L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 agosto 2021

 Non sono vaccini ma terapie con una finestra limitate di efficacia e un terribile profilo di effetti collaterali e sono sperimentali e sono strumenti per il metodo di governo scelto attraverso la paura e il terrore

Green pass: il banchiere del diavolo ha un piano: divide et impera!

di Fabio Pasquinelli
25 agosto 2021

Le strategie del governo bio-politico del capitale nel contesto dell’emergenza sanitaria


Quando mi è stato chiesto di scrivere in merito alle politiche di contrasto dell’epidemia di COVID-19 in Italia, lo ammetto, ho avuto qualche perplessità, dovute alla complessità della questione e alle ricadute sociali, prima ancora che politiche, relativamente all’informazione manipolata su questo tema. Come tutti i miei concittadini ho vissuto un lungo periodo di solitudine, sofferto problemi economici per nulla attenuati dalle misure assistenziali attuate dai governi Conte e Draghi, riflettuto su ciò che mi è stato confusamente e contraddittoriamente comunicato dalle fonti governative, dagli organismi tecnico-scientifici e dai mass media. Persino i dati, i numeri, devono essere interpretati in ragione della scelta discrezionale di chi ne attua la raccolta e la diffusione, in ragione di come sono stati elaborati, scelti e qualificati. Il tema è, pertanto, delicato e non sarò certamente io a possedere la verità. Anche per questa ragione, avendo cura di informarmi (un minimo) senza pregiudizi, di conoscere a grandi linee la differenza tra vaccini a vettore virale e vaccini a nanoparticelle RNA messaggero, ho deciso di sottopormi, consapevolmente, a questa importante sperimentazione vaccinale, che sta testando su larga scala una terapia derivata da anni di ricerche scientifiche e finalizzate alla prevenzione e alla cura di malattie genetiche e oncologiche.

Dai primi risultati della campagna vaccinale possiamo trarre alcune utili informazioni che, per quanto ancora parziali, potremmo definire confortanti: il numero degli effetti collaterali a breve termine sui vaccinati è minimo e la terapia previene l’insorgere di sintomi; ovvero, quando non dà una copertura ottimale sulle varianti, mette comunque al riparo da patologie gravi nella maggior parte dei casi. Tuttavia, non produce immunità di gregge così come ci era stato prospettato in precedenza, in quanto anche le persone vaccinate possono essere infettive verso gli altri, né più né meno dei non vaccinati asintomatici.

Inoltre, l’esperienza più avanzata di vaccinazione di massa con il vaccino a mRNA sviluppato da Pfizer-BioNTech, portata avanti già dall’autunno scorso nello stato di Israele, a seguito dell’aumento dei contagi e dei ricoveri nelle ultime settimane, sembra segnalare che la doppia somministrazione abbia un limite di copertura temporale di massimo 6-9 mesi, dopo di che si renderebbe necessaria (almeno) una terza somministrazione.

Alla luce dei dati sanitari ad oggi in nostro possesso, restano valide le perplessità circa la necessità e persino l’utilità della vaccinazione dei giovani non appartenenti alle categorie a rischio, perplessità che è lecito tradurre in contrarietà circa la vaccinazione dei minorenni.

Inoltre, l’operato dell’EMA, vale a dire l’agenzia del farmaco dell’Unione europea, va censurato per quanto riguarda la condotta non trasparente nella gestione del piano vaccini e l’esclusione arbitraria, sostanzialmente mossa da ragioni politiche, dei vaccini CoronaVac, sviluppato dalla casa farmaceutica statale cinese Sinopharm, Sputnic V, sviluppato dal Centro nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica russo, e soprattutto dei vaccini cubani Soberana e SoberanaPlus, gli unici ad essere pubblici e riproducibili senza costi di brevetto anche da case farmaceutiche di altri paesi. Tale condotta non ha favorito le politiche di vaccinazione a tutela della salute pubblica ma, al contrario, ha incrementato i profitti delle multinazionali farmaceutiche statunitensi Pfizer e Moderna (specialmente a seguito della riduzione delle somministrazioni dei vaccini a vettore virale AstraZeneca, poi rinominato Vaxzevria, e Johnson&Johnson, dopo aver appurato che gli stessi possono provocare rare ma gravi controindicazioni di carattere neurologico e cardiovascolare). Infine va segnalato anche il sostanziale abbandono della sperimentazione per lo sviluppo del vaccino italiano ReiThera.

