L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 settembre 2021

Ospedale di Colleferro verso la chiusura. Si continua a depotenziare la sanità pubblica, quando sei costretto a fare 3/4/6 mesi di fila per farti fare una visita specialistica hai di fatto annullato la sanità pubblica

Morire di sanità


Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è qualcosa di profondamente vile e servile nel linciaggio condotto contro chi ha responsabilmente deciso di non vaccinarsi o da vaccinato, di non sottoporre a questa prova i suoi figli e di non volersi dotare della vergognosa “certificazione” di appartenenza al consorzio civile, con la motivazione abietta, preliminare alla pretesa che si paghino le cure mediche, che in caso di ricovero sottrarrebbero risorse professionali e posti letto agli sventurati che contraggono il Covid malgrado la vaccinazione.

Vile, perché sfrontatamente ammettono che la panacea, il prodigio farmaceutico moralmente più che concretamente atto a salvarli, ha delle pecche e dei limiti accertati, perfino per quanto riguarda la promessa che tuteli da fenomeni patologici cruenti, se appunto si teme che indegni terrapiattisti, osservatori delle scie chimiche e filosofi in prepensionamento possano occupare abusivamente le terapie intensive destinate ai valorosi vaccinati.

Servile, perché i fanatici promoter in servizio per BigPharma, impegnati nella guerra contro gli irresponsabili che minacciano di pesare sul sistema sociale per i loro capricci e le loro paure misoneiste, hanno, con codarda indole all’omissione e alla rimozione, smesso perfino di fare menzione dei decenni di tagli alla sanità pubblica, di consegna della ricerca all’industria, della riduzione del ruolo dei medici di famiglia a impiegati addetti all’emissione di ricette e allo smistamento dei “clienti” a laboratori diagnostici a pagamento. Eppure all’inizio dell’epidemia, perfino i più ottenebrati dalla narrazione apocalittica, riconoscevano che decessi, gravità dei fenomeni patologiche, cure sbagliate o proibite, erano la feroce concausa dell’emergenza sanitaria che scaturiva da una drammatica crisi sociale.

Adesso no, adesso che hanno preso sul serio l’incarico di zittire il dissenso, convinti che le autorità pubbliche, quelle che fino a ieri incarnavano nell’immaginario popolare, corruzione, distanza dai bisogni della gente, istinto al malaffare come doverosa qualità del politico, combinati con opachi interessi personali, agiscano per il nostro bene, che stiano facendo quel che possono per fronteggiare la minaccia, che si prodighino per tornare a quella normalità sospesa e diventata desiderabile, dopo che per mesi si era sostenuto che fosse all’origine di gran parte del male e con l’auspicio che nulla tornasse come prima.

MicroMega che ormai si candida a diventare l’house organ dei “poteri forti”, in competizione con il Manifesto, titola Big Dementia il “pezzo forte” della settimana, di tal Vincenzo Cottinelli (fotografo? filosofo? Cui non si deve chiedere se ha titolarità a concionare sul virus a differenza di chiunque osi esprimersi in forma dubbiosa o critica) che a suo dire cerca “di penetrare anche in teste che sembrano perdute nella loro cocciutaggine o nascoste dietro furberie”.

Sgombrato il campo nemico dalla paccottiglia dei “terrapiattisti”, dei pavidi che temono l’ago, dei primitivi barbari che negano Progresso e Scienza impersonati dall’Oms, dai governi occidentali e dalla cerchia farmaceutica che ha “debellato il vaiolo”, l’autore nelle grazie della direzione dell’autorevole periodico convertito a Agenzia Stefani del regime, sceglie un nuovo obiettivo da denigrare e ridicolizzare. Si tratta della pericolosa razza degli “anticapitalisti duri e puri, che rifiutano il vaccino perché è un prodotto delle industrie farmaceutiche, colossi multinazionali, spesso monopolistiche” delle quali – secondo loro – “fanno parte, insieme a governi, gruppi finanziari, singoli miliardari (Bill Gates, Clinton, Soros) di un complotto mondiale finalizzato a indurre un falso bisogno di un farmaco da loro prodotto” e che in ogni caso “lucrano miliardi da questa produzione artificiosamente indotta, a spese dei governi e cioè dei popoli”.

Che scandalo per gli illuminati opinionisti convertiti alla distruzione creativa dei padroni di Draghi, questo ciarpame del secolo breve che ha l’ardire di dimostrare che senza socialismo vince la barbarie e che invece dovrebbe invece occuparsi di ben altro: “la fiscalità progressiva sui profitti, i diritti dei lavoratori, la sicurezza del lavoro, la lotta all’inquinamento, i limiti alla delocalizzazione”, secondo la regola che per chi comanda e chi è al servizio di chi comanda, c’è sempre qualcosa di prioritario rispetto alla verità, alla libertà d’opinione, ai diritti cui in casi eccezionali è doveroso e democratico rinunciare, come in questo specifico caso nel quale è di rigore abiurare a garanzie e diritti, per dotarsi della degna sostituzione, quel vaccino, “barriera contro il virus, se quantomeno ne neutralizza le forme più gravi e l’incidenza di mortalità”.

