L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 agosto 2021

I talebani sono i partigiani della Resistenza ad un'invasione voluta dagli Stati Uniti per ragioni geopoliche in cui ha trascinato con se i servi della Nato. La fuga disonorevole e codarda dimostra che la strategia statunitense è fallita e questo incide e inciderà sempre più profondamente negli equilibri internazionali

Tutti gli errori Usa in Afghanistan


14 agosto 2021

Il fallimento Usa e Nato in Afghanistan visto dall’analista Guido Salerno Aletta

È durato vent’anni l’intervento americano e della Nato in Afghanistan: era il 2001 quando, per rispondere (con la scusa fornita l'11 settembre 2001 quando due aerei fanno crollare tre torri) all’attentato alle Torri Gemelle di New York. Il presidente americano George W. Bush lanciò una offensiva senza precedenti per stanare i Talebani nascosti nei loro santuari in Afghanistan.

Una Coalizione di Volenterosi seguì l’appello americano, dando luogo ad un intervento militare che non è riuscito a battere la loro resistenza: dal Pakistan alla Cina, alla Russia, troppi interessi internazionali hanno tifato e sostenuto il naufragio dell’iniziativa.

È stato tutto inutile: anche i migliori generali americani hanno fallito nel loro intento di mobilitare la popolazione contro i Talebani, che rimangono una minoranza. La loro determinazione nel perseguire gli obiettivi rivoluzionari, unita agli appoggi esterni, è riuscita a rendere vano il tentativo di creare il consenso attorno ad uno Stato democratico sul modello occidentale. Non si è riusciti a dar vita ad un assetto capace di battere la corruzione delle élite e gli interessi legati al traffico di droga.

Per ottenere una tregua che consenta loro di ritirarsi senza perdite, gli Usa hanno aperto da tempo un canale di trattative con i Talebani: così facendo, non solo hanno delegittimato il governo in carica, ma hanno posto le condizioni per una transizione a cui partecipino. Rincuorati da queste prospettive, i Talebani hanno ripreso il controllo di numerose città, mentre il governo sta cercando di tenere in piedi alcune roccaforti. Riprenderà vigore la guerra civile che in Afghanistan dura ininterrotta da quarant’anni,

Se anche Kabul dovesse cadere militarmente nelle mani dei Talebani, per gli Usa si ripeterebbe la tragedia del Vietnam: ma mentre allora il lavorìo diplomatico nei confronti della Cina apriva una stagione di nuovi equilibri, volti ad isolare l’URSS, stavolta Washington si trova isolata, contro tutti.

Mentre Nuova Dehli tace e Pechino tende già la mano ai Talebani, Mosca assiste con qualche compiacimento alla rovinosa conclusione dell’intervento americano, rammentando il sostegno dato ai Talebani proprio da Washington e che costrinse l’URSS alla fallimentare invasione dell’Afghanistan del 1978. Uno sforzo militare ed economico che accelerò la caduta del regime comunista.

Secondo gli strateghi americani dell’epoca, l’avventura dell’URSS in Afghanistan avrebbe dovuto determinare un catastrofico fallimento politico e miliare simile a quello che era stato determinato dall’intervento americano in Vietnam: mai come durante quella guerra, infatti, l’America si era trovata isolata. La contestazione dilagò, coinvolgendo ampi strati della popolazione giovanile: si moltiplicarono gli slogan antimilitaristi: da “Facciamo l’amore e non la guerra!” a “Mettete dei fiori nei vostri cannoni!”. Era fatta: l’America aveva perso d’un colpo la legittimazione di democrazia che fa la guerra per liberare i popoli dalla schiavitù politica.

Con il ritiro dall’Afghanistan, che segue quello dall’Iraq, si conclude così un’altra e più lunga strategia a lungo termine degli Usa, quella che mirava a circondare da presso sia la Cina che la Russia: quali che siano state le ragioni contingenti che hanno portato ad invadere questi due paesi, l’obiettivo geopolitico era ben chiaro.

Rimane aperta un’area di instabilità che, partendo dai confini orientali della Cina e meridionali della Russia, arriva fino all’Europa, coinvolgendo a nord l’Ucraina e l’intero Mediterraneo, dal Libano alla Siria, dalla Libia alla Tunisia.

Come in Vietnam, le guerre civili e rivoluzionarie non si vincono con le armi.

Da Saigon a Kabul.

(Estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa; qui la versione completa)

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