L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 agosto 2021

Il mondo è troppo grande per gli Stati Uniti, costretto a far saldare il Medio Oriente con il resto dell'Asia cedendo l'Afghanistan, si vuole concentrare nel Pacifico. Ma quello che acquista lì viene perso là, i numeri sono sempre quelli ovvero la coperta è corta


23 AGOSTO 2021

Il brusco abbandono dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti non può essere compreso appieno a meno di non inserire la mossa di Washington all’interno di una strategia di ampio raggio. Fino a qualche decennio fa, l’America considerava il Medio Oriente – e le regioni immediatamente limitrofe – lo scenario principale ai fini della concretizzazione della propria politica estera. Adesso che i tempi sono cambiati, e che le prerogative del governo statunitense sono ben diverse rispetto al passato, stiamo per assistere a un cambiamento epocale.

In cima all’agenda Usa non sembra più esserci la lotta contro il terrorismo islamico come ai tempi dell’11 settembre, né la volontà di liberare i popoli mediorientali dal giogo di autocrati più o meno sanguinari. Adesso tutte le attenzioni degli Stati Uniti sono rivolte contro la Cina, considerata un vero e proprio rivale strategico, tanto a livello economico quanto politico. Il punto focale è che, nonostante la sua grandezza, e al netto di un apparente declino, l’impero americano non è in grado di giocare contemporaneamente su due fronti così impegnativi come il Medio Oriente e l’Asia.

Facendo due rapidi calcoli, Joe Biden ha quindi portato a compimento il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dopo un’occupazione quasi ventennale, così da dedicarsi solo ed esclusivamente all’Estremo Oriente. Del resto, la storia mostra – e ha già dimostrato – che un ritiro degli Stati Uniti da una determinata parte del mondo, coincide solitamente con un nuovo impegno statunitense in un’altra regione.
Riflettori sull’Asia

La ritirata afghana consente agli Stati Uniti il completo Pivot to Asia verso una regione, l’Asia appunto, altamente strategica in chiave anti cinese. L’obiettivo americano non è certo un mistero: tessere alleanze con quanti più attori asiatici possibili per isolare Pechino e, al tempo stesso, mettere pressione al Dragone bruciando il terreno del suo “cortile di casa”. Come ha sottolineato Asia Times, è vero che il ritiro Usa dall’Afghanistan, almeno a breve termine, indebolirà il prestigio di Washington. Ma è altrettanto vero che, senza più la spada di Damocle di Kabul, la Casa Bianca avrà tempo e modo di curare gli interessi nazionali nel sud-est asiatico e, più in generale, nell’Estremo Oriente, ovvero un teatro chiave ai fini della rivalità sino-americana.

Non a caso la vicepresidente Usa, Kamala Harris, visiterà Singapore (22 agosto) e Vietnam (24 agosto) per effettuare colloqui coi leader di quei Paesi in merito a questioni economiche e di sicurezza, e per un confronto in merito agli sforzi per il contenimento della pandemia di Covid-19. Insomma, la missione di Harris ribadisce la centralità geopolitica attribuita dall’amministrazione Biden all’Indo-Pacifico. Anche perché, negli ultimi mesi, Washington ha già inviato in visita ufficiale nella regione altri funzionari di alto livello, inclusi il segretario della Difesa, Lloyd Austin, e la vice segretaria di Stato Wendy Sherman.
Pivot to Asia

In altre parole, l’uscita di scena degli Stati Uniti dall’Afghanistan lascia immaginare lo spostamento dell’attenzione di Washington dal Medio Oriente all’Asia. Una mossa del genere, seppur molto più timida, era stata portata avanti da Barack Obama tra il 2010 e il 2011 con il cosiddetto Pivot to Asia. Di che cosa si tratta? Questa strategia consiste nel creare un fitto reticolato di alleanze asiatiche per limitare l’ascesa della Cina, tanto nella regione indo-pacifica quanto nel resto del mondo.

Da questo punto di vista, la sfida Usa in Asia consisterà nell’interagire al meglio con le più dinamiche economie della regione, così da allontanarle dalle mire cinesi. Come se non bastasse, le aspirazioni statunitensi nell’area asiatica sono in linea con quelle di Giappone, India, Australia e altri alleati chiave. Non mancano, del resto, nodi spinosi che, in ottica americana, richiederebbero attenzioni non da poco. Possiamo citare Taiwan, ma anche la contesa che coinvolge il Mar Cinese Meridionale e le turbolente vicende della penisola coreana. Non sappiamo se la strategia di Biden porterà effetti sperati per la politica estera americana. Certo è che gli Stati Uniti sono pronti ad affinare un “nuovo” Pivot to Asia

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