Sono personalmente convinto, in sintesi, che i vaccini siano ad oggi un utile strumento per il superamento dell’emergenza sanitaria e, più in generale, che la mancanza di fiducia nel progresso scientifico, in un’epoca caratterizzata da un’imponente trasformazione tecnologica, rischi di far sprofondare una parte dell’umanità, resistente al nuovo ordine imperialista, in una sorta di ideologia luddista post-moderna, a discapito del metodo scientifico che, al contrario, deve guidare la coscienza di classe marxista.

Chiariti questi punti, ciò che invece mi ha provocato più disagio, oltre a quanto abbiamo dovuto subire dal mese di marzo 2020 a quello di giugno 2021, sono state le affermazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale, annunciando la misura del cosiddetto green pass per i cittadini vaccinati, copiata di sana pianta dal suo sodale francese Macron, ha dichiarato con ingiustificata arroganza che chi non si vaccina muore e, se non muore, fa morire gli altri. Ciò che afferma il banchiere della Goldman Sachs è quantomeno una inaccettabile semplificazione, se non una pericolosa menzogna! Come se non bastasse, tale perentorio ordine è stato raccolto con sospetto tempismo da Confindustria, tanto che il sindacato degli industriali ha annunciato di voler sospendere dal lavoro, senza retribuzione, i dipendenti sprovvisti di valido certificato verde. Personalmente sono convinto che il punto giuridico e politico di caduta della questione green pass sia proprio quello avanzato dall’associazione padronale più potente d’Italia.

Il certificato verde introdotto dal governo con il decreto legge n. 175 del 2021, unitamente alla proroga dello stato d’emergenza fino al 31 dicembre 2021, ha la funzione sanitaria di attestare che il soggetto in suo possesso è immunizzato dal coronavirus Sars-CoV-2, meglio conosciuto come COVID-19, perché vaccinato con almeno una dose di siero, ovvero perché ha già contratto la malattia con sintomi patologici (infatti lo stesso non viene rilasciato, come consiglierebbe il rigor di logica, a coloro che si limitino a dimostrare di possedere anticorpi specifici in base a test sierologico). Inoltre, la titolarità dello stesso è stata estesa, ma per un tempo limitato a 48 ore dall’esame diagnostico, a coloro che, sebbene non immunizzati, dimostrino mediante l’esito di un tampone molecolare o antigenico rapido – effettuato a loro spese! – di non essere positivi, anche se asintomatici. Da questi elementi è evidente come, in verità, la funzione sanitaria del certificato non sia univoca, in quanto la presunzione di non contagiosità per i soggetti sani (si legga asintomatici) vale esclusivamente per i vaccinati. Da ciò ne deriva la consapevolezza che non si tratti di un documento con valenza scientifico-sanitaria, ma di un “lasciapassare” di natura e funzione esclusivamente amministrativa.

Fino a quando tale misura restrittiva si limitasse a gestire in modo precauzionale la possibilità di sedersi all’interno di locali pubblici quali bar e ristoranti, ovvero ad accedere a pubblici eventi nei quali non sia possibile garantire efficacemente le norme di prevenzione, comportando in ogni caso una discriminazione, cioè una limitazione selettiva della libertà personale dei cittadini, la stessa potrebbe trovare una precaria legittimazione quale misura amministrativa inserita nel quadro di uno stato d’emergenza approvato con legge dello Stato. La questione si fa più complessa quando tale misura va ad intaccare diritti di particolare rilievo costituzionale e, pertanto, meritevoli di tutela rafforzata. In particolare, assumono rilievo le norme costituzionali relative alla libertà di cura ai sensi dell’art. 32 della Costituzione, quelle sul diritto al lavoro, al giusto salario e al reddito prescritte rispettivamente dall’art. 4, dall’art. 36 e dall’art. 38 Cost., tutte in relazione al principio cardine dell’eguaglianza dei cittadini e, pertanto, di non discriminazione sancito dall’art. 3 della Carta fondamentale.

