L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 agosto 2021

Rimane scoperto quel terreno di analisi che coincide con il processo di formazione del mercato (non solo nazionale), su cui il capitale può esercitare indisturbato la sua direzione teorico-pratica.

Teoria del valore-lavoro, totalità dello sviluppo ed egemonia della classe operaia
di Eros Barone
19 luglio 2021


L’oggettività del valore delle merci si distingue da Mrs. Quickly perché non si sa dove trovarla. In diretta contrapposizione all’oggettività rozzamente sensibile dei corpi delle merci, nemmeno un atomo di materiale naturale passa nell’oggettività del valore delle merci stesse. Quindi potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, ricordiamoci che le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressioni di una identica unità sociale, di lavoro umano, e che dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale, e allora sarà ovvio che quest’ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale tra merce e merce.

Karl Marx 1

1. L’unica merce che produce valore

L’analisi che Marx conduce nel I libro del Capitale mostra una rete di scambi in cui si incrociano quantità di lavoro differenti, in una parola scambi ineguali. Si tratta allora di comprendere quale posto hanno questi processi nell’analisi complessiva di Marx, al fine di comprendere, fra le altre cose, l’importanza politica che tali problemi assumevano agli occhi dello stesso Marx. E qui si colloca una pietra angolare dell’analisi della società capitalistica, poiché all’interno di quella rete di scambi esiste uno scambio che assolve un ruolo assiale, definendo la società capitalistica e determinandone la differenza rispetto alla società mercantile: lo scambio tra salario e forza-lavoro.

Sennonché, come è noto, affinché tale scambio possa prodursi occorre che sia venuto a compimento in precedenza un lungo e tormentato processo storico, che ha portato alla polarizzazione, da una parte, dei proprietari dei mezzi di produzione e, dall’altra, di coloro che non posseggono altro che la loro forza-lavoro. Le condizioni storiche d’esistenza del capitale infatti «non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione». 2

Questo scambio è il vero, autentico motore della società capitalistica, perché è per definizione uno scambio ineguale, perché esso significa di fatto appropriazione, da parte del capitalista, del valore d’uso specifico della forza-lavoro, della sua specifica capacità di creare valore e quindi di incrementare e valorizzare il capitale. Marx insiste molto su questa specificità del valore d’uso della forza-lavoro, giacché il suo intento non è solo quello di sottolineare la perfetta organicità tra la condizione di merce della forza-lavoro e lo sfruttamento capitalistico, ma anche quello di conferire la massima evidenza al ruolo che svolge la forza-lavoro umana come unica merce che produce, crea valore. Perché tanta insistenza? La ragione è ovvia: ciò che costituisce la differenza specifica tra lo scambio di salario e forza-lavoro ed altri scambi ineguali, che pure si possono produrre su altri mercati che non siano appunto quello della forza-lavoro, è la circostanza per cui, mentre nel primo caso l’ineguaglianza dello scambio deriva da un processo nel quale si forma un valore nuovo, un valore che precedentemente non esisteva, nel secondo caso si tratta di un’ineguale ripartizione e distribuzione del valore già esistente: lo scambio è ineguale perché in esso si intersecano quantità di lavoro diverse.

La differenza risulta con chiarezza anche nelle sue implicazioni politiche: mentre per la classe operaia la radice dello sfruttamento risiede nella riduzione a merce della propria forza-lavoro, ossia nella sua separazione sociale dai mezzi di produzione, nella sua sussunzione all’interno di un rapporto di scambio, per i soggetti sfavoriti nello scambio su altri mercati si tratta invece di una violazione del criterio di equivalenza che regola lo scambio. Dunque, la radice dello sfruttamento non è nel prezzo che il capitalista paga all’operaio, giacché tale prezzo corrisponde al valore (storicamente variabile) della forza-lavoro, ma è nella separazione tra produttori e strumenti di produzione. La centralità della classe operaia nel processo rivoluzionario nasce quindi (sia detto in linea di principio, poiché empiricamente la coscienza di classe varia nelle diverse congiunture storiche) da ciò, che essa, ut talis, lotta per l’abolizione della separazione tra produttori e strumenti di produzione, ossia per il socialismo/comunismo, mentre gli altri soggetti lottano per la restaurazione integrale della legge dello scambio. In altri termini, la prima lotta contro quella legge, i secondi per la sua universale applicazione. È questa la differenza che intercorre, dal punto di vista storico, tra la rivoluzione proletaria e la rivoluzione democratico-borghese, e, dal punto di vista del livello raggiunto dalla coscienza di classe, tra una posizione tradunionista o riformista e una posizione rivoluzionaria.

