L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 settembre 2021

Benedetto XVI - E non solo non gli si obbediva, ma sovente non veniva nemmeno informato di disposizioni emanate a Suo nome, come è stato messo in chiaro dal dossier ‘Vatileaks’

VACANTIA: sul significato del termine “VACET” nella “Declaratio” di Papa Benedetto XVI.

Maurizio Blondet 31 Agosto 2021

Lungo ed aspro l’itinerario che condusse il Santo Padre Benedetto XVI alla DECLARATIO del febbraio 2013, e probabilmente i fatti sono nella memoria di tutti; per cui basterà qui ricordare che già nel 2005 il Pontefice ebbe a dire al Mons. Fellay, che lo spronava ad esercitare la sua autorità nel governo della Chiesa: “La mia autorità finisce a quella porta”. E non solo non gli si obbediva, ma sovente non veniva nemmeno informato di disposizioni emanate a Suo nome, come è stato messo in chiaro dal dossier ‘Vatileaks’. Nasce da qui, dalla ribellione di alti esponenti curiali, il clamoroso annuncio del papa di volersi ritirare dal MINISTERIUM a causa – disse e scrisse – di un venir meno ingravescente aetate delle energie necessarie. L’annuncio fu dato attraverso quel documento che come titolo recava appunto ‘DECLARATIO’ (e non RENUNTIATIO), sbrigativamente assunta e pubblicizzata come atto dimissionario, pur se forti dubbi su quello scritto – in siti privati ma di ampia notorietà – non vennero mai meno, anche in virtù di quell’abito bianco che il “Dimissionario” continuava a portare – “perché non ho un abito nero”, si giustificava con chi ne chiedeva conto – e di quel reiterato “il Papa è uno solo”, che mai scioglieva il nodo del dilemma. D’altra parte, i dubbi venivano rincalzati (se non sollecitati) da una serie di comportamenti e orientamenti del vescovo di Roma almeno spregiudicati, se non anche provocatori, allineati come erano a un modernismo da ‘big reset’ massonico.

Bisognerà attendere fino al Marzo del 2021 per assistere all’entrata in commercio di un libro dal titolo: “Benedict XVI: Pope emeritus?” dell’avvocatessa Estefania Acosta, col quale ella dimostra che le cosiddette ‘dimissioni’ del Papa tali non sono e non possono essere in base a quanto stabilisce il diritto canonico – arbitro unico in tali questioni – sia perché il Papa non può rinunciare a uno dei due uffici che lo caratterizzano (MUNUS e MINISTERIUM), laddove Benedetto espressamente dichiara di rinunciare al solo MINISTERIUM – esercizio pratico del potere -; sia perché, continua la giurista (sostenuta peraltro da Antonio Sànchez Sàez, ordinario di diritto in Siviglia) tutto il documento, contesto com’è di badiali errori di lingua (latina), di contenuto, di ambiguità, non va inteso altrimenti che come un sottile escamotage[1] di Benedetto per far intendere quel che non poteva dire in chiaro, col rischio di uno scisma, ma lasciando in evidenza soprattutto tre dati fondamentali: 1) si tratta di DECLARATIO e non RENUNTIATIO; 2) è un abbandono del solo MINISTERIUM che, essendo atto giuridicamente invalido, rende privo di valore il documento e, simultaneamente, l’elezione di Bergoglio e degli 80 cardinali da lui nominati; 3) portare a luce le mene di quella quota di cardinalato infedele e ostile – nuovo Tersite per la distruzione di Troia: ma si ricordino di Enea – onde mettere in salvo quel che resta della Chiesa non corrotta.

A fornire ulteriore sostanza alla tesi della Acosta si schierano alcuni autorevoli latinisti[2] che, approfondendo lo studio della ‘strana’ (per sequenze di improbabili errori) DECLARATIO di Benedetto XVI, giungono alla convinzione che in sede di storia linguistica il significato della voce latina VACET (congiuntivo presente del verbo VACARE) in quel documento deve essere interpretato nel senso non di una rinuncia del Pontefice al Suo mandato, ma come dichiarazione di “SEDE IMPEDITA”, sia pure espressa in un linguaggio capzioso e allusivo[3].

Gli studiosi sono giunti a siffatta interpretazione risalendo al significato proprio ed originale del latino VACARE, da intendere come “esser vuoto, esser libero,” in genere riferito a una carica o ufficio che è, o si è reso, libero, ‘vuoto’, e perciò detto di un potere non più operativo.

Dall’“essere vuoto” si perviene alla nozione di “SEDE IMPEDITA” in virtù di una rigorosa ricostruzione storico-biografica, messa a punto dai medesimi studiosi, sulla fattuale situazione in cui Benedetto XVI si venne a trovare, trafitto da scandali e accuse infamanti, mentre nel tempo venivano a luce dubbi sull’elezione di Bergoglio e, contestualmente, emergevano presso altri professionisti acute osservazioni sul testo della DECLARATIO.

