L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 settembre 2021

Immigrazione di Rimpiazzo - Dopo anni e anni di tratta degli schiavi i servizi hanno ricevuto l'ordine di rallentare, fine estate, il mercimonio


15 SETTEMBRE 2021

Un’esplosione nel cuore della zona industriale, un boato forse come tanti registrati in questi lunghi anni a Sabratha, cittadina costiera ad ovest di Tripoli. Forse nessuno ci avrà fatto caso. Ma le cronache locali hanno segnalato un fatto inedito. Ad essere stato colpito da un ordigno questa volta non è un obiettivo militare. La deflagrazione ha distrutto un laboratorio al cui interno venivano costruite le imbarcazioni usate poi dai migranti per andare verso l’Italia. Un colpo duro per i trafficanti della zona. É il segnale che forse qualcosa nel contrasto all’immigrazione sta cambiando.

Il raid di Sabratha

A dare notizia dell’esplosione è stato il 5 settembre scorso il sito The Libya Observer. Secondo il quotidiano stanziato a Tripoli, non si è trattato di un incidente. Al contrario, la deflagrazione è avvenuta per un ordigno piovuto dal cielo. Molto probabilmente un drone ha sganciato almeno due missili. All’interno dell’edificio in quel momento nessuno era a lavoro e non sono state segnalate vittime. Ma il contenuto presente nella fabbrica è andato completamente distrutto. Si trattava di barconi di legno pronti per essere utilizzati dai trafficanti. L’attività, hanno sottolineato ancora le fonti locali, era illegale e non era segnalata. Almeno ufficialmente. In realtà è possibile che un po’ tutti a Sabratha sapessero cosa si costruiva all’interno. Da queste parti le attività sommerse e a nero a sostegno della filiera dell’immigrazione hanno un peso specifico importante nell’economia.

Da quando è caduto il governo di Gheddafi nel 2011 a prendere il sopravvento nel controllo delle territorio sono state diverse milizie. Tra queste la più importante è senza dubbio quella controllata dalla famiglia Al Dabbashi. Per loro il business della tratta di esseri umani oltre ad essere redditizio è uno strumento vitale per alimentare la presa sul territorio. Non è un caso che proprio da Sabratha ogni anno vengono segnalati decine di barconi in partenza verso la sponda nord del Mediterraneo. La città nell’aprile del 2020 è stata ripresa dalle forze a sostegno dell’allora governo di Fayez Al Sarraj dopo un breve interregno di milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. Da allora i traffici hanno ripreso vigore. Al Ammu (lo “zio” in arabo) Al Dabbashi, capostipite del clan, è stato rivisto girare indisturbato per Sabratha pronto a riprendere il suo ruolo nelle varie attività illegali che alimentano l’economia locale. C’è stato anche il suo zampino, assieme a quello degli altri miliziani, nell’aumento degli sbarchi nel nostro Paese negli ultimi 12 mesi.

Cosa può aver significato il raid

Il bombardamento non è stato rivendicato da nessuno. Né dalle forze fedeli al nuovo governo di Abdul Hamid Dbeibah, né dalle altre forze in campo a partire da quella Turchia che nell’ovest della Libia è presente con numerosi uomini, mercenari e mezzi. L’impressione è che si sia trattata di un’azione chirurgica, svolta quasi in sordina, capace però di creare non pochi danni alla filiera illegale dell’immigrazione. E del resto in Libia, da qualche mese a questa parte, di episodi del genere ne sono stati contati parecchi. Nell’ovest come nell’est del Paese, dopo l’insediamento del nuovo governo, molti capi milizia sono stati uccisi in agguati misteriosi, senza mandanti e senza esecutori. Una “mano” silenziosa, forse interna o forse esterna, che ha l’obiettivo di togliere dalla scena gli elementi potenzialmente più in grado di destabilizzare il percorso politico in attesa delle elezioni di dicembre. Le autorità di Tripoli non hanno il potere e la forza per svolgere questo compito da sole. Lanciare una guerra contro le milizie equivarrebbe a un autentico suicidio politico.

Una circostanza che vale anche nel contrasto all’immigrazione. Nessuno in Libia è in grado di fronteggiare i clan che gestiscono il traffico di esseri umani, nonostante i soldi e i mezzi arrivati dall’Europa, dall’Italia in primis. Il raid di Sabratha in tal senso potrebbe quindi avere un doppio significato. Il primo è materiale e immediato: colpendo una fabbrica di barconi, i trafficanti hanno adesso meno mezzi a disposizione da mettere in mare. Il secondo è simbolico e a lungo termine: gli interessi dei boss dell’immigrazione potrebbero non essere più così al sicuro. In poche parole, dopo l’episodio di Sabratha potrebbe essere iniziata una nuova fase del contrasto alle partenze irregolari e alla filiera del traffico di esseri umani.

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