L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 luglio 2021

Viva l'Italia


Posted: 14 Jul 2021 03:40 AM PDT


Ha vinto l’Italia, il popolo è esploso gioiosamente cantando l’inno nazionale e sventolando il tricolore. Così nei salotti snob è suonato l’allarme: che fare?

Contrordine compagni. Quelli che fanno sempre professione di cosmopolitismo, che tuonano contro le identità, le nazioni, le frontiere, quelli che si sentono “cittadini del mondo” e accusano gli avversari di “sovranismo”, si sono rapidamente adeguati.

D’improvviso tutti patrioti (per qualche ora). Non più bandiera della Ue, bandiere rosse o bandiere arcobaleno, ma tutti a sventolare il tricolore, perfino su quel giornale che da mesi, sotto la testata, come sfida ideologica, ha collocato la bandiera della UE (e solo quella).

E perfino sulla prima pagina di “Repubblica” dove l’editoriale di ieri, firmato da Ezio Mauro, era intitolato addirittura “La passione tricolore”. Bella espressione che – se fosse il titolo di una manifestazione del centrodestra – verrebbe immediatamente bombardata come un segnale di rozzo sovranismo, di sciovinismo e di pericoloso nazionalismo nostalgico.

Perché il vero sport prediletto di certe élite progressiste non è il calcio, ma è sempre stato l’auto denigrazione nazionale, il sentirsi anti-italiani, è il vincolo esterno, la cessione di sovranità, è la cittadinanza UE, è la filippica contro “l’Italia alle vongole” che rappresentano plebea, provinciale, rozza, corrotta, mentre gli altri popoli europei, loro sì che sono civili e seri (infatti abbiamo visto ieri come si sono comportati civilmente molti tifosi dell’Inghilterra, da decenni esaltata come esempio di fair play, di signorilità e virtù civiche).

Domenica c’è stato il cortocircuito. Tutta la narrazione anti-italiana è andata a ramengo. La nostra nazionale ha vinto meritatamente, con maestria, lealtà e spirito sportivo. Ma soprattutto gli azzurri hanno con sé l’entusiasmo di tutto un popolo.

Il fatto è che la gente comune ha ancora il forte orgoglio della propria identità italiana. I nostri concittadini in gran parte sentono la grandezza della nostra storia e dell’esserne parte. Così è il nostro popolo.

E allora sorge il problema – per i salotti illuminati – di non mostrarsi lontani da un sentimento popolare così forte in circostanze come queste.

Perciò giornali e intellettuali del mondo progressista sono corsi ai ripari sventolando anch’essi il tricolore e ripetendo che per il tifo calcistico va bene l’orgoglio patriottico e pure l’inno nazionale, ma – sia chiaro – solo per il calcio (o gli altri sport). Insomma, è ammesso sentirsi fieramente italiani, ma solo per gioco. Solo nello sport. Non nella vita reale.

Lì, nella realtà, è il centrodestra che interpreta questo profondo animo popolare, trovandosi in perfetta sintonia con la gente. Perfino negli slogan (Forza Italia, Fratelli d’Italia) e nei simboli (il tricolore sventolato sempre da Salvini e il suo “prima gli italiani”).

Non si tratta ovviamente solo di richiami sentimentali al patriottismo, ma di un’offerta politica – quella del centrodestra – basata sulla difesa degli interessi nazionali italiani (in Europa e nel mondo), sulla difesa dell’identità culturale e spirituale del Paese e pure delle sue frontiere.

Sono da considerare idee aggressive, di inimicizia verso gli altri popoli? Sottintendono razzismo e odio verso gli stranieri? Obiettivamente no. Tutt’altro. La civiltà italiana del resto è sempre stata universale, al mondo ha dato per secoli una ricchezza che è oggi patrimonio dell’umanità.

Il centrodestra vuole difendere – insieme alle nostre radici culturali – gli interessi economici degli italiani alla maniera di Enrico Mattei (padre dell’Eni), difenderli specialmente nella Ue dove in questi anni siamo stati vasi di coccio fra vasi di ferro. Del resto oggi lo stesso Draghi prova a fare così (Germania, Francia e gli altri lo fanno da sempre).

Ma non importa. Quelle idee “identitarie” del centrodestra, di promozione dell’Italia e difesa degli italiani, sembra che facciano venire l’orticaria agli ambienti progressisti.

Forse perché il problema vero della cultura progressista non è (solo) l’esistenza del centrodestra. Il problema inconfessato è l’Italia, l’esistenza di una identità italiana. Si potrebbero citare libri e interventi in proposito.

Tempo fa uscì un significativo articolo di Ernesto Galli della Loggia, sul “Corriere della sera”, intitolato: “L’identità esiste (ma a sinistra c’è chi dice no)”.

In fondo, che il calcio la faccia tornare fuori così festosamente nelle piazze e negli animi, dà molto fastidio a certi “salotti illuminati”.

Lo scrittore Alessandro Baricco, che è “un grandissimo tifoso di calcio”, ha raccontato, quando è morto Paolo Rossi, come visse la sera della gloriosa finale dei Mondiali del 1982: “ero ospite nell’ entroterra ligure di intellettuali comunisti che non sapevano assolutamente nulla di calcio. Mi sono ritrovato per tutta la partita a dover spiegare persino le regole base del gioco… E quando abbiamo vinto, intorno c’era il silenzio più totale, esultare sembrava così inelegante… Dal terrazzo vedevo le luci della costa e la gente, lontano, che festeggiava. Insomma, quel Mondiale me lo sono perso alla grandissima”.

Quella sinistra stavolta si è interessata al Campionato europeo solo perché voleva che i giocatori si inginocchiassero in omaggio a BLM. Quella sinistra è tuttora lontana dalla gente che festeggia la vittoria italiana.

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