L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 agosto 2021

Contrordine, l'influenza covid si deve curare a casa - Quando più vaccini e più ti ammali devi abbandonare la strategia dell'obbligo indiretto del vaccino sperimentale e ti devi concentrare sulle cure domiciliari che ci sono, costano poco, sono efficaci, ma che sono state volutamente trascurate anzi sono state combattute dall'ideologia dei vaccini sperimentali



13 AGOSTO 2021

Israele è nuovamente impegnato nella battaglia contro il Covid-19, tornato a manifestarsi con decisione nello Stato ebraico in una situazione che, tuttavia, vede il governo e le autorità sanitarie di Tel Aviv tutt’altro che impreparate. Dopo un anno e mezzo e una serie di ondate che spesso hanno colpito a sorpresa, Israele può affrontare a piede fermo la pandemia: Arnon Shahar, il responsabile della campagna di vaccinazione in Israele, ha spiegato recentemente parlando con InsideOver la ratio della strategia che il nuovo governo di Naftali Bennett intende mettere in campo e che oltre all’applicazione della terza dose di vaccino per gli over 60 si basa sulla strategica ricerca di una via per rafforzare le cure domiciliari.

I vaccini sono un’arma fondamentale e cruciale per contenere la diffusione del contagio da Covid-19 e l’incidenza dei casi più severi e virulenti ma Shahar è conscio del fatto che un apparato perennemente teso e mobilitato è difficilmente mantenibile e sostenibile sul medio-lungo periodo. Affrontare la malattia in forma più strutturata impone la definizione di protocolli di cura che possano prendere in tempo i pazienti affetti dai sintomi più preoccupanti, fornire loro assistenza domiciliare e limitare il più possibile l’afflusso delle persone negli ospedali.

Shahar ha parlato dell’opportunità di “fornire una terapia anche per i malati gravi non in ospedale, ma in casa, con unità mobili in grado di fornire ossigeno, anticoagulanti, cortisone e perfino monoclonali”, sfruttando una vera e propria “riserva strategica” di sanità territoriale in grado di fornire un’assistenza di base ben strutturata. La logica dietro questa mossa è chiara. Se gli ospedali sono la linea del fronte della lotta al Covid, le case dei malati sono la vera e propria trincea alle loro spalle. La linea di difesa più efficace in grado di contenere l’avanzata del morbo.

Sfruttando un pericoloso effetto-feedback il coronavirus si è dimostrato, in tutti i Paesi colpiti con violenza, in grado di moltiplicarsi sfruttando i canali della centralizzazione sanitaria: le fasi di contagio crescente sono state caratterizzate da una corsa agli ospedali, da un aumento dei ricoveri e, nei casi più gravi, dalla creazione di situazioni di criticità per la trasmissione del contagio al personale sanitario, ai medici, agli operatori di pronto soccorso. Creando un circolo vizioso in grado di mettere sotto pressione la capacità di reazione di un sistema sanitario, come Israele ha potuto sperimentare più volte nell’ultimo anno e mezzo.

Con un paragone militare, potremmo parlare della necessità di costruire task force per consolidare la difesa in profondità contro la pandemia. E del resto quanto affermato da Shahar trova una corrispondenza nella tragica esperienza del Nord Italia travolto dal contagio tra febbraio e marzo 2020: ovunque, dalla provincia di Brescia a quella di Piacenza, si sono moltiplicate le esperienze di medici e sanitari che hanno sperimentato, spesso seguendo visione e intuito, cure domiciliari in grado di andare oltre i protocolli di vigile attesa, ritardando o scongiurando ricoveri e decessi. Dall’appiattimento della curva dei contagi l’obiettivo strategico della lotta al Covid, lo si è dimostrato in diversi Paesi, è passato al contenimento del tasso di occupazione degli ospedali. Vera premessa per poter spostare nell’alveo delle politiche sanitarie non più emergenziali il contrasto alla pandemia negli anni a venire.

Per far ciò Israele potrebbe presto avere un alleato in più. I test di fase 2 hanno dimostrato che a livello ospedaliero gli effetti del farmaco MesenCure, tra i più promettenti ritrovati nella lotta al Covid, sono stati robusti e soddisfacenti. Il Jerusalem Post sottolinea che il 93% dei 90 ricoverati con coronavirus trattati in diversi ospedali greci dal medicinale creato da un team del Sourasky Medical Center di Tel Aviv è stato dimesso in cinque giorni o meno, confermando il trend che nella fase 1 aveva visto 29 malati su 30 guarire in tempi rapidi. Il tutto senza mostrare, sul medio-lungo periodo, sintomi o controindicazioni. Anzi, la dimissione e la guarigione sono spesso avvenute un solo giorno dopo la fine del trattamento, segno che il farmaco si può prestare ad essere potenzialmente la base per trattamenti che non richiedano il ricovero continuato e prolungato o, addirittura, lo scongiurino. Aprendo, se gli studi saranno confermati, a un vero e proprio protocollo di cura in grado di formalizzare step di vario grado tra la terapia domiciliare e quella ospedaliera. Il fatto che in un mese i test condotti abbiano dimostrato un ritorno ai normali livelli di attività respiratoria e saturazione nei pazienti trattati rende ulteriormente più robusti i risultati.

Nella direzione di una strategia fondata sull’intervento tempestivo va anche l’analisi dello studio pubblicato il 9 giugno 2021 sulla rivista online EClinical Medicine e sulla prestigiosa The Lancet, firmato da un team di 14 medici italiani guidati da Fredy Suter, primario all’Ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, e Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri che hanno mostrato come su un campione di pazienti preso in considerazione l’utilizzo di farmaci già comprovati contro la Covid-19 per le cure domiciliari abbia ridotto del 90% il numero di giorni di ricovero rispetto a un gruppo di controllo, pur mantenendosi cauti nel trarre conclusioni definitive. A livello strategico, appare chiaro che l’arma finale contro il Covid-19 può essere il combinato disposto tra vaccinazioni efficaci (per ridurre la diffusione del contagio e limitare i sintomi più severi) e protocolli di cura ben definiti, nella speranza che presto possa trovarsi un antivirale pienamente efficace contro la sindrome imposta dal coronavirus. La strategia israeliana va in questa direzione: e tale dualismo può essere un esempio per gli altri Paesi in vista della prova dell’autunno.

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