Marx pone in evidenza la netta cesura esistente fra i due tipi di scambio e i due tipi di rapporto con la società capitalistica che ne derivano: se la classe operaia diviene ciò che è, ovvero una classe che critica in radice la società fondata sullo scambio e la sua scienza, l’economia politica, i soggetti sociali colpiti da un’ineguale ripartizione del valore creato dalla classe operaia (piccola e media borghesia, ‘mezze classi’, ceti intermedi e strati salariati non produttori di valore) lottano per il pieno rispetto della legge del valore e, più in generale, delle leggi dell’economia politica.

D’altra parte, se la preoccupazione di Marx fosse stata esclusivamente quella di porre in evidenza tale cesura, di sottolineare come la società capitalistica si fondi sullo sfruttamento della classe operaia, di mettere in luce l’esemplare filisteismo del principio dello scambio, la sua organicità allo sfruttamento della classe operaia, insomma se Marx si fosse voluto limitare a questo semplice intento, probabilmente gli sarebbe bastato arrestarsi all’ultima pagina del I volume del Capitale, dove viene svelato l’arcano della produzione borghese: l’organicità di scambio e sfruttamento. Come si spiega però l’attenzione che egli continuò a prestare ai problemi della formazione dei prezzi e del loro rapporto con i valori? E come si spiega la prima sezione del I volume del Capitale, il cui cardine è la determinazione del criterio che regola le ragioni di scambio tra le merci?

2. Teoria dello sfruttamento senza teoria del valore: una critica monca

Orbene, il significato di queste domande si chiarisce soltanto se si comprende la loro ragione, che è insieme e inscindibilmente teorica e politica. Si tratta, cioè, di capire che l’intenzione che animava la ricerca di Marx era quella di mettere a punto nel Capitale non solo le categorie per una critica operaia della società capitalistica, ma qualcosa di più: gli strumenti teorici per l’emancipazione della classe operaia. Quegli strumenti grazie ai quali la classe operaia poteva non solo riconoscere la propria schiavitù, ma superare il livello della propria coscienza spontanea per giungere a costruire la propria coscienza politica attraverso una visione capace di inquadrare la totalità dello sviluppo capitalistico.

A questo punto, la preoccupazione, sempre viva in Marx, di fornire una teoria del valore delle merci e del loro valore di scambio non sembra più la semplice preoccupazione dello scienziato di dare una risposta ai classici del pensiero economico borghese, ma si rivela come strettamente funzionale al progetto di fornire un fondamento scientifico alla politica rivoluzionaria della classe operaia. Quando Marx scrive Il Capitale sa già che la «lotta di classe contro classe è lotta politica», 3 ma sa anche che il problema centrale è quello di una fondazione scientifica della lotta della classe operaia come lotta politica, del passaggio dalla classe in sé alla classe per sé. E invero, se la preoccupazione di Marx fosse stata soltanto quella di svelare i rapporti di dominio su cui si fonda la società capitalistica, a questo fine sarebbe stato sufficiente formulare una teoria dello sfruttamento dando come presupposte le ragioni di scambio tra le merci e quindi non vincolando necessariamente il proprio ragionamento ad una teoria del valore. Una teoria dello sfruttamento così fondata ha una sua plausibilità anche se prescinde, convertendolo in un presupposto, dal problema dei prezzi e delle ragioni di scambio tra le merci. Pur non essendo una teoria del valore, è una teoria dello sfruttamento e, pur non affrontando direttamente il problema del criterio secondo il quale si formano e si costruiscono le ragioni di scambio tra le merci, permette tuttavia di descrivere un aspetto fondamentale della società capitalistica: il suo reggersi sulla appropriazione di lavoro non pagato, sullo sfruttamento della classe operaia.

