L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 agosto 2021

La resistenza afghana ha piegato gli invasori che sono scappati come conigli sparuti

SPY FINANZA/ Il vero guaio per l’Europa dopo il ferragosto di Kabul

Pubblicazione: 17.08.2021 - Mauro Bottarelli

Se, come sembra, Russia e Cina sono implicate nei fatti avvenuti in Afghanistan, l’Europa sarà costretta a un brusco risveglio di realismo

Parlamento Ue: David Sassoli e Ursula Von der Leyen (LaPresse, 2021)

Ciò che a mio avviso andava scritto su quanto stava accadendo in Afghanistan, era già contenuto in questo articolo del 31 luglio. Chi è interessato e non lo avesse letto, può farlo ora. Ora che tutto è precipitato con la rapidità – sospetta – del battito di ali di un colibrì. Sotto anfetamine, oltretutto. Perché signori, se vogliamo prenderci in giro e piangere i destini infami del mondo, guardando il video della ragazzina afghana (roba degna di una serie già in lavorazione su Netflix, giunto ai media occidentali con altrettanto sospetta velocità virale), facciamo pure. Se vogliamo guardare in faccia la realtà, invece, allora è meglio dire le cose come stanno. E partire dagli unici due punti fissi emersi dalla presa di Kabul di Ferragosto, avvenuta in mezza giornata e senza colpo ferire. Con tanto di Presidente, Ashraf Ghani, in versione Vittorio Emanuele III.

Primo, il silenzio tombale della Cina sull’intera vicenda. Rumoroso come un’esplosione in piena notte. Secondo, la comunicazione russa – in pieno bailamme di diplomatici in fuga – della non evacuazione della propria ambasciata nella capitale afghana. Chi abbia vinto, almeno finora, appare chiaro. E gli altri, sinceramente, hanno poco di che dolersi. Dov’erano, infatti, quando i talebani conquistavano provincia dopo provincia, nelle ultime tre settimane? Quel simposio inutile noto come Onu si è riunito d’urgenza solo ieri. A cose fatte. La Nato meglio neppure nominarla, visto che è riuscita a tacitare anche le poche voci assennate riguardo al ritiro Usa emerse nell’ultimo G8 in Gran Bretagna. Gli Usa hanno recitato la parte che si conviene loro, da sempre: creatori di caos sotto mentite spoglie di esportatori di democrazia. Ovviamente, forti di un’attenuante più che generica. Perché se quanto avvenuto oggi in Afghanistan fosse stato frutto di una decisione operativa di Donald Trump, avremmo già in allestimento una nuova Norimberga. Avendolo fatto quel santo laico di Joe Biden, immediatamente è scattata la campagna mediatica contro le atrocità oscurantiste dei talebani. Ex ante. Scenario già visto.

Signori, mettiamo qualche puntino sulle i. Primo, l’Afghanistan è stato tirato per la giacca nella strategia di destabilizzazione neo-con dell’Amministrazione Bush con la falsa accusa di essere mandante e forse esecutore materiale dell’11 settembre. Praticamente, il corrispettivo terroristico della tesi in base alla quale Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Eppure, molte menti illuminate anche nel nostro Paese ci hanno creduto. A entrambe le cose. Bevendosi anche tutta la retorica accessoria della democrazia da esportare, dopo averlo fatto con l’ossimoro della guerra umanitaria del duo Clinton-Blair in Serbia. Secondo, prima del ritorno dei talebani, l’Afghanistan non era diventato miracolosamente il paradiso dell’emancipazione femminile, non si era trasformato della Svezia progressista di Olof Palme, grazie alla presenza di truppe straniere. Certo, erano caduti alcuni simboli, come l’obbligo del velo. Ma evitiamo narrazioni false. E la dimostrazione implicita sta nella facilità con cui l’Afghanistan si è piegato all’avanzata degli studenti coranici. Un popolo guerriero che non è stato sconfitto nemmeno dall’Armata rossa sovietica – non esattamente dei boy scout, nemmeno nei modi spicci di condurre la battaglia – che cede di schianto in tre settimane e, addirittura, fa capitolare la sua capitale in mezza giornata. Senza opporre resistenza. Né da parte di truppe regolari addestrate per dieci anni da eserciti ultra-professionali dell’Occidente, né da parte di un popolo che piuttosto di tornare al tempo dei talebani avrebbe dovuto prendere le armi e combattere. Invece, apparentemente faceva la fila ai bancomat per ritirare i soldi prima dell’imposizione di una shaaria ultra-restrittiva sugli interessi. Capite da soli che è l’intero impianto di quanto accaduto a smontare la retorica già imperante.

