in innumerevoli modi, a ciascuno di noi viene chiesto, e deve rispondere a questa domanda. Conformati, e c’è un posto per te dentro. Rifiuta, e… beh, buona fortuna là fuori .”

Così, quando a Davos è stato svelato il Re-set , la ‘Nuova Normalità’, milioni di persone stavano già vivendo una realtà in cui i fatti non contavano più , dove sono accadute cose che non sono mai accadute ufficialmente. E altre cose che ovviamente sono accadute non sono mai accadute: non ufficialmente, cioè – erano teorie del complotto di “estrema destra” , “fake news” o ” disinformazione ” .

Non è un caso che Donald Trump si è messo a capo di una class action giudiziaria contro Twitter, Facebook e Google (per Youtube) e i loro amministratori delegati, accusandoli di silenziare le voci conservatrici e dichiarandosi vittima di censura.

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