Certamente riuscire a descrivere quest’aspetto della società capitalistica è essenziale, perché consente di mostrarne l’arcano, di ribadire il fine che deve essere sotteso alla lotta politica della classe operaia: la sua liberazione dalle catene del lavoro salariato, il superamento della separazione tra produttori e strumenti di produzione, la costruzione di una società senza classi fondata sull’autogoverno dei produttori. Ma, come si è detto, Marx, con Il Capitale, intende costruire gli strumenti teorici idonei ad esplicare una critica complessiva del processo sociale di produzione e ad investire la totalità dello sviluppo capitalistico.

La disgiunzione del concetto di sfruttamento dalla teoria del valore-lavoro, la disarticolazione di quella relazione che Marx istituisce nel Capitale, comporta quindi conseguenze di non poco conto, così sul piano teorico come sul piano politico: conseguenze che sfociano in una visione ove tutta la complessa fenomenologia del processo di formazione del mercato si appiattisce in una riproduzione scalare dell’unica realtà dello sfruttamento della classe operaia. Quella disgiunzione e quella disarticolazione hanno pertanto un prezzo assai alto sul piano politico, poiché circoscrivono l’azione della classe operaia all’interno della fabbrica, limitando la visuale dei lavoratori alla pura osservazione del proprio processo di sfruttamento e lasciando, quanto meno a livello analitico e sul terreno dell’agitazione, che il processo di formazione del mercato sia un problema esclusivo del capitalista e che la direzione dello sviluppo capitalistico non sia oggetto di critica da parte del movimento di classe. In questo senso, la problematica della pianificazione economica, riproposta negli ultimi tempi da più parti, è il sintomo positivo di un potenziamento e di un allargamento della visuale teorica e politica del movimento di classe. 4

3. Dalla teoria alla politica, dalla classe in sé alla classe per sé

A questo punto è allora nitida sino in fondo l’intenzione di Marx: la costruzione della teoria del valore coincide con il tentativo di elaborare gli strumenti teorici necessari alla costruzione della coscienza politica della classe operaia, della sua capacità di confrontarsi con tutte le contraddizioni dello sviluppo e della crisi del capitalismo, così come con l’apparato di dominio complessivo che media nella società le istanze del modo di produzione capitalistico e organizza con lo Stato il consenso a questo modo di produzione. Perciò, in forza di quella disgiunzione e di quella disarticolazione si impedisce alla teoria di superare il livello della coscienza spontanea della classe operaia, che viene bloccata nell’osservazione, pur essenziale, dei rapporti immediati tra capitalista ed operaio. Scompare in tal modo quello che è stato un problema di Marx e dei classici del socialismo scientifico, quello che è stato il problema del giovane Lenin: l’analisi del processo di formazione del mercato, 5 che va individuata oggi in base alle dimensioni, regionali e globale, che a tale processo ha conferito il capitalismo monopolistico transnazionale. Quella disarticolazione in altri termini rischia di porre un diaframma troppo netto tra Marx e Lenin (un diaframma che a questo punto non sarebbe solo teorico, ma anche politico), impedendo di individuare il terreno che pure è comune ad entrambi: il terreno dell’analisi delle contraddizioni che percorrono il processo di sviluppo/crisi del capitalismo.

