L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 settembre 2021

Le tasse aumentano, Pantalone deve pagare i bagordi dei vaccini sperimentali e non solo. A questo punto nessuno può seriamente pensare di risolvere il problema del debito che si è creato negli ultimi due anni e ancora di più dal 2008 e prima con le tasse

NUOVA PATRIMONIALE/ Dietro la riforma del catasto un’altra tassa contro il ceto medio

Pubblicazione: 16.09.2021 - Paolo Annoni

Le ragioni di una riforma del catasto non sono campate in aria. La questione, però, è che le tasse sulla casa sono un parente stretto della patrimoniale

Milano (LaPresse)

Negli ultimi giorni si è fatta strada la possibilità di una riforma del catasto che adegui il valore catastale a quello di mercato. L’ipotesi di una riforma imminente sembra essere rimandata forse complici i prossimi rincari delle bollette e delle spese per riscaldamento. Il tema è politicamente sensibile perché il tasso di proprietà delle case in Italia è il più alto in Europa occidentale e uno dei più alti tra i Paesi sviluppati e perché gli italiani hanno sempre considerato il mattone un investimento valido. Un’idea che negli ultimi mesi si è rivelata vincente dato che il problema del mondo è trovare strumenti per proteggere i risparmi dall’inflazione in uno scenario di distorsione tra salita dei prezzi e rendimenti delle obbligazioni senza precedenti.

Sono note le distorsioni dell’attuale catasto in cui le differenze tra case in centro e in periferia e case nelle grandi città o nei paesini emergono solo in misura limitata. Le ragioni di una “riforma” non sono campate in aria. La questione, però, è che le tasse sulla casa sono un parente stretto della patrimoniale e questo lo capiscono tutti. L’obiettivo della riforma sarebbe quello di estrarre più tasse dal patrimonio immobiliare per ridurre le tasse sul lavoro come da copione e secondo i consigli degli organi internazionali. La prima parte di questa equazione, però, è un aumento delle tasse sul portafoglio immobiliare, mentre la seconda è successiva e più incerta.

Qualcuno si azzarda a condire la proposta vendendoci l’idea che si tasserebbero le case dei ricchi e quelle di lusso. Ora, il concetto di ricco o di lusso è già relativo e scivoloso, ma soprattutto per fare i “volumi” bisognerebbe passare al setaccio il grosso del mercato e quindi del ceto medio. Tralasciamo, anche se c’è, la variabile geografica perché i prezzi delle case in Italia sono molto diversi.

Il tema è politico perché ci sono case che non vedono una ristrutturazione da trent’anni e che sono inaffittabili o invendibili, case vuote e case occupate, “single” che vivono in 200 metri quadrati e famiglie numerose in 100, case in paesi disabitati o in periferie “malfamate” e così via. Allineare le tasse al “valore di mercato” ha un’ovvia conclusione per milioni di cittadini soprattutto dopo mesi di mercato immobiliare effervescente a cui il ceto medio ha partecipato solo minimamente. Gli investitori istituzionali si sono lanciati, dall’inizio della crisi, sul mercato residenziale. Questo si è visto in tutte le principali città americane ed europee e anche in Italia. La riforma del catasto per queste categorie difficilmente avrebbe lo stesso impatto che avrà sulle famiglie.

Nei fatti si tratta di un’occasione per fare politiche redistributive con i soldi che sarebbero gestiti dallo Stato. È una riforma che difficilmente saprebbe distinguere tra il cameriere che ha perso tutto negli ultimi diciotto mesi e chi ha preso lo stipendio puntuale ogni 27 del mese magari con uno smart working “generoso”.

Allineare il catasto ai “valori di mercato” è già una tosatura del ceto medio, forse presentato come “i ricchi”. C’è sempre qualcuno più ricco di qualcun altro o più povero; è solo una questione, nella grandissima maggioranza dei casi, di punti di vista. E quindi è completamente “politica”. Il ceto medio da ottobre dovrà ingegnarsi per pagare le bollette e i rincari della pasta e della carne e così via. L’ultima cosa di cui l’economia ha bisogno è un aumento delle tasse fatto per ragioni “sociali”. A questo punto nessuno può seriamente pensare di risolvere il problema del debito che si è creato negli ultimi due anni e ancora di più dal 2008 e prima con le tasse. Questo vale per l’Italia e per il mondo a parte lodevolissime eccezioni. L’incremento delle tasse in questa fase risponderebbe a pure logiche “geopolitiche” tra perdenti e vincitori, Stati rimasti sovrani e non. Nient’altro che questo.

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