L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 settembre 2021

Coltivare l'arte, la filosofia e la religione strumenti per perpetuare l'organismo spirituale in cui siamo immersi

Marcello Veneziani: la società non pensa e non crede

Maurizio Blondet 12 Settembre 2021

In che razza di società viviamo? So che la domanda è formulata in modo scorretto perché usa la parola proibita, ma basta un minimo di intelligenza per capirne il senso. Di quale profondo malessere è spia la rivolta contro l’obbligo vaccinale e il green pass, al di là dei motivi sanitari che ne sono alla base? Viviamo nella società della paura, della diffidenza e del rancore; e ne portiamo tutti, a vari livelli, i segni. La paura e il terrorismo sul contagio hanno alimentato anche la paura opposta, quella verso il vaccino incognito, “sperimentale”. La diffidenza nei confronti del prossimo a rischio infezione e di chi non segue i protocolli sanitari ha accresciuto la diffidenza speculare verso il potere, politico, farmaceutico e sanitario e i loro seguaci. E il rancore verso la razza maledetta degli scettici e dei ribelli alle prescrizioni sanitarie, si è ritorta in una forma di rancore verso gli obblighi e verso i loro banditori e sbandieratori. È una spirale, di cui non si riesce a capire il senso se guardiamo solo all’effetto di ribellione, senza chiedersi delle motivazioni che lo hanno incubato e allevato, fino a farlo esplodere. In verità i ribelli sono una minoranza (e gli scalmanati sono una minoranza della minoranza), ma sono la punta di un iceberg molto più vasto: perché oltre i ribelli c’è la più vasta platea dei riluttanti, degli scettici, dei diffidenti; anche tra coloro che si sono vaccinati e hanno il green pass.

Ma non ci interessa tornare sulla questione dei vaccini e dei passaporti sanitari; vogliamo piuttosto capire quale malessere spinge la nostra società a farsi preda del rancore, della diffidenza, della paura e dell’angoscia.

Qui è necessario un salto ulteriore per entrare nelle profondità del disagio sociale e civile. Al di là della pandemia, siamo entrati da tempo nella società che non crede, che non pensa, che non sa, che non ama se non nella vita privata e ha perso fiducia nel mondo, nel futuro e nelle classi dirigenti.

Un tempo si riteneva che superate le credenze, si sarebbe sviluppata la società matura del pensiero autonomo, che avrebbe sostituito la fede con la ragione, le certezze con la libertà, la devozione col senso critico. Invece siamo qui a constatare un esito ben diverso: la nostra società che non crede è anche una società che non pensa, la nostra società che non ha più fede, religiosa o politica, è più esposta alla diffidenza e alla sfiducia nella ragione e nelle guide. Perduta la devozione popolare verso presunte superstizioni religiose si è esteso il buco nero dell’ignoranza, la scarsa voglia di approfondire, pensare criticamente, avere giudizi autonomi. I santi sono stati rimpiazzati dai santoni, dopo i predicatori sono arrivati gli influencer, disertate le istituzioni religiose ci si affida alle superstizioni della rete globale. È avvenuto il pessimo mix tra ignoranza e presunzione: l’ignoranza delle società dominate dalla fede e dall’autorità era perlomeno accompagnata dall’umiltà e dal rispetto verso chi sa, ha più esperienza, ha più cultura. Oggi invece tutti pretendono di giudicare tutto; per un malinteso senso di democrazia e sovranità dei cittadini, tutti si sentono in diritto di giudicare eventi e personaggi dal basso del loro non sapere. Ignoranza e arroganza si sposano e trinciano giudizi sprezzanti e comportamenti conseguenti nel nome sacro della libertà.

la perdita della fede, della fiducia nell’autorità, si è abbinata alla perdita di sapere, al disprezzo per la cultura, al rifiuto della conoscenza, che è un cammino difficile, spinoso, in cui si formano inevitabilmente gerarchie di comprensione. Una società non può vivere se non crede in niente, se non pensa, se non studia, se non rispetta le differenze, i ruoli e i ranghi di conoscenza.

È uscito da poco il testo di un filosofo in disparte, Pietro Martinetti, morto nel ’43. È intitolato “Il compito della filosofia nell’ora presente” (ed. Comunità) e risale a cent’anni fa. Martinetti non era cattolico né tradizionalista semmai vicino al protestantesimo; al tempo del fascismo fu l’unico filosofo docente universitario che rifiutò di prestare giurare fedeltà al regime, nel 1931, scontandone le conseguenze. La solitudine del suo dissenso ingigantisce la sua figura e rimpicciolisce quella dei suoi tanti colleghi poi diventati antifascisti quando cadde il regime, ma all’epoca tutti allineati. È facile essere antifascisti in pieno regime antifascista; ci voleva coraggio, amor di verità e dignità di filosofo per esserlo quando il fascismo aveva potere e consenso.

Martinetti, pur non essendo un credente, scrive che per il filosofo “la religione è il cardine stesso della vita” e “la vita morale non ha termine e consistenza vera che nella coscienza religiosa”. Definisce poi la società: “un organismo spirituale che ha per fine e per ideale l’unità armonica di tutte le volontà in una vita comune”. Vi rendete conto di che abisso ci separa oggi dalla sua visione? Certo, il filosofo guarda al dover essere, all’ideale e perde di vista “la realtà effettuale” come dice Machiavelli. Ma la cosa più sconfortante è che gli stessi filosofi, pensatori e intellettuali oggi hanno perso l’ideale senza aver guadagnato il reale; e se accennano a qualche dissenso, come è accaduto sul covid, vengono sbeffeggiati e censurati. Martinetti diceva che l’arte, la filosofia e la religione sono i mezzi

per generare l’unione sociale e spirituale e ascendere dal finito all’infinito.

Da qui la domanda sconfortata: ma in che razza di società viviamo, che ha smesso di credere e di pensare, incolta, rancorosa e presuntuosa? E se “il compito della filosofia nell’ora presente” fosse ripensare la società come un organismo spirituale e la filosofia in rapporto al sacro e al destino, in un cammino che intreccia il credere col pensare, il conoscere con l’amare? Missione impossibile, ma necessaria.

MV, La Verità (5 settembre 2021)

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