L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 luglio 2021

Quegli euroimbecilli al governo che non sanno che il Meridione è una risorsa, come sempre rapinano a mano bassa il Sud e poi hanno anche la sfrontatezza di dire che la responsabilità è nostra

RECOVERY, SCIPPO AL SUDLa denuncia del vescovo calabrese di Napoli Domenico Battaglia: «Nel Pnrr manca il Meridione»

L'alto prelato ha scritto una lettera aperta che appare come un grido di dolore: «Si crede di poter agganciare il treno dell'Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che ha reso ricco e potente il Nord»

di Redazione
21 luglio 2021 13:13

Domenico Battaglia

Una lunga lettera alla politica sullo scippo al Sud dei fondi del Pnrr. Una lettera che è un grido di dolore per un Mezzogiorno messo all'angolo e trattato come una palla al piede anziché come una risorsa. A scriverla è un uomo del sud, Domenico Battaglia: calabrese, di Satriano nel Catanzarese, e arcivescovo di Napoli. «Io sono un prete e per quanto abbia letto e studiato, e mi sforzi ancora di farlo, tutto il voluminoso dossier, così elegantemente rivestito di formule e di titoli affascinanti, che da mani a mani, dall'Europa è giunto fino a noi, avverto la sensazione che manchi ancora qualcosa, come prete e come uomo del Sud sento - vorrei tanto sbagliarmi - che a questo Piano "nazional-europeo" manchi il Sud. Manchi il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità».

In quel Piano di resilienza il Mezzogiorno, afferma l’arcivescovo, «non può essere soltanto un'area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore che ne accenderebbe altri. È il luogo, invece, dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei danni provocati, un'autentica opera di giustizia e di umanizzazione della Politica. Il luogo in cui può nascere, proprio per la consistenza delle risorse e degli strumenti europei, un nuovo modello di sviluppo fortemente proiettato alla costruzione del vero Progresso. Un modello che punti decisamente, attraverso le mani e la testa e il cuore di una classe dirigente aperta, colta, matura, "innamorata" della Bellezza, alla valorizzazione delle proprie risorse. A partire da quelle, anche umane, già presenti nel territorio, che l'emergenza planetaria, al Covid preesistente, indicano quali "salvavita". Sono le risorse che abbiamo colpevolmente dimenticato: la terra, madre sempre benigna e generosa, l'acqua sua figlia prediletta, il cielo con l'aria da "liberare", il mare da restituire pienamente alla sua grazia così ricca di beni, i fiumi da proteggere dal rischio"».

«La Politica - prosegue monsignor Battaglia - se davvero vorrà riscrivere la storia di questi territori, avendo cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili, dovrà riaccendere la fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia. Due elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle nostre comunità. Si tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i legami solidali tra i cittadini. Occorre restituire loro la dignità, e quindi l'orgoglio, di essere meridionali. Ma per farlo occorre ripensare ad un modello di sviluppo che sia integralmente sostenibile, che parta dalla consapevolezza che "tutto è connesso" riconoscendo la relazione profonda ed inscindibile tra la sfera sociale, spirituale, economica e ambientale, come pure quelle fra dimensione locale e dimensione globale».

«Ho visto, e vedo – scrive ancora -, le ingiustizie inflittegli anche da chi - a causa di un antico e reiterato preconcetto - considera il Sud una zavorra e non una risorsa, credendo di poter agganciare il treno dell'Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze per farlo diventare quel ricco e potente territorio che è. Del Sud ho visto, e vedo ancora, le terre arse e i volti di marinai e braccianti bruciati dal sole e dalla fatica " tradita". E il viso triste di giovani in attesa. Uno sguardo triste il loro, ma non domo. Ho visto pure le solitudini degli abbandoni. E la condizione di isolamento, territoriale oltre che economico e politico, in cui il Sud viene ancora tenuto rispetto al resto del Paese per non dire dell'Europa. Un abbandono insistente, anche se talvolta mitigato da promesse insincere o che si interrompono a metà, perpetrato da un potere e da una classe dirigente troppo distanti. Se davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale intreccio di relazioni, identità ed appartenenza».

«Il compito dell'uomo che governa, per l'arcivescovo, «è davvero quello di fare della Politica la propria missione, la propria "più alta opera di carità". Oggi, non domani. Nella vita delle persone e in quella della natura, non ci sono partite da giocare ai tempi supplementari e vincere poi ai rigori, come i nostri ragazzi hanno "eroicamente" fatto in quel di Wembley, richiamando tutti al dovere gioioso dell'unità di popolo. Quell'unità sincera che commossi pur se preoccupati, abbiamo visto nello spettacolo del tricolore che ha camminato da cuore in cuore, da coro in coro, in tutte le piazze italiane. Quell'unità che io auspico, con l'ausilio di forze politiche che operino concretamente ed esclusivamente per il bene dell'Italia, permanga nel tempo del pieno recupero dell'identità smarrita. Una identità bella, la nostra, che con il buon vento del Sud voli lontano e si mescoli felicemente in quella del popolo europeo».


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