L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 14 settembre 2021

Non ha trovato ancora il bando della matassa e non può farlo e insito nel sistema del CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE , redditi deflazionati, domanda obbligatoriamente ferma, costi di produzione aumentati. Una piccola guerricciola (si sa come inizia non si sa come finisce) è improponibile nel contesto. continuano a navigare a vista

SPY FINANZA/ L’emergenza Usa svelata dall’allarme sulla Corea del Nord

Pubblicazione: 14.09.2021 - Mauro Bottarelli

Il nuovo allarme sui test missilistici della Corea del Nord rivela la situazione difficile che gli Usa devono affrontare nei prossimi mesi

In Nord Corea (LaPresse)

Ora siamo veramente nei guai. C’è l’ufficialità: la Corea del Nord ha testato con successo un nuovo missile da crociera a lungo raggio. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa statale nordcoreana KCNA, spiegando che il missile è stato in grado di raggiungere una distanza di 1.500 chilometri e che si tratta di «un’arma strategica di alto livello». Detto fatto, Giappone e Sud Corea hanno immediatamente denunciato l’accaduto. E l’America non ha perso tempo nel lanciarsi a peso morto sul nuovo allarme globale: se per il Pentagono, «l’accaduto dimostra come la Corea del Nord continui a concentrarsi sullo sviluppo di un programma militare e minaccia i Paesi vicini e la comunità internazionale», una nota della Casa Bianca ha sottolineato come gli Stati Uniti «stiano monitorando la situazione».

E voi habitué di queste pagine lo sapete bene: quando Washington è costretta a tirare fuori dall’armadio degli alibi la Corea del Nord e la sindrome da Dottor Stranamore, vuol dire che la situazione si sta facendo decisamente pesante. Siamo alla pre-disperazione. E la ragione è abbastanza intuitiva, al netto dell’allarme Covid e della querelle afghana ormai già passata in cavalleria: da qui a fine anno, Fed e soci dovranno camminare sul filo dell’equilibrista per riuscire a non scoperchiare il vaso di Pandora. Quindi, ogni allarme è benvenuto, ogni emergenza una vera e propria manna.

Perché come mostra questo grafico, Goldman Sachs ha rotto gli indugi: nel corso dell’ultimo weekend, i suoi analisti hanno alzato dal 45% al 70% la possibilità che la Federal Reserve faccia partire il taper del Qe nel mese di novembre, operando su un regime di riduzione di 15 miliardi al mese che garantisca la fine del programma espansivo nel luglio del 2022. Il tutto, nonostante sia la Casa Bianca che la stessa Fed abbiano chiaramente giocato una carta Covid in maniera palese: il Presidente Biden con il discorso più duro della sua intera amministrazione, il cosiddetto no jab, no job in cui avvisava gli americani non vaccinati che la pazienza stava terminando, mentre la Banca centrale ha ufficialmente inserito la variante Delta nel suo ultimo Beige Book come ragione del rallentamento in atto per il trend del Pil dei terzo e forse quarto trimestre.


Perché tanta carne al fuoco? Lo mostrano questi due grafici, dai quali si nota chiaramente come Washington abbia già ampiamente archiviato il taper del Qe come problematica da affrontare e ora si stia concentrando su altro. Il lato fiscale della deriva assistenzialista-statalista: il pacchetto Build Back Better, una vera e proprio valanga di stimolo della spesa pubblica quantificabile in qualcosa come 4.500 miliardi di dollari, fra investimenti infrastrutturali bipartisan e appunto programma di cosiddetta riconciliazione nazionale post-pandemia.



La versione Usa del Pnrr, ovviamente all’ennesima potenza. Qualcosa come il 20% del Pil statunitense, in grado di configurarsi come il più grande intervento di stimolo fiscale della storia statunitense. E in quale contesto va a inserirsi una simile iniezione di deficit? Lo mostra il secondo grafico: Pil nominale al 12% (ma in rapida decrescita), 33% di deficit e 5% di inflazione. Praticamente, benzina sul fuoco. Il tutto con 78 giornate di contrattazioni di Borsa da qui a fine anno e 3-6 settimane da assoluto redde rationem per il futuro reale dei tassi, poiché il via libera – pressoché certo – del Congresso a questa valanga di spesa pubblica sarà il driver assoluto di un lasso di tempo già di per sé costellato di appuntamenti divisivi, dal Fomc del 22 settembre al voto tedesco del 26 alla deadline posta da Nancy Pelosi per il giorno successivo (27 settembre) proprio per l’approvazione del pacchetto infrastrutturale. E poi la fine totale del bando sugli sfratti del 3 ottobre, la deadline di fine mese imposta da Janet Yellen per risolvere la ciclica questione del tetto di debito, le elezioni politiche in Giappone del 22, la riunione Bce del 28, il G20 di Roma del 30 ottobre e infine l’altro Fomc della Fed del 3 novembre. Praticamente, un tour de force in grado di sfiancare un cavallo.

Capite perché serve tanta carne da destabilizzazione sul fuoco? Capite perché si è messo mano addirittura alla last resort dell’allarme nucleare nord-coreano? Il taper ormai è il passato, qui siamo già oltre. Il mercato prezza un tonfo degli indici attorno a novembre, tale da garantire il passaggio indolore di un’agenda politica globale chiaramente improntata a deficit e indebitamento (basti sentire i primi dibattiti della campagna elettorale giapponese, quasi la Bank of Japan fino a oggi fosse rimasta ferma di fronte all’emergenza) e in grado di spalancare le porte a un 2022 che si presenti almeno nei suoi primi mesi come un foglio bianco. Perché può sembrare folle, ma negli Usa si sta già ragionando su un orizzonte temporale che ha un chiaro punto di snodo: 8 novembre 2022, elezioni di medio termine. E per garantirsi una campagna elettorale in grado di rinsaldare gli equilibri, dopo Covid e Afghanistan, toccherà mettere mano al portafoglio. Ancora.

Sembra paradossale, dopo quanto iniettato tra Fed e Tesoro nell’ultimo anno e mezzo ma è così. L’idrovora del debito è in azione e non conosce requie. Pensavate che il peggio fosse ormai dietro le spalle? È stato solo il riscaldamento, la vera partita deve ancora cominciare. Non a caso, tanto per caricare il calcio d’inizio di nuova tensione agonistica, ecco schierato nelle file avversarie – a sorpresa – il fuoriclasse assoluto del colpo a sensazione, Kim Jong-un, direttamente dalla clinica per dimagrire. Se non avete mai visto il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick è decisamente giunta l’ora di rimediare. Perché una volta terminata la visione, vi sembrerà di aver assistito al tg e non a un film.

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