4. Teoria del valore e analisi del capitalismo

È un grande merito di Paul Mattick quello di aver ripreso la teoria dell’accumulazione di Marx e di aver mostrato che il capitalismo contemporaneo, lungi dall’aver alterato le condizioni di validità della teoria marxiana del valore, ne costituisce l’ultima conseguenza, sviluppatasi logicamente dalle leggi dell’accumulazione del capitale. 6 Così facendo, Mattick ha tagliato il nodo gordiano di molte discussioni erroneamente impostate sulla teoria del valore di Marx. 7 In particolare, la critica secondo cui la legge del valore avrebbe come condizione di validità un regime economico di libera concorrenza e cesserebbe in una situazione di mercato monopolistico, critica accreditata, ad esempio, da Baran e Sweezy, 8 appare essere priva di fondamento. Come Mattick fa vedere, 9 la teoria del valore non è una teoria dei prezzi relativi, in quanto il suo status logico non è quello degli empirici rapporti di mercato. Il fatto che il prezzo di monopolio non possa coincidere con il valore è, in questo caso, una banalità che non ha niente che fare con una ‘confutazione’ della teoria del valore, in quanto per Marx sono i rapporti di produzione che permettono di spiegare i fenomeni del mercato, così come la concentrazione del capitale e il predominio del monopolio che ne conseguono. Il prezzo di monopolio è quindi intelligibile soltanto partendo dalla legge del valore, allo stesso modo in cui le deviazioni da una legge sono soltanto intelligibili sulla base della legge stessa.

La legge del valore si configura pertanto come l’espressione della struttura centrale e delle tendenze storiche di una società i cui rapporti di produzione si fondano sulla divisione del lavoro e sulla proprietà privata. Da questo punto di vista, la legge del valore mostra come la produttività del lavoro umano debba esprimersi in termini di valorizzazione, ossia in termini di accumulazione del capitale, fermo restando che l’accumulazione del capitale sociale totale è il quadro in cui l’accumulazione dei capitali singoli, e quindi anche i prezzi come rapporti empirici di scambio, diventano intelligibili e scientificamente spiegabili.

Insomma, la divaricazione tra prezzi e valori non è la, da più parti conclamata, smentita della teoria, ma il segno di un processo sociale che, avendo modificato le condizioni dell’equilibrio perfetto, attende la sua spiegazione. Sennonché questa spiegazione non può venire da una nuova teoria del valore e dei prezzi (o, ad esempio, da qualche ircocervo ricardiano-walrasiano-sraffiano), ma soltanto dallo sviluppo dell’analisi sociale materialistica: l’equazione di prezzi e valori presuppone un certo rapporto tra i produttori, la divaricazione tra prezzi e valori indica che questo rapporto si è modificato; l’analisi delle ragioni che presiedono a tale divaricazione è l’unico strumento che consente di comprendere la dinamica concreta dello sviluppo capitalistico. La mancata coincidenza di prezzi e valori, di ragioni di scambio e quantità di lavoro, l’ineguaglianza dello scambio non è la smentita della teoria, ma è l’ineguaglianza stessa dello sviluppo capitalistico; la divaricazione tra prezzi e valori non è la contraddizione tra il fatto e la teoria, ma la fenomenologia concreta dello sviluppo capitalistico in quanto sviluppo ineguale; l’astrazione dei prezzi dai valori è un’astrazione reale.

Di fronte a questo fenomeno (la divaricazione tra valori e prezzi) due ipotesi appaiono allora in tutta la loro debolezza (debolezza che si appalesa nel modo più chiaro a proposito della ‘vexata quaestio’ della cosiddetta trasformazione dei valori in prezzi di produzione): da una parte, quella che di fronte alla suddetta divaricazione risponde dichiarando la irrilevanza del processo di formazione dei prezzi in Marx e demandando così il tema dello sviluppo alla direzione del capitale; dall’altra, quella che, muovendosi nella direzione esattamente opposta, di fronte a questo fenomeno risponde dichiarando l’incapacità della teoria del valore-lavoro nel ricostruire il processo di formazione dei prezzi. Peraltro, spesso accade che l’operaismo della prima debba fare ricorso, allorché vuole misurarsi con il tema dello sviluppo, all’economicismo volgare della seconda ipotesi.

