L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 agosto 2021

L’Accordo stabilito tra USA e Talebani è stata una resa incondizionata

RESA INCONDIZIONATA


(di Varco32)
17/08/21

Nelle ultime settimane i media hanno dimostrato un rinnovato interesse per l’Afghanistan a seguito della rapida dissoluzione delle ANDSF (Afghan National Defence and Security Forces) e della conseguente espansione delle aree controllate dai Talebani. Molte interviste sono state rilasciate da persone che in passato hanno rivestito incarichi di responsabilità all’interno del Ministero della Difesa e da esperti in geostrategia.

Tutto ciò che è stato detto sulle cause del collasso politico-militare che ha colpito l’Afghanistan si basa su dati di fatto e analisi ampiamente diffuse, almeno a livello internazionale, nel tempo.

Sento la necessità, però, di scrivere alcune parole sulle ANDSF e, indirettamente, anche sul lavoro che è stato svolto a favore dell’Afghanistan in tutti questi anni.

Non sono un esperto dell’Afghanistan o degli Afghani, ma ne ho incontrati molti sia a livello sub-tattico sia a livello strategico e ho avuto modo di valutarne le performance e la determinazione a combattere per un Afghanistan migliore. Ovviamente, se tutti concordavano sull’auspicio di un Afghanistan più prospero, le visioni divergevano notevolmente quando si entrava nei “dettagli”, fermo restando l’impronta confessionale nella determinazione della tipologia di stato da realizzare. Non per nulla, il governo di Kabul in rotta si identifica nell’acronimo GIRoA (Governement Islamic Repubic of Afghanistan).

Capacità delle ANDSF

In questi giorni, si è detto di tutto un po’. Molti affermano che le Forze Armate e la Polizia Afghana non erano in grado di combattere da soli contro i Talebani e che solo le Forze Speciali, poco numerose, erano equipaggiate e addestrate per condurre azioni efficaci.

Queste affermazioni non sono corrette. Prima di entrate nel merito della questione, occorre ricordare che in Afghanistan a partire dal 1 gennaio 2015 esistevano due tipi di operazioni internazionali e cioè:

NATO Resolute Support: operazione di TAA (Training, Advice and Assist), non combat a cui partecipavano anche gli USA;

U.S. Counterterrorism mission, volta al contrasto, con azioni unilaterali o combined (anche con Forze Speciali Afghane), di ISIS-K, Al Qaeda e altri gruppi terroristici.

In conseguenza di ciò, le attività di controllo del territorio, dal 2015, comprese quelle di contrasto al movimento dei Talebani è stato condotto prevalentemente dall’ANA (Afghan National Army), unitamente alla Polizia, pur avvalendosi del supporto indiretto di Advisors appartenenti ai Paesi NATO, in vari settori, compreso quello della Pianificazione delle Operazioni e della Logistica. Nel corso degli anni l’ANA ha acquisito, prima (2015-2016)1, capacità elevate di condurre con successo operazioni pianificate nell’ambito della pianificazione del Piano della Campagna annuale di contrasto dei movimenti ribelli e, poi, nel 20202, di condurre operazioni sulla base di Joint Orders emanati per condurre azioni e operazioni di contrasto con tempi di reazione ridotti e intelligence driven.

Si potrebbe pensare che tali tempistiche sono enormemente dilatate, ma la realtà è che formare dal nulla un Esercito (in realtà anche una componente aerea e un Paese in via di modernizzazione) con capacità complete non è facile. Chi ha operato in ambito nazionale per la costituzione di nuove capacità sa che ci vogliono 10 anni per raggiungere una reale full operational capability, al di là delle dichiarazioni formali, senza dover condurre contemporaneamente una guerra.

È vero che in alcune province l’ANA (ma anche le truppe NATO) ha avuto serie difficoltà nel riprendere e mantenere il controllo del territorio e che i tassi di abbandono del personale erano in alcuni casi elevati.

Le ragioni legate alla difficoltà di controllo di alcune zone del Paese sono, però, solo parzialmente legate alle capacità elevate dei Talebani. Il problema è legato, come sempre, alla capacità di conquistare “i cuori e le menti” degli abitanti locali. Le sole attività militari possono poco contro un approccio omnicomprensivo completamente sbilanciato che non faccia comprendere alla popolazione locale la “bontà” del sistema istituzionale proposto dallo Stato Afghano. Attività che deve trovare un riscontro reale, altrimenti la popolazione si allontana per abbracciare “l’altro approccio”.

