L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 agosto 2021

Noi popolo italiano che ci facciamo prendere in giro dal governo che ha fatto dell'angoscia e terrore un metodo per dominarci. La Strategia della Paura e del caos non conosce discontinuità usa alternativamente il terrorismo, ora Isis, e l'influenza covid in attesa del terzo giocatore il CROLLO CLIMATICO

SPY FINANZA/ Il (comodo) ritorno in scena dell’Isis nella strada verso il Big reset

Pubblicazione: 27.08.2021 - Mauro Bottarelli

Chiamatelo big reset se volete oppure Zeitgest, resta il fatto che nulla sarà più come prima. E che si continuano a fare grandi passi verso quel momento

Autobomba a Kabul, in Afghanistan (LaPresse)

Come al solito, Noam Chomsky ci aveva visto lungo. Il principio della rana bollita, in questi giorni, sta offrendo una dimostrazione pratica di sé assolutamente straordinaria. In tutti gli ambiti. E questo deve spaventare. Perché se il quadro fosse soltanto quello alto della geopolitica al massimo livello all’opera in Afghanistan, tutto rientrerebbe in un novero conosciuto da tempo. E, paradossalmente, persino accettabile. E invece no. Come la rana del noto sociologo, siamo immersi in un brodo di mille ingredienti e sapore ormai indistinguibile che ci sta cuocendo a fuoco lento. Senza che ci si possa accorgere della temperatura che lentamente sale e che ci prepara al nostro destino.

Prendete il virus. Sta agendo in maniera totalmente parallela con la fine delle tutele. L’approssimarsi del mese di settembre e quindi del ritorno alla normalità post-vacanziera (alla faccia delle schiere di commercianti che piagnucolavano miseria nei talk-show di Rete 4, vi invito ad aver trovato un panettiere aperto a Milano nel mese di agosto: Dio benedica la grande distribuzione e Amazon) sta portando in dote il ritorno delle cartelle di Equitalia, la fine del regime di garanzia statale sui costi della quarantena per il lavoratore, un delirio assoluto nell’utilizzo o meno del green pass nei contesti lavorativi e, in contemporanea, le voci di passaggio in zona gialla per la Sicilia e la Sardegna. Le quali, è noto, ballavano nell’area di rischio dei numeratori del Cts da almeno un mese: ma nessuno è intervenuto, nessuno ha dato vita a delle misure tampone di limitazione del danno come fatto, ad esempio, a Santorini. No, tutto aperto in nome del Ferragosto e del turismo da preservare. La salute? Un optional, apparentemente. Esattamente come allo stadio, dove – come al solito – vige la zona franca totale da ogni regola e divieto: la prima di campionato, nei fatti, rischia di tramutarsi già in un detonatore.

Vogliamo parlare della scuola, materia prioritaria fino allo scorso giugno e argomento di mea culpa collettivi della politica, conditi da tirate quasi millenaristiche sulla generazione perduta della Dad? Il senso di tutto sta nella formula utilizzata dall’associazione che riunisce i presidi italiani, a una settimana dall’inizio dell’anno di didattica: Siamo in alto mare. In compenso, gli aperitivi in spiaggia e le cene sul lungomare sono stati tutelati a dovere dallo Stato. Che senso ha un approccio simile, quando poi veniamo bombardati dalla sera alla mattina da appelli alla vaccinazione di massa, ormai ampiamente in area di obbligo de facto? Se è vero che il vaccino evita sì ospedale e campo santo, ma non l’infezione e la possibilità di contagiare gli altri, perché non si è intervenuti sulle aree turistiche che ora rischiano di operare in modalità super-spreader in tutta Italia con il ritorno a casa dei vacanzieri? E perché negli stadi si può stare ammassati, senza mascherina e con abbraccio libero in caso di gol? Perché, scusate il francesismo, lo Stato si sente in diritto di prenderci per i fondelli in questo modo?

