L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 agosto 2021

Basta solo il comportamento nei confronti del Monte dei Paschi di Siena per mandare a casa questi imbecilli al governo che continuano a prenderci in giro, vogliono senza soluzione di continuità rubare i nostri soldi per regalarli a Unicredit una banca privata, per non parlare che ci accolleremo i debiti deteriorati

Mps e non solo. Buco nero Amco?



Cosa succede alle sofferenze cuccate da Amco del Tesoro? Fatti, numeri e rischi nell’analisi di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net

Oggi sul Foglio c’è un corposo commento di Ignazio Angeloni sul caso MPS e su tutti gli errori succedutisi negli ultimi lustri. In calce a questo esteso excursus, soprattutto storico, che merita leggere nella sua interezza, c’è una segnalazione per tutti i contribuenti italiani, presenti e futuri. Si tratta di una potenziale bomba a orologeria, di cui in passato vi ho più volte segnalato il potenziale ma vale la pena ribadire il concetto, soprattutto accompagnandolo con numeri.

Quando c’è bisogno di espungere sofferenze da una nostra banca, si hanno due opzioni. La prima è quella di ricorrere alle cosiddette Gacs, la garanzia pubblica sulla cartolarizzazione di sofferenze, concordata dall’Italia anni addietro con la Commissione Ue. Con le Gacs, il salame delle sofferenze viene fatto a fette con una tecnica nota come tranching, accompagnata da ordini di priorità nell’imputazione delle perdite.

IL SALAME DI NOME GACS

Dapprima le tranche più rischiose, dette equity e mezzanina, che come tali portano un maggior rendimento promesso a fronte dell’imputazione ad esse delle prime perdite registrate sulle sofferenze sottostanti. Da ultimo, la tranche cosiddetta senior, quella che rende meno perché è più sicura in quanto colpita per ultima dalle perdite, e solo in caso la mezzanina e l’equity siano state incenerite dalle medesime. Se questa “fetta” ha un rating almeno di investment grade, cioè non è spazzatura, può fregiarsi della garanzia pubblica.

I modelli statistici di perdita attesa sul sottostante delle cartolarizzazioni, hanno sin qui prodotto tranche senior molto ampie e di conseguenza porzioni rischiose piccole, di quelle che una banca può crearsi e tenersi in casa senza timore per il suo conto economico futuro. Non solo: le banche si sono spesso tenute in casa anche la porzione meno rischiosa, assistita da garanzia pubblica, spesso con rendimento positivo.

Ma nulla sappiamo della bontà dei modelli previsionali di perdita che sono alla base del dimensionamento delle fette del salame sofferente. Se le cose dovessero andare peggio delle stime, e le perdite realizzate dovessero finire a mangiarsi tutta o parte della fetta senior, il costo sarebbe a carico dei contribuenti. Lo scopriremo solo vivendo.

AMCO E I CASI DISPERATI

C’è poi una seconda via di escissione delle sofferenze dal corpo delle banche, e la si percorre nei casi più gravi, come quello di MPS o delle due banche venete. Si chiama Amco, già SGA (Società di gestione degli attivi), posseduta interamente dal Tesoro e nata per gestire le sofferenze rivenienti dal dissesto del Banco di Napoli. Ma non divaghiamo.

Amco viene quindi chiamata in causa per i casi disperati, di solito con accompagnamento piuttosto privo di senso da parte di quella parte della politica che ricorda a mo’ di cocorito che SGA riuscì a realizzare le sofferenze del Banco Napoli a valori stratosferici. Di solito questo ritornello serve a evitare che le sofferenze siano cedute dalla banca a prezzi troppo bassi, con conseguente voragine patrimoniale che qualcuno deve colmare, non prima di essere passato da Bruxelles.

Si scorda che la vicenda del Banco di Napoli nulla c’entra con le attuali condizioni del mercato delle sofferenze. Ma il punto è altro.

Riguardo MPS, in attesa che Unicredit termini la due diligence e negozi col Tesoro quanti soldi dei contribuenti serviranno per prendersela, l’editoriale di Angeloni, che sino a marzo 2019 è stato membro del Supervisory Board e del Single Resolution Board della Bce, ricorda quello che sta accadendo alle sofferenze cedute a Sga nelle more della liquidazione delle due banche venete, la cui polpa fu ceduta a Intesa Sanpaolo con robusta ed inevitabile dote pubblica. E non sono bei numeri:

Il disegno di legge del 2017, recante disposizioni per la liquidazione delle due banche, contiene stime dei valori di realizzo di quei crediti pari al 64 per cento dopo 4 anni, e al 100 per cento dopo 20 anni. Banca d’Italia, nel richiamare queste stime nel commento pubblicato allora sul proprio sito, pone l’accento sull’”approccio prudente” che avrebbe consentito a Sga di ottenere buoni realizzi, rispetto alle valutazioni troppo basse del mercato.

Dopo 4 anni, l’ultimo rapporto annuale di Amco porta ancora quei crediti a bilancio (più altri sempre delle banche venete che Intesa ha deciso di cedere successivamente in esecuzione degli accordi), attribuendovi un valore attuale del 27 per cento del nominale. Tale può essere la differenza fra stime iniziali poco prudenti e la realtà dei fatti Speriamo che quell’esempio non si ripeta.

Si parlava del famoso “capitale paziente” e della mano pubblica per impedire che un mercato malvagio e nelle mani di pochi oligopolisti finisse a depredare i nostri gioielli. E infatti, i numeri dicono che si rischia un discreto bagno di sangue per i contribuenti, differito nel tempo e fuori dai radar delle ciarle quotidiane della politica.

Come noto, il topos narrativo più amato dalla politica, specie se italiana, è quello del momento non giusto per fare qualcosa. Come l’annuncio dell’accesso di Unicredit ai conti del Paschi. “Ma proprio adesso, a soli tre mesi dalle elezioni suppletive a Siena, a pochi mesi dall’elezione del nuovo capo dello Stato, ad appena due anni dalla fine della legislatura e quando mancano solo 41 anni al prossimo passaggio della Cometa di Halley? Ma non vedete che si tratta di una mossa a orologeria, eh? Eh?”

L’unica orologeria, con annesso esplosivo ad alto potenziale, rischia di essere quello che ci siamo messi sotto le terga, tra Gacs e Amco e il differimento delle sofferenze. Ennesimo calcio alla lattina nella storia economica italiana.

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