Ciò ha portato molte unità delle ANDSF a trovarsi in cicli continui di combattimento della durata di 6-7 mesi all’anno, senza sostituzione delle unità a contatto con il nemico, e tempi di sgombero del personale ferito decisamente troppo lunghi. Come conseguenza di ciò, un’aliquota significativa di personale, quando inviato in licenza allungava la propria assenza dall’unità di appartenenza a dismisura, anche per contribuire – in alcuni casi – ai lavori agricoli presso le proprie famiglie. Parte di questo personale veniva poi reintegrato anche a mesi di distanza se non finiva per essere definitivamente perduto. Si trattava di un problema critico ma in corso di soluzione, pur nella considerazione che in un Paese in guerra non si può pensare che i militari rimangano in trincea “a vita”.

Non mancavano, evidentemente, problemi legati alla corruzione e allo scarso livello qualitativo del personale, ai vari livelli ordinativi, ma la missione Resolute Support è sempre stata molto attenta a chiedere misure severe nei confronti di queste persone, nonché imporre penalità anche in termini di riduzione del budget nei casi più controversi, sino alla chiusura delle indagini e all’individuazione dei responsabili. Il cambio di mentalità in parti della popolazione che non sono avvezze con un approccio rigoroso alla gestione della “cosa pubblica” richiede costanza nell’azione di comando e controllo e tempo. Non si può impostare un’attività di ricostruzione di uno Stato pensando a “operazioni lampo”.

Venendo alle Forze Speciali, è vero che avevano capacità di elevato livello e ottimi risultati operativi, ma per definizione non potevano sicuramente assicurare il controllo del territorio e l’azione di contrasto generalizzato dei gruppi terroristici. Le loro missioni e il loro spettro d’azione sono ben determinati e la loro efficacia rimane elevata solo all’interno delle loro competenze e possibilità.

La conquista dei cuori e delle menti

Il problema della quasi totalità degli abitanti delle zone rurali del Paese è quello di avere risorse sufficienti per resistere al periodo invernale in cui le attività agricole diventano improduttive.

La strategia impostata dagli USA e dalla NATO indicava come “via” per la rinascita del Paese quella dell’avvio di una serie di progetti legati alla costruzione di grandi infrastrutture che avrebbero dovuto innescare la crescita di un tessuto economico privato.

Ciò si è dimostrato un’utopia. Il settore agricolo, afghano, ad esempio, non è stato in grado di reggere la concorrenza di prodotti agricoli provenienti da Paesi viciniori con minori difficoltà climatiche e orografiche, con il risultato che quanto prodotto in Afghanistan non era concorrenziale né sul mercato interno né sul quello internazionale. La coltivazione di oppio e cannabis è divenuta, sovente, l’unica maniera per godere di un reddito sicuro. Se a tutto ciò si aggiunge la pressione esercitata dalla criminalità organizzata (anche sotto le vesti di movimento terroristico), della corruzione governativa a livello locale, e delle attività ostili di alcuni Paesi viciniori, si ottiene come risultato quello dell’incremento delle coltivazioni illegali.

La ricostruzione di uno stato, anche secondo l’esperienza europea degli ultimi due secoli, non può che passare per una forte presenza dello stato nei vari settori dell’economia al fine di guidarne la crescita. Basta guardare alla storia dei Consorzi Agrari in Italia3 per rendersi conto che per passare da una società tribale o pseudo feudale a una basata sul capitalismo occorre tempo, risorse e anche un intervento attivo dello Stato in termini non solo di definizione della Politica di settore.

In questo settore le azioni di comprehensive approach portate avanti dalle grandi istituzioni mondiali (vds. ONU e UE) sono state insufficienti.

Resa incondizionata?

A fronte, quindi, di una situazione che vedeva le ANDSF in continua crescita, con buone capacità complessive, pur con talune problematiche ancora irrisolte, gli USA decidono di avviare dei colloqui con i Talebani, senza il Governo Afghano, per giungere ad un accordo di pace, in cambio dell’impegno del suddetto movimento terroristico a non condurre operazioni offensive contro la NATO e GIRoA.