Terzo, la nascita dell’Emirato islamico dovrebbe far tremare le vene dei nostri polsi. Scusate, l’Arabia Saudita non è forse una teocrazia dai toni fondamentalisti wahabiti molto virulenti? Non è Regno tutt’altro che progressista verso donne, gay e dissidenti? Non è più che implicitamente coinvolta in quell’11 settembre che si è invece strumentalmente attribuito proprio ai talebani? Direi di sì. Qualcuno ne ha chiesto forse il bombardamento in sede Onu? Direi di no. Anzi, alcuni ex primi ministri molto progressisti operano da sponsor internazionale del rinascimento saudita per il Medio Oriente. Qual è la differenza, il discrimine? Il petrolio. Niente altro. In compenso, ora i talebani al potere sovrintenderanno su tutte le pipeline dell’Asia centrale per il gas che transita fra Cina e Russia ed Europa. Non a caso, prima di dare vita all’offensiva finale hanno compiuto una bella tournée diplomatica en plein air, nota a tutti, come descrivevo con dovizia di particolari nel mio articolo del 31 luglio. Prima tappa, guarda caso, la Cina. Dove la delegazione barbuta è stata accolta con tutti gli onori dal ministro degli Esteri e da alti dignitari del Partito comunista.

Ciò che 60 Paesi al mondo descrivono come una presa del potere che deve far paura, Cina e Russia lo hanno di fatto benedetto. Non vi pare che questo Risiko sia un pochino più complesso e serio da affrontare per ridurlo all’ennesimo video strappalacrime da condividere su Facebook? L’Europa, poi, farebbe bene a tacere. Non ha avuto il coraggio di dire nulla contro la decisione di Joe Biden di ritirare le truppe, se non tardivamente e in ordine sparso al G8 in Cornovaglia. Ignora totalmente l’enorme scommessa di geopolitica energetica che si gioca fra Tajikistan, Turkmenistan e Afghanistan. Non ha minimamente preso in considerazione – in mesi e mesi di tempo – l’ipotesi che la corruzione dilagante e la povertà strutturale che il governo afghano democratico aveva imposto al Paese avrebbero potuto operare da fertilizzante al ritorno dei talebani, in realtà mai sconfitti.

A Bruxelles, in effetti, bastava che fosse caduto il bastione-simbolo del burka, tutto il resto era rumore di sottofondo. Ed ecco che prendendo questo insieme di elementi, si ottiene il mix della giornata di Ferragosto. Roba da film, addirittura con i talebani a recitare la parte dei conquistatori pietosi e rispettosi delle regole cavalleresche della guerra verso civili e sconfitti. Tutt’intorno, occidentali terrorizzati che scappavano. Ovviamente, non prima di aver bruciato e distrutto tutti i documenti top-secret delle ambasciate. Quelli in cui, magari, figuravano rapporti inconfessabili negli ultimi mesi. O anni, addirittura. E cessioni di denaro e armi, gli stessi forse serviti a finanziare la presa di Kabul e del Paese.

La Cina tace, per ora. La Russia lascia tranquillamente tutti i suoi diplomatici operativi sul posto, senza che i talebani dicano nulla di contrario. L’Occidente corre via. Più che la tanto evocata Saigon, ricorda la Teheran del 1979. Quanta fretta di sgomberare le ambasciate. E quanta fretta di far sparire i documenti. Ma soprattutto, quanta ipocrita e cattiva coscienza. Ora, se davvero il bandolo della matassa afghana avrà Pechino e Mosca come pupari occulti, l’Europa sarà costretta a un brusco risveglio di realismo. Senza la real-politik di scuola Ddr di Angela Merkel, oltretutto. O destinata al triste declinare a ruolo di colonia embedded delle più che probabili provocazioni di un’America umiliata. D’altronde, in casi simili occorre fare di necessità di virtù. E poi, al netto delle sue mille varianti, l’alibi del Covid per la Fed non può durare in eterno. E il warfare non ha mai fallito al riguardo.

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