L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 settembre 2021

Affrontare la questione sociale con i paletti messi di volta in volta da Euroimbecilandia è da stupidi. La dignità è data dal lavoro e tu invece di crearlo concorri a toglierlo non stai lavorando per il popolo italiano ma per la concorrenza internazionale che vuole solo asservirlo alle sue necessità. Regalare pezzi di banca pubblica, Monte dei Paschi di Siena, che diventa più costoso che mantenerla è da dementi incalliti. Draghi, è uno stregone maledetto più che un demiurgo montato ad arte dai mass media servi dei padroni

SCENARIO DRAGHI/ Ita, Ilva, green, Mps: un contentino ai partiti non basta più

Pubblicazione: 12.09.2021 - Stefano Cingolani

Alitalia, Ita, Mps, Ilva, quota 100, Rdc e transizione industriale: sulla strada di Draghi si affaccia una nuova questione sociale

Mario Draghi, presidente del Consiglio, con Giancarlo Giorgetti, ministro per lo Sviluppo economico (LaPresse)

Il governo Draghi si trova ad affrontare i primi preoccupanti segnali di una nuova questione sociale. Anche se è ovviamente diversa da quella dell’Ottocento che abbiamo studiato sui libri di scuola, presenta una somiglianza di fondo: allora riguardava le conseguenze della prima industrializzazione, oggi siamo di fronte alle ricadute della terza o quarta rivoluzione, o meglio, della transizione all’economia digitale, ecologica, responsabile.

La pandemia non è ancora superata, la ripresa molto brillante nei mesi scorsi rischia di regredire a rimbalzo, dagli Stati Uniti o anche dalla Cina arrivano indicatori congiunturali preoccupanti (ultimo in ordine di tempo l’occupazione americana), e intanto emerge un intreccio di problemi vecchi e nuovi.

I lavoratori dell’Alitalia hanno bloccato la Roma-Fiumicino e hanno manifestato a Montecitorio davanti alla Camera dei deputati, mentre da Bruxelles è arrivata la doccia fredda: i prestiti ricevuti sono illeciti aiuti di Stato, bisogna restituire 900 milioni di euro, chi paga? È a rischio anche il lancio della nuova compagnia Ita, tanto che il segretario della Cgil, Maurizio Landini, vuole rimettere in discussione l’intero piano.

La vendita del Monte dei Paschi di Siena è una strada in salita ripida: Unicredit non vuole il marchio e intende comprare solo pezzi della banca, esattamente il contrario di quel che vorrebbero i sindacati, i partiti senesi e quelli nazionali dalla Lega al Pd.

L’Ilva è una gigantesca incognita, i conti vanno male, l’iniezione di capitale da parte del governo deve avviare la riconversione ambientale, con un impatto evidente sull’occupazione; se poi rallenta la ripresa, si allontana la possibilità di sfruttare le occasioni che il rilancio della siderurgia offriva al più grande impianto europeo. “Speriamo per la metà di ottobre di avere un piano condiviso anche con Arcelor Mittal – ha detto il ministro Giorgetti -. Il problema non è tanto di mercato, ma è riuscire a trovare e condividere un piano di sviluppo con l’azionista privato, che come sappiamo è un azionista particolare”. È il problema che finora lo ha occupato di più e resta un vero rompicapo.

Ci sono poi gli 85 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico, a cominciare dal caso Whirlpool. E ancora: siamo arrivati al redde rationem per quota 100 (e quindi la regolazione dell’intero assetto pensionistico) e per il reddito di cittadinanza (il che significa mettere mano alla struttura del welfare e al suo rapporto con il mercato del lavoro).

Intanto, la nuova transizione industriale apre altri allarmanti punti di crisi. Si pensi soltanto all’impatto che avrà l’auto elettrica sull’intera componentistica e sull’automotive diventata asse portante dell’industria manifatturiera italiana. La Banca centrale europea sta lavorando a un piano di azione sul riscaldamento climatico, perché la transizione energetica rischia di diventare essa stessa “un rischio maggiore per la stabilità del sistema finanziario”, come ha scritto uno studio americano. È vero che le conseguenze dell’inquinamento generano enormi perdite al Pil (si pensi all’impatto delle catastrofi e alla ricaduta sulle compagnie di assicurazione). Ma un cambiamento troppo rapido può innescare una reazione a catena dalle enormi conseguenze economico-sociali. Anche in Italia il dibattito è cominciato e ricade già sul governo, si pensi alle reazioni che ha ricevuto l’approccio realistico del ministro Cingolani: troppo cauto per gli ecologisti e il M5s, troppo azzardato per la Lega.

Mario Draghi dovrà mettere alla prova la sua tenacia, la determinazione che ha già mostrato nell’affrontare i vaccini e il green pass, l’abilità tattica con la quale finora ha impedito che le contraddizioni degenerassero in veri conflitti. E forse ancora non basta. I problemi ci sono e non si possono accantonare, ma vanno affrontati in modo diverso. È questo il vero banco di prova.

I governi precedenti, nessuno escluso, hanno seguito la logica del contentino elettorale: bisognava dare qualcosa a ciascun collegio, a ciascun partito. Per capirci, Mps riguarda Siena, l’Alitalia soprattutto Roma, Whirlpool Napoli e così via. E ancora: il reddito di cittadinanza è affare dei 5 Stelle, quota 100 dei leghisti.

Questo metodo ha portato allo stallo. Draghi è in grado rifiutare tale approccio, pur essendo un abile mediatore non fa parte del suo modo d’essere, inoltre non ha clienti da accontentare, può davvero guardare all’interesse generale.

La questione sociale va affrontata in questa ottica, dedicandole tutti gli sforzi, anche economici, necessari. Non basteranno le risorse europee per creare nuovo lavoro in grado di compensare il vecchio, soprattutto ci vorrà tempo per ricongiungere domanda e offerta.

Sarà necessario indebitarsi ancora? E di quanto? Sono le domande alle quali trovare le prime risposte fin dalla prossima Legge di bilancio.

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