Sarà che mi colloco volentieri tra i dementi meritevoli di Tso, tra le teste dure o i furbastri che cercano visibilità grazie a ipotesi complottiste o che trafficano nell’oscurità della cospirazione, ma, a fronte di complicazioni, danni collaterali immediati o nel tempo e dell’abuso che viene fatto di un prodotto per incrementare uno stato di eccezione con conseguenti penalizzazioni e discriminazioni, se l’effetto unico del vaccino è quello di limitare gli esiti più gravi del virus, allora in un anno e più di promesse e di annunci, non sarebbe stato più fertile e razionale mettere mano a interventi sulla sanità, sul sistema di cura e di assistenza, sulla medicina di base, sulla prevenzione e sulle terapie?

Chi da sempre si batte e non soltanto per la fiscalità progressiva o per l’ambiente grazie alla propaganda della Green economy, ma per smantellare l’edificio ideologico e le misure che ne derivano e che hanno promosso disuguaglianze, sfruttamento, impoverimento di interi ceti, sa che un fronte strategico della guerra di classe alla rovescia di chi ha troppo e vuole di più togliendolo a chi non può premettersi nemmeno i figli come era concesso un tempo ai sottoproletari, è proprio la cura diventata un privilegio per pochi, come d’altra parte è dimostrato proprio dalle statistiche, perfino quelle più farlocche, sull’incidenza del Covid e sui decessi che a esso vengono attribuiti.

E se un’indagine condotta da Anaao-Assomed ha rivelato che a ogni posto letto in meno per 1.000 abitanti è associato un aumento del 2% della mortalità legata al Covid nei primi 8 mesi del 2020, così l’Italia con 3,1 posti letto ogni 1.000 abitanti ha registrato un +17% di mortalità, mentre la Germania con 8 posti letto ogni 1.000 abitanti ha registrato un aumento della mortalità pari allo 0, uno studio dell’Università di Pavia, ripreso dalle riviste scientifiche ma anche dalla stampa, ha messo in luce che il 57 % dei 106.600 morti in eccesso avuti nel 2020 non è imputabile al Covid-19, ma all’interruzione delle cure ospedaliere, delle visite non urgenti e degli screening, che hanno registrato 1,3 milioni di ricoveri in meno rispetto al 2019 (-17%), di cui circa 620.000 interventi chirurgici e 747.011 ricoveri programmati saltati dei quali 554.123 urgenti.

E difatti la stessa ricerca ricorda che a metà degli anni ’70 l’Italia aveva 10,7 posti letto ogni 1.000 abitanti, più di tre volte gli attuali standard. E dunque se avessimo conservato quegli indici si sarebbero potute salvare almeno 20.000 vite su 106.600 (circa 8.000 se i morti per Covid-19 del 2020 sono stati realmente 45.838 come suggeriscono gli autori dello studio).

Ma siccome non si deve disturbare il manovratore è meglio non dar retta agli antagonisti prestati alla militanza novax, è preferibile tacere sul passato: negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 173 ospedali, il 15% della dotazione, ridotto il personale sanitario di quasi il 7% come le strutture per l’assistenza specialistica ambulatoriale passate dalle 9.635 nel 2010 alle 8.798 attuali. E meglio ancora è non occuparsi del presente e meno che mai del futuro, quello che si sta preparando con le linee direttrici della spesa sanitaria ipotizzate grazie al gruzzolo del Recovery Fund, 20 miliardi principalmente destinati all’incremento della digitalizzazione del settore, alla creazione di “aziende” territoriali con impronta privatistica per l’assistenza in strutture ad hoc grazie alle “reti di prossimità”, ben viste dal welfare aziendale e soprattutto alla telemedicina, in modo da cancellare qualsiasi forma di relazione umana nel rapporto tra operatori sanitari e pazienti.

E non conforta prendere atto delle “tendenze” della spesa sanitaria, che riconferma l’ampia delega data alle regioni malgrado le loro prestazioni criminali, così come sono delineate nel Documento di economia e finanza che nel sottolineare come nel 2020 la spesa sanitaria sia risultata pari a 123.474 milioni, con un tasso di incremento del 6,7 per cento rispetto al 2019, ha annunciato che è finita l’epoca delle vacche grasse e che ci sarà un assestamento post Covid, che prevede nel triennio 2022-2024, un decremento ad un tasso medio annuo dello 0,7 per cento, quando nel 2022 verrà meno la necessità di affrontare “buona parte dei costi programmati per contrastare l’emergenza sanitaria”.

Non è andato tutto bene, nel migliore dei casi torneremo alla normalità del prima.

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