Avviare dei colloqui di pace con “il nemico” (almeno in quel momento) senza le altre parti in causa sembra sinceramente un atto politico che può portare solo a eventi disastrosi.

Gli USA non avevano sicuramente bisogno del consenso talebano per chiudere l’Operazione Controterrorismo che conducevano in Afghanistan. Le Forze Speciali Afghane che beneficiavano maggiormente del supporto attivo delle U.S. Special Forces sarebbero state in grado di condurre le loro operazioni anche grazie agli Advisor NATO che hanno operato al loro fianco nelle operazioni ISAF e Resolute Support.

L’operazione Resolute Support che operava su obiettivi e non scadenze temporali avrebbe potuto continuare la sua attività anche in formato ridotto come ipotizzato nel tempo dalla stessa NATO. La presenza di Advisor USA in seno ad una missione non combat NATO non era, formalmente, la continuazione di una guerra guerreggiata, ma avrebbe consentito al fronte interno afghano di reggere la pressione talebana e salvaguardare i progressi raggiunti in questi ultimi anni. Tra l’altro, la riduzione del sostegno finanziario USA alle ANDSF per il 20214, con una percentuale variabile tra il 30 e il 50% nei settori del mantenimento e dell’addestramento e operazioni lasciava presagire almeno una perdita di operatività significativa.

Per inciso, la NATO ha adottato una risoluzione per la chiusura della missione che denota una scarsa coerenza con tutte le decisioni assunte in precedenza5. Affermare che “non esiste una soluzione militare alle problematiche che l’Afghanistan deve affrontare” e che, quindi, ritiriamo il sostegno addestrativo, di assistenza e di consulenza allo Stato Afghano è la negazione del nation building.

Se l’obiettivo USA, come indicato da qualcuno, era quello di controllare il flusso delle risorse energetiche delle ex Repubbliche Sovietiche con un governo che garantisca una maggiore stabilità interna, viene da chiedersi su quali basi si è considerato che i Paesi viciniori, oltre a Russia e Cina opereranno a favore degli USA anziché per i loro interessi diretti.

L’Accordo stabilito tra USA e Talebani sembra, con i dati in nostro possesso, una resa incondizionata. Resa incondizionata di un terzo attore, ovviamente, e cioè GIRoA, con tutti coloro che hanno creduto nella possibilità di un Afghanistan prospero e avviato a divenire un Paese moderno.

La caduta del fronte interno

La notizia dell’accordo USA-Talebani ha avuto come effetto immediato quello della ricerca di una qualsivoglia forma di “salvacondotto” da parte di molti funzionari e operatori della “cosa pubblica” tra cui anche le ANDSF.

Solo ciò può spiegare quanto accaduto in questi giorni. La notizia della “vittoria” talebana ha attratto, in questi mesi, numerose persone sul carro dei vincitori, ingrossando le fila degli “studenti religiosi”. Nelle fila avverse, la notizia ha convinto numerosi funzionari, militari e poliziotti a abbandonare il carro dei perdenti alla prima occasione utile.

“Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Segna la caduta della Prussia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Non c’erano attività di combattimento. La guerra terminò per caduta del fronte interno. Era venuta meno la volontà di combattere.

Nel periodo 1989-92, l’esercito governativo afghano resistette per circa tre anni agli attacchi dei mujahedin, per cedere solo con il crollo dell’Unione Sovietica e la cessazione del relativo sostegno economico.

Nel 2021 delle Forze di Difesa e Sicurezza si sono dissolte sotto il sole estivo perché non gli è stata data nessuna speranza di poter vincere o degli obiettivi degni di una battaglia di retroguardia.

Niente di nuovo sul fronte occidentale!

1 U.S. DoD: Enhanced Security and Stability in Afghanistan 2016

2 U.S. DoD: Enhanced Security and Stability in Afghanistan 2020: https://media.defense.gov/2020/Jul/01/2002348001/-1/-1/1/ENHANCING_SECUR...


4 Justification for FY 2021 Overseas Contingency Operations (OCO) Afghanistan Security Forces Fund: https://comptroller.defense.gov/Portals/45/Documents/defbudget/fy2021/fy...


Foto: Khaama Press News Agency

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