A questo punto, è possibile vedere un vizio che accomuna entrambi questi atteggiamenti nel loro atteggiarsi di fronte al problema della divaricazione tra prezzi e valori: in entrambi i casi, di fronte alla tensione bipolare che si produce tra il valore e la sua forma fenomenica (il prezzo), la reazione è quella di elidere la tensione sopprimendo uno dei due poli tra i quali quella tensione si produce: nel primo caso negando la rilevanza del problema dei prezzi, nel secondo caso mettendo in discussione la ‘validità’ della teoria del valore-lavoro. Si recide così qualsiasi legame tra teoria del valore-lavoro e processo di sviluppo/crisi del capitalismo, eludendo proprio quel compito di potenziamento ed allargamento del raggio d’azione della critica dell’economia politica rispetto al tema del processo complessivo di sviluppo/crisi del capitalismo, di cui proprio la divaricazione tra valori e prezzi fonda la concreta possibilità. 10

In entrambi i casi rimane scoperto, innanzitutto sul piano teorico e quindi strategico, tutto quel terreno di analisi che coincide con il processo di formazione del mercato (non solo nazionale), su cui il capitale può esercitare indisturbato la sua direzione teorico-pratica. Non a caso è stato proprio questo il terreno d’analisi che, per primo dopo Marx, Lenin ha esplorato; 11 non a caso questo compito è stato quello sul quale si sono misurati i grandi dirigenti del movimento operaio internazionale. È su questo terreno infatti che vanno costruite in concreto la teoria della rivoluzione proletaria e l’egemonia della classe operaia.

Note
1 K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 79.
2 Ivi, pp. 202-203.
3 Il passo, che giova riportare per esteso, è tratto dall’ultimo capitolo della Miseria della filosofia, intitolato Gli scioperi e le coalizioni degli operai, in cui Marx, polemizzando con Proudhon il quale sosteneva che un rialzo dei salari era destinato a provocare il rialzo dei prezzi (correlazione poi formalizzata in altri termini da Ferdinand Lassalle come “legge bronzea dei salari”), elabora tre tesi fondamentali del socialismo scientifico: a) la necessità delle coalizioni degli operai ed il loro valore rivoluzionario; 2) la lotta di classe come lotta politica; 3) la prospettiva dell’abolizione delle classi. Ed ecco il passo in questione: «Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta… questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica» (K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 145).
4 Degno di nota, anche se condizionato da una prospettiva neoriformista che induce a coltivare illusioni sulla possibilità della pianificazione in un regime capitalistico, è il libro recente di Emiliano Brancaccio, Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020, ove viene formulata, non in opposizione ma neanche in coerenza con la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio medio di profitto, la cosiddetta “legge di riproduzione e tendenza del capitale”.
5 Non si dimentichi che il sottotitolo dello Sviluppo del capitalismo in Russia è Processo di formazione del mercato interno (cfr. V. I. Lenin, op. cit., in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1969, vol. III, pp. 3-669).
6 P. Mattick, Marx e Keynes, De Donato, Bari 1972.
7 Mi sia permesso segnalare in questa stessa sede, oltre a vari commenti sugli articoli concernenti tale tema, i seguenti contributi:
8 Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968 (ed. or. Monthly Review Press, New York 1966), p. 5: «… l’analisi marxista del capitalismo, in fondo, riposa ancora sul presupposto di una economia concorrenziale».
9 P. Mattick, op. cit., cap. 3.
10 Cfr. il paragrafo 2 del presente articolo.

11 Naturalmente, non va dimenticato, pur con tutti i suoi limiti ma anche con numerosi elementi di convergenza rispetto all’opera di Lenin, l’importante ruolo svolto da Karl Kautsky, sulla cui Agrarfrage mi sia consentito di segnalare il seguente articolo:
https://www.sinistrainrete.info/teoria/20581-eros-barone-alla-ricerca-dell-alleato-la-agrarfrage-di-karl-kautsky.html. Si tenga presente che la Agrarfrage di Kautsky e lo Sviluppo del capitalismo in Russia di Lenin sono, quanto alla pubblicazione, coevi, essendo entrambi apparsi nel 1899. Va però notato che la prima raccoglie, per la maggior parte, articoli che l’autore era venuto pubblicando sulla «Neue Zeit» a partire dai dibattiti agrari del 1894-95.

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