L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 luglio 2021

Se il Progetto Criminale dell'Euro riprende quota, l'Italia si avvia alla disintegrazione, a meno che non si esce da Euroimbecilandia

ECONOMIA
Giovedì, 1 luglio 2021
Non mandate Draghi al Quirinale: Super Mario ora deve riformare il Patto Ue

Dopo la messa a punto della campagna vaccinale e il varo del Recovery Plan italiano, un'altra mission centrale per il nostro Paese. Nel dopo-Merkel...di Marta Barbera


Cifra tonda: 160%. Il debito pubblico italiano sfiora livelli storici mai visti in precedenza, mentre il ritorno del Patto di Stabilità previsto per il primo gennaio 2023 si avvicina. E l’effetto immediato è chiaro: riproposizione delle vecchie regole fiscali di austerity, limite del 3% per il rapporto tra deficit e Pil e debito pubblico tendenzialmente sotto il 60% del Pil che mette le spalle al muro il nostro Paese per il Moloch da quasi 2.600 miliardi di euro da abbattere. Mission da far tremare i polsi se poi è da mettere in cantiere con la Bce in fase di riduzione degli stimoli monetari e di allontanamento dalla politica dei tassi a zero.

Il candidato alla cancelleria per la Cdu Armin Laschet

Una sorta di “ritorno al rigore”, alla vecchia e lontana “normalità”, tanto cara ai “falchi” tedeschi, così come ai rigoristi del Nord, olandesi e finlandesi in primis o ai gollisti francesi, sempre più vicini all’Eliseo dopo il ko tecnico di Emmanuel Macron e Marine Le Pen alle amministrative. Ma a mettere il freno alle ex pratiche economiche targate Ue c’è ora l’Italia in prima linea, con l'ex banchiere centrale Mario Draghi, personalità dal grande credito che all'ultimo G7 è stato incaricato di fare un'analisi economica della congiuntura da presentare agli altri capi di Stato e di governo.

Il presidente del Consiglio, nel discorso pronunciato all'adunanza solenne di chiusura dell'anno accademico dell'Accademia nazionale dei Lincei, non usa mezzi termini: è necessario riformare il Patto di Stabilità per contrastare la recessione economica comunitaria. Anche se “ ad oggi, il tasso d'inflazione all'interno della zona euro continua a rimanere basso e a richiedere una politica monetaria accomodante. Tuttavia, in futuro queste circostanze potrebbero non ripetersi se le aspettative di inflazione dovessero eccedere in maniera duratura l'obiettivo statutario della Bce”; spiega Mario Draghi.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Dunque, “a livello europeo dobbiamo ragionare su come permettere a tutti gli Stati membri di emettere debito sicuro per stabilizzare le economie in caso di recessione", sottolinea il premier. E qui il punto: “La discussione sulla riforma del Patto di Stabilità, per ora sospeso fino alla fine del 2022, è l'occasione ideale per farlo. Una risposta credibile a questo problema consentirebbe di migliorare la capacità della zona euro di rispondere alle crisi e allo stesso tempo rafforzerebbe ulteriormente l'indipendenza della Bce. Una politica fiscale espansiva non è in contrasto con la graduale discesa del rapporto tra debito e prodotto interno lordo necessaria nel medio periodo per ridurre le fragilità di una sovraesposizione", afferma Draghi.

Ricordando che “oggi è quindi giusto indebitarsi, ma questo non è sempre vero. Questo mi porta a una distinzione a cui avevo accennato qualche mese fa, tra quello che chiamo debito buono e quello che chiamo debito cattivo. Ciò che rende il debito buono, o cattivo, è l'uso che si fa delle risorse impiegate”, ribadisce il premier Draghi. Il debito tanto temuto può “unirci, se ci aiuta a raggiungere il nostro obiettivo di prosperità sostenibile, nel nostro Paese e in Europa. Ma può anche dividere, se solleva lo spettro dell'azzardo morale e del trasferimento di bilancio”. 

Le linee guida sul come riformare il Patto restano ancora ignote, ma il monito è chiaro: serve discutere per cambiare. Necessità confermata anche dal Ministro dell'Economia e delle Finanze Daniele Franco che in un’intervista al Corriere della Sera afferma: “Penso che nei prossimi trimestri dovremmo evitare una stretta prematura della politica di bilancio in Europa che rischierebbe di inficiare l’impulso alla crescita indotto dal progetto Next Generation EU”. “Credo che le nuove regole debbano evitare effetti pro-ciclici, essere disegnate in un modo che siano ragionevolmente semplici da gestire e da far rispettare. Nell’anno si troverà una soluzione: confido in questo”.

Ma le incognite sono parecchie. Dal solito nord d’Europa, in primis dalla Germania, in vista delle elezioni legislative del 26 settembre, tira un’aria diversa: il candidato alla cancelleria per i cristiano-democratici, Armin Laschet, ha già messo in chiaro le priorità: ripristinare le regole fiscali nell’Eurozona e riallinearsi al rigore pre pandemia. Così come rigettare la mutualizzazione dei debiti e di un nuovo Patto di Stabilità, considerando il Next generation Eu come uno strumento una tantum. Ma a pesare sul post Merkel saranno anche le posizioni dei Verdi, probabilmente a guida Baerbock e futuri alleati di governo, che puntano all’Unione fiscale europea, dichiarandosi favorevoli all’emissione di debito comune e a “un Patto annacquato”.

Sulla stessa scia rigorista anche il falco del nord, l’Austria, che ha alzato subito un muro di fronte alla riforma del Patto ed esclude “la possibilità che l’euro divenga una “unione di debiti”. Mentre a ovest, in Spagna, il premier Pedro Sanchez viene accusato di “scommettere sulla ripresa post pandemia solo per guadagnare consensi”.

E al centro corre l’Italia con l’ex banchiere Draghi che dopo essersi portato a casa la fetta più grande del Recovery Plan europeo: 191,5 miliardi da investire nella ricostruzione del Paese tra infrastrutture, digitalizzazione, ambiente e politiche lavorative, si appresta a giocare la carta calda del patto di stabilità in un’Europa in piena trasformazione.

Dall’addio di Merkel al prossimo arrivederci di Le Pen e Macron, fino all’ascesa verde del Nord, sarà forse Mario Draghi il mediatore nei Palazzi di Bruxelles, l’uomo in grado di colmare il vuoto di potere trascinando a una sintesi i diversi interessi nazionali in ambito comunitario? L’Italia dovrebbe scommetterci, per il credito internazionale dell'ex Bce, a meno che i partiti, con miopia, non gli consentano di giocare una partita fondamentale per il nostro Paese spedendolo al Quirinale prima del tempo.

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