L’obbligo vaccinale è stato istituito in primis con il d.l. 44/2021 limitatamente alle professioni sanitarie e socio-sanitarie, le quali sono costrette a sottoporsi alla terapia vaccinale, a pena della sospensione non retribuita dalla professione. L’illegittimità di tale misura è nella ingiustificata discriminazione di questi lavoratori in relazione alle altre categorie, a fronte della possibilità per gli stessi di usufruire, come e più degli altri, del green pass – basti pensare alla possibilità di sottoporsi a tampone rapido prima del turno lavorativo ed alle misure di prevenzione rafforzata sussistenti in quei luoghi di lavoro. Sebbene la norma sull’obbligo vaccinale per il personale medico e paramedico sia precedente, con la successiva istituzione del certificato verde appare irragionevole che lo stesso non possa valere anche per loro.

Per gli altri lavoratori, invece, rilevano i potenziali effetti discriminatori e quelli già attivati derivanti dal famigerato certificato, come l’illegittima discriminazione nell’accesso a servizi integranti diritti fondamentali quali le mense aziendali, ingiustamente equiparate ad un ristorante commerciale. Appare evidente come un’accelerazione nelle pratiche di discriminazione dei lavoratori nel pubblico impiego sia propedeutica ad un’estensione di misure discriminatorie, come la sospensione senza retribuzione del lavoratore, anche nel settore privato. In pratica, il sogno realizzato di ogni padrone: scaricare le perdite economiche sui lavoratori sospesi e non stipendiati, sostituirli con lavoratori precari a basso costo e così massimizzare i profitti mediante la contrazione dei costi di produzione.

Tuttavia, la discriminazione più grave viene attuata dal d.l. 111/2021 che prevede l’equiparazione tra il mancato possesso di regolare certificato verde e la fattispecie disciplinare dell’assenza ingiustificata per il personale docente e amministrativo della pubblica istruzione, facendone conseguire il provvedimento da parte del dirigente scolastico della sospensione dal lavoro senza retribuzione, oltre ad una sanzione amministrativa da 400 a 1000 euro per chi non risultasse in regola con il certificato a seguito di controllo. È evidente come tale illegittima imposizione rappresenti una violazione dei diritti fondamentali dei lavoratori e preveda conseguenze molto gravi ed ingiuste, con particolare riferimento ai molti (troppi) lavoratori precari della scuola. Inoltre, la suddetta norma prevede altresì il divieto di partecipare alle lezioni in presenza per gli studenti universitari non in regola con il green pass, ai quali viene negato il diritto allo studio pur non appartenendo alle cc.dd. categorie fragili.

Infatti non sussiste alcun obbligo vaccinale legale, pertanto qualsiasi discriminazione che incida sui diritti fondamentali della persona e basata esclusivamente su un certificato amministrativo deve essere considerata costituzionalmente illegittima, di conseguenza, qualsiasi abuso commesso nell’esercizio dei poteri di controllo, restrizione e sanzione connessi all’emergenza COVID-19 e fondato su norme incostituzionali deve essere qualificato giuridicamente quale atto e/o fatto illecito.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Per trovare una spiegazione la memoria mi ha riportato ai primi drammatici giorni del marzo 2020, quando veniva annunciata dal governo Conte la misura del lockdown nazionale, mentre i mass media trasmettevano immagini di bare caricate su camion militari, disposti in un macabro corteo. Sebbene si trattasse di una misura di prevenzione sanitaria motivata dalle colpevoli sottovalutazioni dell’emergenza da parte della pubblica amministrazione e dall’inadeguatezza del sistema sanitario pubblico a far fronte alla stessa – sistema gravato dai tagli lineari, dalla soppressione di posti letto ospedalieri e di terapia intensiva, dalle chiusure di strutture territoriali e dalla patologica inadeguatezza dell’organico medico, dovuti alle politiche neo-liberali dei precedenti governi di centrodestra e centrosinistra –, tale messaggio, accompagnato da parole inaccettabili, cariche di retorica di guerra, fu terroristico e devastante. In altre parole, il governo Conte, al fine di consolidare il proprio potere e nascondere le proprie gravi responsabilità, ha fatto leva sulla paura ed è ricorso al classico paradigma del nemico. Il COVID-19 non era più un’epidemia virale da curare e contrastare con la sanità pubblica, ma diventava un nemico invisibile da sconfiggere con ogni mezzo.

