L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 settembre 2021

La guerra in Euroimbecilandia continua, l'austerità espansiva contro eliminazione della Sovranità Nazionale, la lotta interna tra i capitali ignora completamente gli interessi dei popoli, ogni fazione tenterà di reclutare una parte di popolo alla sua causa


5 SETTEMBRE 2021

Sin dal suo insediamento a Palazzo Chigi Mario Draghi ha indicato come priorità operativa del suo governo in Europa la lotta contro il ritorno del Patto di stabilità e delle rigide regole su debito pubblico, deficit, inflazione e misure di rientro che hanno a lungo frenato la crescita europea e la ripresa dalle crisi economiche.

La pandemia ha di fatto seppellito definitivamente il mito dell’austerità espansiva, ha aperto una finestra per permettere agli Stati di applicare le decisive politiche anticicliche e keynesiane necessarie a contrastare la crisi, ha visto la nazione guida del fronte del controllo sui conti pubblici, la Germania di Angela Merkel, operare una svolta realista e pragmatica, lasciando isolati i falchi più intransigenti capitanati da Olanda e Austria.

In queste settimane Draghi si muove per promuovere cambiamenti sistemici a livello europeo. Il Patto di stabilità, ad oggi, è sospeso per tutto il 2022 e il Commissario europeo agli Affari Economici, l’ex premier Paolo Gentiloni, mira a convincere Ursula von der Leyen a prorogare lo stop fino al 2023, per far prendere piede alla trattativa politica per una sua ridefinizione. Draghi, uomo che ben conosce le dinamiche di Bruxelles, sa che un attacco diretto ai dogmi del Patto, specie alla soglia psicologica prima ancora che politica del 60% come massimale nel rapporto debito/Pil, è destinato a scontrarsi sull’intransigenza dei falchi. Ma sa anche che esistono le condizioni per consolidare sul campo quanto la pandemia ha reso manifesto, e cioè che serve intervenire massicciamente con iniezioni pubbliche all’economia in fasi di crisi, e per respingere l’assalto dei falchi tornati a chiedere il ritorno in azione delle regole europee al più presto.

Nel recente vertice di Marsiglia con Emmanuel Macron Draghi ha concordato con il presidente francese la necessità di avviare una trattativa in Europa per realizzare questo obiettivo, manifestato più volte dal premier come cruciale nei suoi discorsi sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e su Next Generation Eu, che Draghi intende rendere strutturale in Europa. Repubblica spiega che l’obiettivo sarebbe ora quello di non chiedere l’abbattimento del paletto del 60% nel rapporto debito/Pil ma di renderlo “un totem svuotato dall’interno, perché di fatto verrebbe abolita l’imposizione draconiana di un rientro di un ventesimo del debito pubblico in eccesso ogni anno anno, tagliola che ucciderebbe qualsiasi ripresa economica” e che è stata alla base delle più dure imposizioni dell’Ue a Paesi come la Grecia negli scorsi anni. Del resto, come dichiarato a Formiche dall’economista Nicola Rossi, ex presidente dell’Istituto Bruno Leoni, quelle alla base del trattato del Patto di stabilità “sono regole che esprimono, per molti versi, la debolezza e la limitatezza delle nostre conoscenze macroeconomiche”. Per fare un esempio, il tema del famoso output gap, di cui avevamo parlato in un’apposita analisi, segnala l’astrusità alla base del ragionamento che ha portato alla definizione delle regole.

In quest’ottica, il consolidamento dell’asse Italia-Francia avvenuto negli ultimi mesi apre alla possibilità di creare un fronte dell’Europa mediterranea e meridionale per la rottamazione del rigore. La forza dei falchi è sempre stata la loro natura di blocco coeso a cui i Paesi del Sud non hanno saputo contrapporre una strategia organica. Il consolidamento dell’asse iberico tra Antonio Costa, premier portoghese, e Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, su politiche favorevoli a una crescita ampia e inclusiva e alla lotta al rigore apre prospettive importanti. Al Forum di Cernobbio, in questo contesto, è stato importante l’intervento di Nadia Calviño, ministro dell’Economia e vicepremier nel governo Sánchez, favorevole all’idea di cambiare il Patto. In un’intervista a La Stampa l’ex direttrice generale del bilancio della Commissione europea, nel governo Sanchez dal 2018, ha ribadito il suo sostegno alla visione di Draghi e Macron: prima di irrigidirsi sui paletti, sottolinea l’economista galiziana, “bisogna domandarsi a cosa servono le regole e quali sono gli obiettivi all’interno dei confini dei Trattati. Rendere le regole più semplici, più efficaci e più calzanti alle esigenze. Pensando al lungo periodo”, a una crescita che deve essere sostenuta e inclusiva.

Per la Calviño, l’emergenza può essere un volano per costruire un nuovo consenso meno irrigidito sulla linea del rigore: “Dobbiamo approfittare del fatto che abbiamo questa situazione eccezionale transitoria per essere in grado di migliorarle e renderle più allineate con la realtà”.

Il vento keynesiano soffia impetuoso in Europa e i Paesi del Sud ne sono i principali interpreti. Ma nulla potrà essere deciso nella forma e nella sostanza della trattativa fino a che non si capirà quale governo uscirà nelle elezioni tedesche che decideranno il successore di Angela Merkel. L‘eredità della fase finale delle politiche della Cancelliera potrebbe essere raccolta dal suo Ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz che sta guidando la Spd a un decollo nei sondaggi ed è stato tra 2020 e 2021 il fautore della svolta interventista in economia del governo di larga coalizione. Un’ascesa di Scholz o del cristiano-democratico Amin Laschet alla cancelleria, in quest’ottica, porterebbe al governo un uomo favorevole alla linea della continuità, ma alle spalle della posizione tedesca sul negoziato incombono i dubbi della composizione del futuro esecutivo. Non è un caso che l’interventismo economico tedesco abbia prodotto come contraccolpo un’ascesa dei Liberali Fdp nei sondaggi assieme alla loro retorica ostile alle nazioni dell’Europa del Sud e favorevole alla linea del rigore. Un ingresso diI Fdp nel governo, unitamente a un consolidamento dell’asse dei falchi, riporterebbe la Germania vicina al fronte della Nuova lega anseatica e dei suoi alleati. Draghi, Macron, Sanchez, Costa lo sanno bene e aspettano interessati. Ma oramai la pressione sui trattati è talmente forte che il dibattito non potrà non aprirsi. E in quel contesto Roma potrà giocare un ruolo cruciale grazie allo standing del Presidente del Consiglio.

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