L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 agosto 2021

Quei ratti rabbiosi che non riescono a mordere e che si nascondono nelle fogne, la chiamano ancora sinistra


Tutti contro Gratteri, ma con la coda fra le gambe

Jamil El Sadi 29 Agosto 2021

Il vertice di Md confonde l’individualismo con l’indipendenza della magistratura

Nella giornata di ieri il Manifesto ha pubblicato un articolo (nell’edizione cartacea) con un titolo politico ma anche polemico: “Politica e processi, i danni dell’’individualismo penale’”. A sottolinearne la vena polemica è il sottotitolo - prima ancora del contenuto - in cui si parla di “toghe star”. Ma a non voler essere maliziosi abbiamo letto e riletto per intero l’articolo firmato dal collega Andrea Fabozzi. E ci sorgono dei dubbi.
Si tratta di un’intervista fatta al nuovo vertice di Magistratura democratica nelle vesti della presidentessa Cinzia Barillà - giudice di Corte d’Appello -, e del nuovo segretario, il pm dell’antimafia Stefano Musolino. Entrambi da Reggio Calabria.
A fasi alterne, i due di Md lamentano un gioco “mediatico” di certi “procuratori in vista” e alludono al “magistrato individualista che non fa bene alla magistratura” e alla “povera” ministra Marta Cartabia che “ha cercato un compromesso con le paure sollecitate da alcuni magistrati assai in vista, senza interloquire con un pensiero collettivo”. Ecco, parlavamo di dubbi. Ad esempio: a chi si riferivano i due quando hanno rilasciato quelle dichiarazioni (tra l’altro contestualizzate alle volte al tema della Riforma Cartabia)? A voler essere maliziosi sembrerebbe che il riferimento sibillino sia nei confronti di Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro, una toga che per carisma e per storia personale non ha mai avuto remore nel far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. Il problema è che nella lunga intervista, i due di Md dicono solo il “peccato” e mai il “peccatore” (e dire che essendo magistrati dovrebbero essere abituati a fare nomi e cognomi?).
Come riporta Il Fatto Quotidiano, il procuratore Gratteri “è nel mirino delle correnti di centrosinistra dell’Associazione nazionale dei magistrati, le stesse (Area e Unicost) che a marzo avevano presentato in assemblea un documento che conteneva una sostanziale censura nei suoi confronti (“la pubblica accusa eviti esternazioni che possano turbare la serenità del giudizio”)”. Anche in quel caso - così come nella doppia intervista del Manifesto - Gratteri non hanno il coraggio di citarlo mai. Si limitano a farne un'allusione sibillina.
Sì, proprio così, perché naviga nel sottobosco della vergogna, con la coda fra le gambe per paura di fare nomi e cognomi di quei magistrati con la schiena dritta che al posto di essere “individualisti” sono in realtà indipendenti da schemi politici e logiche di potere. E difendono un alto senso critico ed etico della magistratura stessa.
Esatto, proprio come Nicola Gratteri.

Foto © Imagoeconomica

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