A sostegno di codesta nuova linea interpretativa, che a nostro modo di vedere mette una parola ultimativa sulla vexata quaestio imperniata su rinuncia vera o fittizia e, nella scia, chi sia il vero Papa e chi no, non sarà inutile introdurre una convalida di quella lettura attraverso alcune testimonianze dantesche, sapendo peraltro che il verbo VACARE è un latinismo introdotto da Dante nella lingua volgare con forte continuità semantica, come emerge dall’uso che il Poeta ne fa sia nelle sue opere latine che nella Commedia, dove appare quattro volte. Fatto presente che – in ciascun caso – se ne conferma il preciso uso dantesco all’interno della detta area semantica, i luoghi che meglio si propongono, per evidenze analogiche, con le circostanze della DECLARATIO, muovono dal XXVII e dal XVI del Paradiso (rispettivamente versi 22/24 e 112/114):

Quelli che usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che VACA

nella presenza del Figliuol di Dio…

Dall’ottavo Cielo S. Pietro lancia una sanguinosa invettiva, con obiettivo specifico Bonifacio VIII, per la quale detto Papa viene informato con parole di fuoco dal Primo Vicario che “il luogo mio”, il soglio di Pietro, è “vuoto” agl’occhi del Figlio Dio, in quanto quel Papa si è auto-destituito per indegnità. Balza agl’occhi la forte simmetria tra le due situazioni: da una parte c’è la completa ASSENZA – agl’occhi di Dio – di un Ufficio (in realtà: dell’intero vicariato di Christus Sacerdos) conseguente ad un’involontaria auto-destituzione per colpa grave; dall’altra, l’ASSENZA viene agita come effetto di una (falsa) auto-destituzione – volontaria sì, ma sub cultro -, estorta attraverso il forzato impedimento del libero esercizio dell’Ufficio (nella fattispecie, del Ministerium: si ricordi in tal senso anche il paralizzante blocco dei movimenti finanziari inflitto al Vaticano). E ancora: nel primo caso, per l’infernale devianza di un Papa; nel secondo, per l’infernale pressione, anche curiale, SUL Papa.

In ambedue le contingenze, il valore da attribuire a quel verbo è limpido.

L’altra occorrenza offerta da Dante, forse ancora più diretta della prima, ci proietta nel marziale quinto Cielo, nel quale il trisavolo del Poeta, Cacciaguida, nel ricordare al nipote le virtù civili in cui l’antica Fiorenza fioriva, si (e ci) regala un rasoiata contro le più recenti cattive abitudini dei nuovi chierici del vescovado cittadino ( Pd.XVI, 112 / 114):

Così facieno i padri di coloro

che, sempre che la vostra chiesa vaca,

si fanno grassi stando a consistoro.

Chiarito che con “i padri” Cacciaguida allude alla generazione del suo tempo e alla di lei correttezza (l’antica abstinentia), e che con “coloro” indica i figli e nipoti degeneri, ne viene che in ASSENZA del vescovo legittimo, si costituisce pro tempore in quella città un consesso di ecclesiastici assai più versati nel bene privato che in quello pubblico: in quell’ASSENZA, che bene in italiano si dice vacanza, si compendia quel vuoto di potere….mal vicariato, e perciò sanzionato.

Alla luce di tali evidenze, il cui valore risiede nel fatto che ci troviamo in presenza, come sopra osservato, del primo ingresso nella nostra lingua di un termine che mantiene inalterato significante e significato in ambedue le aree, trova conferma la rigorosa ricostruzione eseguita dagli studiosi, autori della brillante ricerca.

PROF. ALESSANDRO SCALI

Docente (ora a riposo) nei licei, formatosi a Roma al S. Maria e poi alla scuola di Paratore, Pagliaro, Brelich. Ha riversato il suo impegno nell’insegnamento e, contestualmente, nello studio della Tradizione, avendo come vettore (o “spirito guida”) Dante, cui ha intitolato il suo libro ‘Dante, pietra d’inciampo, Ed. Il Cinabro, Catania 2008’. Ha curato e commentato l’edizione degli scritti sull’Alighieri, di Guido de Giorgio, dal titolo ‘Studi danteschi’, pubblicato nel 2017 sempre per i tipi de ‘Il Cinabro’.

Ha collaborato con diverse riviste volte al recupero e all’approfondimento dei valori etici e spirituali inerenti la Tradizione.

E’ componente del Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis

[1] Si tratterebbe del famoso piano B, elaborato insieme a Papa Wojtyla nel 1983, quando vennero distinte in Munus e Ministerium le caratteristiche dell’ufficio del Papa.

[2] Per correttezza: Gianluca Arca, Alexis Brugnoli (fra’), Giorgio Piras, Francesco Ursini, Matteo Corrias.


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