L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 agosto 2021

La memoria dei servi degli Stati Uniti che hanno voluto l'invasione dell'Afghanistan

Chi volle l’entrata in guerra dell’Italia in Afghanistan?

CARLO TERZANO 18 AGOSTO 2021


Le dichiarazioni di politici e partiti di ieri, raffrontate con l’oggi sulla partecipazione dell’Italia alla guerra in Afghanistan

A leggere le cronache di quei giorni di inizio novembre di vent’anni fa, si scopre che così come adesso l’intero emiciclo, più o meno senza esclusioni, biasima la frettolosa e a tratti imbarazzante fuga degli USA dall’Afghanistan, all’epoca, sempre senza grosse distinzioni, l’arco costituzionale si era schierato a favore dell’intervento. Un rapporto 1:1 è difficile da fare: nonostante l’apparente immutabilità della politica nostrana, nonostante i numerosi gattopardi in giro per il Parlamento, tanti protagonisti di quegli anni e perfino diversi partiti di primaria importanza sono spariti. Alcuni, però, come Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio, rimangono in piena attività.

E allora ecco come andarono quei giorni. Leggiamo, sull’articolo di Repubblica del 7 novembre 2001 che dà notizia della votazione in Parlamento dell’entrata in guerra dell’Italia in Afghanistan: “Nei due rami del Parlamento è stato raggiunto l’accordo su un testo comune alle risoluzioni di maggioranza e opposizione, con le eccezioni di Verdi e Comunisti italiani, arroccati sul no all’interno dell’Ulivo, e, ovviamente, di Rifondazione”.

I VOTI A FAVORE DELL’INGRESSO DELL’ITALIA NELLA GUERRA IN AFGHANISTAN

E ancora: “Il testo comune, il cosiddetto “dispositivo comune” ha ottenuto 513 sì contro 35 no e due astenuti. In pratica, i due schieramenti hanno votato insieme a favore di una parte delle due risoluzioni e poi, attraverso un meccanismo di astensioni incrociate, hanno approvato anche il resto dei due documenti. E’ il meccanismo messo a punto fin da ieri dalle diplomazie di Ulivo e Casa delle libertà per rastrellare il maggior numero possibile di voti a sostegno dell’azione del governo”.

Insomma, in molti, soprattutto dal centrosinistra, non ricordano, o fingono di non ricordare, che quella guerra l’hanno voluta anche loro, come sempre il medesimo articolo ribadisce con dovizia di particolari: “Al dibattito alla Camera il ministro della Difesa Antonio Martino e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (il premier si è poi ripetuto al Senato) hanno chiesto un voto “di unità nazionale per fare la nostra parte nella coalizione mondiale che si batte per lo sradicamento delle reti terroristiche”.

“Un appoggio – annota il cronista dell’epoca – che viene anche dai banchi dell’opposizione – eccezioni Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione – che applaude più di un passaggio dell’intervento di Martino. Applausi ricambiati dal ringraziamento del ministro che elogia la saggezza del Parlamento che sente la “comune percezione della gravità del pericolo che incombe sull’interesse nazionale”.

LE REAZIONI POLITICHE

Suscitano sorrisi involontari, rilette oggi, le dichiarazioni dei principali esponenti politici dell’epoca: “E’ un giorno storico”, dice il vicepresidente Gianfranco Fini e il capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani lo imita. Il centrosinistra è più cauto: “Votiamo sì per prenderci le nostre responsabilità, ma è una scelta dolorosa e difficile”, sospirano Francesco Rutelli e Piero Fassino impegnati pure a tenere in piedi l’Ulivo che rischia di perdere i pezzi. Verdi e Comunisti italiani di guerra non ne vogliono sentire parlare e dissentono. Come quelli di Rifondazione, con Bertinotti che sbotta: “Comincia la notte della politica”.

LA SPACCATURA INTERNA AL CENTROSINISTRA

Il vaso di coccio dell’Ulivo tiene appena. In un altro articolo, del 5 novembre, il quotidiano romano fondato da Eugenio Scalfari ben descrive il clima interno al centrosinistra, sempre alle prese con le sue variegate anime: “Noi non faremo mancare il nostro sostegno perchè il terrorismo sia sconfitto” avverte Francesco Rutelli. Finisce così il vertice romano dell’Ulivo. Un paio d’ore di discussione per far emergere quello che tutti si aspettavano: via libera all’invio delle truppe italiane in guerra. Con i Verdi e il Pdci che rimangono contrari all’intervento e di conseguenza, anche al coinvolgimento delle nostre forze armate. “Se si andrà al voto la maggioranza dell’Ulivo voterà a favore e noi contro” dice il verde Pecoraro Scanio. Ribatte Rutelli: “Non si può ridurre tutto a cosa fanno o non fanno i Verdi e il Pdci”.

Per togliersi dall’imbarazzo, dalle parti del centrosinistra calciano il pallone nel campo della maggioranza di centrodestra: “il numero due della coalizione Piero Fassino sottolinea che “non è l’opposizione che deve decidere, è il governo che deve valutare quale sia lo strumento più adeguato”. “L’Ulivo si è ritrovato unito con le ben note diversità di opinione che si sono manifestate durante il dibattito parlamentare”commenta Massimo D’Alema, all’uscita dal vertice. E Lamberto Dini aggiunge: “Sta emergendo una posizione europea, nella quale ci riconosciamo”. Mentre il vicepresidente dell’Udeur, Vincenzo Carra sottolinea come sia stato “confermato il contenuto del documento messo a punto dall’Ulivo”.

IL GOVERNO ALLE PRESE COL PALLOTTOLIERE

Ben altre, tra le file della Casa delle Libertà, le preoccupazioni circa l’intervento militare dell’Italia in Afghanistan rimaste annotate nei quotidiani dell’epoca: “Il ministro Franco Frattini non azzarda previsioni e cifre. Per quanto rigurda la partecipazione italiana alla guerra contro il terrorismo, assicura il titolare della Funzione pubblica, “non si è quantificato niente”. Eppure, stando alle prime stime, la cifra richiesta dovrebbe oscillare dai mille ai 3500 miliardi con la considerazione che l’importo intermedio, quello di 2500-2700 miliardi, potrebbe essere quello più vicino alla realtà. Un cifra che potrebbe mutare a seconda “di quanti militari partiranno e dove andranno”, continua Frattini.”

“Un numero accompagnato dalle “preoccupazione” del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che si sarebbe detto “allarmato” per la situazione delle casse dello Stato. Insomma, andare in guerra costa, e l’attuale situazione erariale sarebbe già “al limite”. Reperire almeno altri 1.000 miliardi straordinari e più per ogni anno in cui dovesse essere impiegato il nostro contingente militare in guerra, non sarebbe “indolore”, avrebbe spiegato Tremonti a Silvio Berlusconi e ai ministri riuniti”. Oggi sappiamo che quel conflitto ci è costato non meno di 8,7 miliardi di euro. Fingiamo di non sapere, invece, chi lo abbia voluto.

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