L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 settembre 2021

La competizione tra l'energie sporche è diminuita e per quelle rimaste la domanda aumenta con pari offerta arriva l'inflazione che fa schizzare alle stelle il prodotto, se poi intervengono un rallentamento enorme sugli investimenti per le rinnovabili e il tempo inclemente fa girare senza soluzione di continuità i condizionatori abbiamo la situazione ideale per gli aumenti stratosferici. E poi dipendiamo dalla Russia che invece di trattarla come partner strategico, servi sciocchi degli statunitensi, la trattiamo con sufficienza, la sanzioniamo, le sanzioni sono atti di guerra, e la provochiamo continuamente anche con pseudo avvelenamenti

Energia: shock da gas in bolletta

17 settembre 2021

Schizzano i prezzi di gas e luce; ed è subito un interrogarsi sul complotto. Che come sempre non c’è. C’è un mercato, ci sono delle tasse, e c’è una qualche residua debolezza europea.

Il mercato

Estate calda e tanta aria condizionata; gli stoccaggi per l’inverno che anche per questo si riempiono di meno; la manutenzione dei gasdotti dopo il Covid; qualche guasto e incendio alle infrastrutture; il Brasile senza idroelettrico, il vento che abbandona l’Inghilterra. E soprattutto i cinesi che nel secondo trimestre vanno al picco di sempre per volume di importazioni. Tempesta perfetta, o quasi. A scorte scarse e capacità di approvvigionamento ridotte, se si avvicina l’inverno, è quasi normale che vi schizzino i prezzi. Prima che arrivi il freddo un po’ di gas devi metterlo da parte.

Qui una prima notazione. Il mercato del gas ha ormai elementi di globalità. Il prezzo lo fa l’Asia (con il GNL spot nel ruolo del price maker); ma gli altri si accodano. Lo schizzo verso l’alto è stato globale; e verrebbe da dire pressoché indipendente dalla quota della penetrazione di rinnovabili nella generazione elettrica dei singoli Paesi. Poi lo schizzo dovrebbe essere (o almeno si spera) congiunturale, come un po' o forse molto racconta il fatto che gli acquisti a futuri dal secondo trimestre 2022 viaggiano su prezzi circa la metà di quelli correnti. Però per arrivare al secondo trimestre 2022 bisogna attraversare l’inverno; e qui soprattutto in Europa il relativamente basso livello dello stoccaggio (L’Europa ha stoccaggi riempiti al 76 % e l’Italia a 84, laddove l’anno precedente si era a 93 e 94% rispettivamente) qualche brivido in caso di febbraio super rigido te lo potrebbe dare e il prezzo potrebbe anche schizzare oltre l’adesso. La gravità della congiuntura non può a questo punto che essere funzione di temperatura. Può invece non essere congiunturale la forte volatilità del prezzo. Man mano che (doverosamente) calano la generazione da olio combustibile (già da tempo marginale) e quella da carbone, sparisce progressivamente l’interfuel competition tra fossili. Se, come con l’eolico quest’anno, diminuisce contingentemente la generazione rinnovabile, è solo al gas che ti puoi rivolgere. Meno vento più gas non ha al momento alternative; l’alternativa quando è unica è normale che vada in tensione.

Breve parentesi prima di passare dal mercato alle tasse. Il nesso gas/elettricità. Se sale il prezzo del gas, l’elettrico vi si allinea in tempo quasi reale. Provo a spiegarlo con l’esempio italiano. Il mercato elettrico all’ingrosso è un mercato su base oraria. Per ogni ora allinea e classifica domanda e offerta, e l’offerta accettata col prezzo marginale più alto determina il prezzo orario. Si continua giustamente a ricordare che le rinnovabili sono a costo marginale 0. È vero, ma il prezzo oggi lo fa quasi esclusivamente la generazione a gas. Per ogni ora, basta che sia venduto un volume anche infinitesimo di generazione fossile perché attiri il prezzo di tutta l’elettricità che in quella ora è prodotta. A seconda dei profili di sole e vento, con le regole attuali è perciò perfettamente ipotizzabile uno scenario in cui il rinnovabile ad es. superi il 70% del generato e il prezzo continui ad essere determinato prevalentemente dal costo della generazione fossile.

Perché il prezzo non lo faccia il gas dovremmo perciò introdurre progressivamente nel sistema meccanismi che consentano lo sganciamento del prezzo rinnovabile dal prezzo fossile, magari ad esempio traslando poi in bolletta a carico della mia amata signora Gina la media ponderata dei due. Si chiama Pay as Bid, ma con le strutture dei sussidi alle rinnovabili di oggi non è praticamente adattabile al parco rinnovabili esistente. Però per il futuro ci si dovrebbe incominciare a pensare.