Le disastrose conseguenze di questa politica e di quell’interminabile lockdown le abbiamo conosciute dal successivo mese di giugno 2020: erano stati bruciati in poche settimane più di 150 miliardi di PIL, le piccole e medie attività produttive erano entrate in una crisi strutturale difficilmente reversibile e ci si preparava a perdere almeno un milione di posti di lavoro. In questo lungo lasso di tempo, probabilmente eccessivo in relazione ai cicli virali e ai cluster localizzati, il governo non ha fatto nulla, se non “invitare” la popolazione a restare a casa: ha provocato più di centomila morti per mancanza di protocolli di cure tempestive adeguate (inizialmente non sono stati somministrati farmaci antinfiammatori, sebbene in presenza di gravi patologie), ha fallito il piano di tracciamento del contagio, ha sospeso la terapia del plasma autoimmune senza potenziare quella degli anticorpi monoclonali, non ha investito neanche un centesimo sul potenziamento del sistema sanitario pubblico e della medicina di base territoriale e domiciliare. Ha continuato, solamente, a limitare la libertà dei cittadini con assurde misure quali il coprifuoco!

A questo punto era già chiaro che le condizioni oggettive per l’ennesimo commissariamento politico del Paese si stavano concretizzando e l’ormai ex Presidente della BCE, di lì a poco, si sarebbe apprestato a guidare un nuovo esecutivo bipartisan, totalmente subalterno alle oligarchie finanziarie, alle multinazionali capitaliste e all’imperialismo atlantico. Mancava solamente un requisito fondamentale, l’avallo ufficiale dell’Unione europea, che è puntualmente arrivato con l’accettazione da parte del governo Conte del Recovery Found. Con tale atto, prontamente ridefinito dalla propaganda eurocratica Next Generation UE, l’Italia ha rinunciato agli ultimi stracci di sovranità nazionale e ha vincolato la crescita del proprio debito pubblico a prestiti onerosi insufficienti a risollevare il Paese dalla crisi economica, inadeguati a potenziare il proprio stato sociale (a differenza del c.d. MES sanitario le risorse per la sanità pubblica sono irrilevanti) e vincolati alla etero-direzione politica della Commissione europea.

A fronte di tutto questo, l’epidemia di COVID-19, pur essendo un grave problema che continua ad affliggere l’umanità e, probabilmente, lo farà ancora a lungo, mi pare non sia l’unica e, forse, la più importante delle questioni. È in ogni caso in questo scenario, caratterizzato dal perdurare della pandemia e di una crisi strutturale del sistema capitalista – che la prima non ha provocato, bensì aggravato e accelerato mediante una colossale distruzione di capitale –, che va contestualizzato il governo Draghi e il suo mandato riformatore al servizio dell’UE e dell’imperialismo delle multinazionali. La bandiera che sventola sul tetto di Palazzo Chigi è ufficialmente l’efficiente ed efficace campagna vaccinale, che ha visto, in assenza di una politica sanitaria pubblica e in presenza del ministro della sanità più inutile della storia repubblicana, la finta militarizzazione della logistica, in verità solo mediatica, mediante la nomina, quale commissario ad acta, di un generale dell’esercito già pluridecorato sul campo per meriti scenografici. Ma l’unica differenza tra prima ed ora è che adesso le Big Pharma riescono a produrre più vaccini (facendoseli pagare lautamente!) e, conseguentemente, a garantire una migliore fornitura. Per tutto il resto c’è il green pass.