Non so voi, ma il fatto che a trattarmi come un idiota sia un uomo dallo standing internazionale di Mario Draghi non mi rende comunque la cosa meno sgradevole. Ma il fatto grave è che, appunto, tutto sembra rispondere a un’unica logica. Con le debite e drammatiche differenze rispetto al liberi tutti nelle località balneari, perché nessuno è intervenuto in Afghanistan prima che il fragile, corrotto e incapace Governo precedente crollasse miseramente sotto l’avanzata talebana? Lo sapevano tutti. La Casa Bianca, sia sotto Trump che in era Biden, era tempestata di report dell’intelligence sulla china pericolosissima che si era instaurata a Kabul. Nessuno si è sentito in dovere di alzare un dito, alla faccia delle donne afghane che ora sono diventata la priorità del mondo. E signori, immagino non vi sia sfuggito il ritorno in grande stile sul palcoscenico della destabilizzazione internazionale dell’Isis. Cosa vi avevo detto e ridetto già mesi fa, sulla ciclicità strutturale delle emergenze come dinamo necessaria alla prosecuzione sine die dei regimi espansivi? Non potendo andare oltre con le minacce alla Cina, salvo doverle tramutare in fatti e rischiare di farsi male davvero e avendo già scollinato l’emergenza da variante Delta, gli Usa avevano bisogno di un nemico credibile e riconoscibile da additare alla pubblica opinione. E da gettare in pasto alla retorica della Fed, come si fa con i pezzi di carne nella vasca degli squali.

E a livello mediatico, l’operazione sembra dare i suoi frutti. Questo grafico mostra i risultati del sondaggio condotto da CBS e YouGov fra il 18 e il 20 agosto, relativo ai gradi di responsabilità ascrivibili ai vari soggetti attivi nel contesto afghano.


Come vedete, la stragrande maggioranza degli americani condanna l’operato di governo ed esercito locali. Joe Biden ha decisamente limitato i danni reputazionali, quantomeno in patria. E, come potete notare, addirittura un 25% pensa che la responsabilità principale ricada su Donald Trump. Retaggio di una caccia alle streghe talmente ben orchestrata da funzionare ancora, a mesi di distanza. Quasi di default. E ora, l’Isis. Il grande ritorno, casualmente non solo nel contesto ad alto tasso emotivo e mediatico dell’aeroporto di Kabul, ma anche a ormai pochi giorni dal ventennale dell’11 settembre. Dal virus al kamikaze, il passo è breve. E, soprattutto, l’effetto è identico. Paura, il nostro unico Dio laico e pagano. E, soprattutto, il motore immobile che – già adesso – ha consentito all’establishment di archiviare la pratica scomoda del trovare una spiegazione all’inflazione tutt’altro che transitoria, al potere d’acquisto che comincia a erodersi e che dal 6 settembre (termine dei programmi di sostegno a reddito e occupazione negli Usa) verrà tagliato di un terzo, alle banche che invece festeggiano con dividendi record e a Wall Street che negli ultimi due giorni ha visto il Nasdaq sopra quota 15.000 e lo S&P’s 500 sopra 4.500 per la prima volta in assoluto.

Soprattutto, chi starà con le orecchie tese verso il discorso di Jerome Powell a Jackson Hole, quando il grande reality show permanente sta tramutando l’aeroporto di Kabul nel set della versione drammatica di The terminal? Non vi sentite ancora delle rane bollite? Vuol dire che il processo in atto sta funzionando alla grande, perché il segreto è proprio quello: evitare che la temperatura salga troppo. Fuoco lento, dolce. Poi, la fiammata. Quando sarà tardi per potersi ribellare.

Attenzione all’autunno, perché le premesse sono da brividi. Vi invito, in tal senso, a riascoltare con calma e attenzione l’intervento del ministro Giorgetti al Meeting di Rimini, quando parla di rischi per la tenuta e la coesione sociale. Provate a contestualizzarlo in questo mondo di contraddizioni continue e accavallamenti senza soluzione di continuità di eventi, tutti a forte impatto emotivo: non servirà Noam Chomsky, a quel punto, per capire che nulla è stato lasciato al caso. Fin dall’inizio.

Chiamatelo big reset se volete oppure Zeitgest, resta il fatto che nulla sarà più come prima. E che nessuno di noi ha avuto la minima possibilità di interagire sulle scelte in atto, cercando di plasmarle o emendarle. A questo serve lo stato di emergenza permanente, mica a schierare i carri armati in strada. I golpe rassicuranti si fanno con il green pass e lo smart working, oggi.

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