Le tasse

Il prezzo fossile, di necessità, si porta appresso il costo dei permessi di emissione. Costo che deve poi essere traslato in bolletta dal generatore a pena di sua non sopravvivenza economica. Il permesso di emissione si manifesta così dal punto di vista della Signora Gina come una forma di tassazione al consumo. L’aggravio di prezzo del gas risultante dalla tempesta perfetta lo abbiamo definito congiunturale. Quello da tassazione in UE possiamo invece considerarlo strutturale. I permessi disponibili saranno via via ridotti nel tempo; e il prezzo del singolo permesso nel 2021 è già passato da 35 ad oltre 60 euro. La componente di prezzo “costo del permesso” è permanente e con tendenza a crescere nel tempo. Timmermans ha affermato che “solo” il 20% dello schizzo attuale è attribuibile alla tassazione (complessiva) ; e il resto a mercato. Quel “solo” in realtà è tanta roba (lo “schizzo” è stato di 40 centesimi per kWh) ed è forse sovradimensionato; ma il punto qui è solo che l’aumento strutturale comincia a farsi visibile e che una delle poche cose condivise tra tutte le parti in commedia è che la quota di “tassazione” attribuibile al costo dei permessi continuerà la sua ascesa (tra l’altro, sopra gli 80 euro potrebbe rendere economico il sequestro di CO2 giusto solo per generazione elettrica). Discutere di Pay or Bid o di altre tecniche di disaccoppiamento dei prezzi può insomma diventarci urgente.

La rimanente centralità del gas e le regole UE

Mercato, tasse e, si diceva, debolezza europea. La virtù (?) della carbon tax sembra accompagnarsi a un approccio più ideologico che progressivo al fossile che resta. Ovvero al gas. Sappiamo che non possiamo farne a meno nell’elettrico almeno sino a quando non avremo perfezionato e moltiplicato la capacità di stoccaggio. Speriamo che nel 2050 il riscaldamento abbia per protagoniste le pompe di calore; ma sul patrimonio edilizio esistente (soprattutto quello urbano) non è per domattina. L’idrogeno sarà una meraviglia, ma se lo vuoi solo verde e lo vuoi mettere in rete a rimpiazzare significativamente il gas, anzitutto non sei sicuro di farcela e comunque vada è ben dentro il prossimo decennio. C’è un quantum di gas che per un quantum di tempo ci è ancora indispensabile, e deve essere disponibile a prezzi competitivi. La UE sembra dare per scontato che sia già così. Il grande gioco in città si chiama tassonomia, che poi è far lista di progetti e settori che brillino per sostenibilità e dunque meritino attenzione finanziaria.

L’altro mantra è il net zero 2050, e dunque la prescrizione IEA (per carità è un modello; ma politicamente è prescrizione…) di blocco di nuove iniziative di esplorazione e produzione. Per semplificare, l’esclusione dalla tassonomia di progetti infrastrutturali relativi al gas naturale significa in pratica il blocco per non finanziabilità sopravvenuta di nuove infrastrutture di importazione (dall’East Med al liquefattore); e il blocco delle nuove iniziative significa rimpiazzo delle più che declinanti produzioni europee correnti solo con gas di importazione. Poi per carità ciò che infrastrutturalmente già abbiamo per i volumi previsti potrebbe bastare. Con un caveat però. Al netto del GNL (gas naturale liquefatto), tutti i nostri venditori tranne uno vanno declinando o sono a rischio declino. Per nuove importazioni rivolgersi pressoché solo alla Russia. Tassonomia e blocco le eliminano potenziale concorrenza. Gazprom sino ad oggi ha prevalentemente privilegiato la difesa dei volumi a quella dei prezzi; ma, messo in condizione di accresciuto oligopolio, non è detto che non cambi idea. C’è il rischio tra tassazione e unicità tendenziale del fornitore che il mercato del gas europeo, o meglio i suoi prezzi, invertano o comunque arrestino la tendenza alla globalità.

Ironia europea. Bruxelles in salsa polacca tuonava sulla necessità di diversificare dalla Russia (anche se più tuonava e più importavamo); e Bruxelles in salsa verde si fa alleata oggettiva del gas di Russia.

Non ho cuore di raccontarlo alla Signora Gina.

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