Tuttavia, il mandato sostanziale di Draghi è un altro e consiste nel governo, autorevole con i “forti” e autoritario con i “deboli”, di una transizione economica, sociale e politica dell’Italia, che non ha nulla a che vedere con le questioni sanitarie e con la transizione ecologica, usate quali meri strumenti di propaganda. L’obiettivo è il superamento materiale della Costituzione, la definitiva soppressione della sovranità nazionale su base popolare e democratica in favore dell’imperialismo USA e UE, la totale privatizzazione e svendita delle industrie e dei servizi del Paese alle multinazionali, l’abolizione dello stato sociale con l’ulteriore privatizzazione della sanità, la definitiva soppressione degli ormai residui diritti dei lavoratori a cominciare dal contratto nazionale, il ritorno alle norme previdenziali della Fornero (con tanto di Fornero in carne ed ossa quale consulente di governo!), nonché la salda guida delle politiche comunitarie per la transizione ecologica a vantaggio esclusivo delle grandi industrie multinazionali. Il compito di Draghi, in altre parole, è quello di garantire l’efficiente privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite contenute nel Recovery Found, mediante una riforma dello stato strutturale e orientata a consolidare ed estendere gli attuali assetti di potere economico e politico.

Le misure a contrasto dell’epidemia sono funzionali ad esacerbare le contraddizioni in seno al popolo e a rafforzare il potere centralizzato nelle mani di un esecutivo sottomesso all’UE.

In questo modo, da un lato, si indebolisce l’opposizione sociale al governo, dall’altro, si dividono i cittadini e i lavoratori tra loro, spingendoli ad una contrapposizione civile fondata sulla falsa narrazione governativa.

A ben vedere siamo di fronte all’accelerazione di un processo di ristrutturazione sociale, economica e politica iniziato nel 1992, all’indomani del biennio nero che va dal 1989 al 1991, che inizia proprio con l’approvazione del famigerato Trattato di Maastricht e la nascita dell’Unione europea. Tale processo ha un fine ben preciso che consiste nell’eliminazione di qualsiasi ostacolo, di carattere sociale, economico o politico, al consolidamento di un ordinamento sovranazionale di carattere imperialista, governato dalle multinazionali e dalla finanza capitalista. Siamo di fronte, pertanto, ad un nuovo paradigma del potere, molto differente da quello che abbiamo conosciuto fino al 1989 e in relazione al quale è inevitabile un aggiornamento delle contraddizioni che lo stesso sviluppa al proprio interno. Il nuovo potere si articola in due livelli, il primo è il cosiddetto soft power della governace sovranazionale, mediante il quale gli Stati europei si sottomettono ai programmi favorevoli agli interessi dell’imperialismo delle multinazionali elaborati dall’UE, dal FMI e dalla NATO, il secondo è ciò che resta del cosiddetto hard power statuale, utilizzato dai governi in via residuale per ottemperare agli obblighi assunti su scala internazionale e reprimere il dissenso interno. Ed è proprio il certificato vaccinale e la sua funzione disciplinare ad offrire un utile elemento di indagine su questo tema.

Al contrario, riesumare la categoria della “dittatura”, sebbene sotto forma della speciale anomalia qualificata come “dittatura sanitaria”, per quanto sia funzionale al gioco dello scontro frontale tra opposte fazioni nel quale ci sarebbero i “patrioti ribelli” da un lato ed i “collaborazionisti del regime” dall’altro – non farebbe altro che portarci fuori strada rispetto alla corretta comprensione dei processi politici in atto. Infatti, limitatamente ai paesi del blocco capitalista e imperialista, le categorie del ‘900 nell’individuazione dell’organizzazione del potere appaiono quanto meno inadeguate, dovendo, semmai, retrocedere con la memoria di almeno un secolo per individuare qualcosa di simile.

L’organizzazione del governo che abbiamo di fronte è funzionale al potere assoluto delle multinazionali capitaliste e della finanza imperialista, esso non si caratterizza con l’emanazione di norme di legge generali, rigide, direttamente coercitive e stabili nel tempo, definite dalla scienza giuridica anglosassone come misure di hard law, bensì in norme finalizzate a promuovere esigenze particolari di gruppi di potere, flessibili, fondate sul consenso e durevoli quanto basti, definite appunto quali misure di soft law. A fronte di tutto ciò anche i processi di adozione del diritto post-moderno sono differenti da quelli tradizionali, in quanto non sono più interni ad un procedimento politico parlamentare – se non quale momento di mera legittimazione formale in base alle differenti costituzioni nazionali –, ma maturano in un contesto di relazioni informali tra portatori di interessi “superiori”, si determinano in un sistema complesso di governance imperialista al quale partecipano istituti finanziari, società multinazionali, burocrazie amministrative, apparati militari, governi statali e commissioni sovrastatali che sono tenuti ad assumere congiuntamente la titolarità politica delle decisioni. Pertanto, le categorie dell’hard law, che permangono nell’attività di repressione interna del dissenso operata dal residuo potere statuale, non sono corrette al fine di comprendere un processo costituente in atto che si fonda su una governance tanto anti-democratica quanto anti-sovranista. In altre parole, se l’obbligo vaccinale sarebbe stata una misura tipica di hard law, il green pass è una misura (a)tipica di soft law.

Il nuovo potere bio-politico del Capitale, che ha trovato nell’emergenza COVID-19 il più importante terreno di sperimentazione e affermazione, mediante strumenti di soft law in via principale e di hard law in via subordinata, sostenuto dal ruolo politicamente attivo dei mass media di proprietà delle oligarchie finanziarie e dalle stesse controllati e indirizzati, nonché mediante la proprietà e il controllo delle nuove tecnologie (ivi comprese quelle sanitarie), agisce nei confronti della popolazione un’opera incessante di controllo sociale e costruzione di consenso. Tale potere, solo apparentemente morbido, è in grado di disciplinare il pensiero dell’opinione pubblica in modo da produrre comportamenti auto-indotti, ma al tempo stesso produce continuamente uno schema di potenziale discriminazione orizzontale e attua, sebbene in via residuale, attività di repressione nei confronti dei non allineati (improduttivi). Tale discriminazione e attività di repressione sono legittimate dalla costruzione di un nemico interno al popolo, contestualmente al consolidamento premiale del consenso della maggioranza. Di fronte a questo processo (costituente) la Costituzione è un ostacolo, non in alcune sue parti, bensì nella sua stessa essenza politica e giuridica. Pertanto, al netto di alcune periodiche modifiche sostanziali finalizzate a depotenziarne alcune rigidità (es. riforma del titolo V) e inserirne altre sostanzialmente incompatibili con il suo impianto generale (es. pareggio di bilancio), la stessa va in ogni caso aggirata e neutralizzata dal potere politico ed economico, e lo stato d’emergenza rappresenta la tempesta perfetta per attuare questa strategia.

Negli stessi giorni in cui i mass media hanno dato grande spazio alle manifestazioni contro l’obbligatorietà del certificato vaccinale, si sono intensificate su tutto il territorio nazionale importanti manifestazioni di lavoratori, i quali, a causa della chiusura di impianti, del mancato intervento pubblico e dello sblocco dei licenziamenti, sono destinati a rimanere disoccupati, senza idonei ammortizzatori sociali a fronte della probabile abolizione del c.d. reddito di cittadinanza. Queste manifestazioni e proteste operaie si susseguono nel Paese già da qualche mese, nell’indifferenza sostanziale dell’esecutivo e dei mezzi di comunicazione di massa. In tale contesto è evidente come l’emergenza COVID-19 non basti più a produrre obbedienza, ma al contrario il suo perdurare sia un vettore di frustrazione e rabbia sociale, cosicché il banchiere del diavolo necessita di una nuova declinazione del paradigma del nemico che, in questo caso, non deve più riferirsi ad un’entità invisibile, per unire il popolo e renderlo mansueto – come nel disegno del suo predecessore –, bensì deve dividerlo, contrapporlo su opposte fazioni, affinché si acuiscano le contraddizioni in seno al popolo e l’antagonismo sociale sia sterilizzato dall’isteria collettiva di uno scontro fratricida tra lavoratori pro vax e lavoratori no vax. Fare come Macron in Francia, il piano è chiaro e condiviso tanto dai vassalli di destra quanto dai valvassori di sinistra: divide et impera! A corti discorsi, in assenza di presupposti sanitari e legali per imporre un obbligo vaccinale, è questo lo scopo del famigerato green pass, il passaporto verde, come di colore verde si appresta a tingersi il potere della rinnovata governance bio-politica imperialista.

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