L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 settembre 2021

Parliamo di vaccini sperimentali ma non parliamo della ciccia, l'economia non va bene, per il momento c'è il rimbalzo ma la crisi della catena d'approvvigionamento e qui

SPY FINANZA/ Crescita e imprese, Draghi e Giorgetti accendono due spie rosse

Pubblicazione: 07.09.2021 - Mauro Bottarelli

Draghi e Giorgetti fiutano una brutta aria per l’economia italiana e mettono in guardia. E dagli Usa alla Germania il quadro internazionale non aiuta

Giancarlo Giorgetti e Mario Draghi (LaPresse, 2021)

Non so che sensazione abbiate voi ma, a mio avviso, tira una brutta aria. C’è una tensione nervosa che scorre nelle vene di questo Paese, come quando papà e mamma dovevano nasconderti qualcosa di grave accaduto e dissimulavano, perché eri ancora troppo piccolo per capire. O per reggere il colpo senza una preparazione adeguata e amorevole. Ecco, proprio quella percezione.

E ad aprire le danze ci ha pensato Mario Draghi in persona, nonostante i media abbiano fatto a gara nel nascondere la notizia. Nella conferenza stampa su green pass e vaccini della scorsa settimana, ecco le parole con cui il presidente del Consiglio ha affrontato il tema economico, liquidandolo in tre minuti: L’economia continua a crescere, più delle previsioni e a un tasso che non si vedeva da decenni. Ma non bisogna compiacersi delle cifre di crescita, perché il nostro prodotto è anche caduto come non si vedeva da decenni. É un rimbalzo. Chi è caduto di più, rimbalza di più.

Lui, l’uomo del super-ottimismo alla vigilia delle vacanze estive, parso talmente eccessivo a Confindustria da obbligare Carlo Bonomi a un netto richiamo alla cautela, ora cambia di colpo registro. Mentre ministri del suo governo e Istat fanno a gara a chi spara il Pil cinese più grosso per il 2021, il grande capo mette in campo un qualcosa di più del pragmatismo. Bensì, quella brutta bestia del realismo. Chiaramente, tutti hanno sottolineato solo le prime due righe dell’intervento. Ma chi bazzica gli ambienti economici e finanziari è ben conscio di una figura allegorica molto utilizzata: il rimbalzo del gatto morto, il dead cat bounce. Ovvero, persino un felino stecchito, se cade dal terzo piano su un tendone sottostante, almeno una volta rimbalza. Ma sempre morto resta, una volta toccato il suolo. Perché nessuno ha chiesto conto al presidente del Consiglio di questa drastica mutazione di sentiment? Forse per non disturbare il manovratore? Chissà.

Forse ormai siamo tutti troppo impegnati a rincorrere il mito del vaccino come spada di Excalibur, come Sacro Graal. Secondo brutto segnale: il ministro Giancarlo Giorgetti, fedelissimo di Mario Draghi e uomo notoriamente di poche parole e molti fatti, avanza una proposta che suona come disperata last resort: più incentivi a quelle aziende che si impegnano a risolvere i tavoli di crisi aziendali. Come dire, la situazione è talmente grave e diffusa nell’ambito dell’economia reale da necessitare una politica da scudo fiscale: se eviti di alzare troppe barricate al ministero, quando ti siedi con le parti sociali, lo Stato ne terrà conto. E saprà ricompensarti. Debolezza. Mista a disperazione, appunto. L’esatto contrario di quanto ci si aspetterebbe da un esecutivo così ampio, con questo standing anche internazionale e forte di un dato del Pil che a detta di tutti veleggia verso il 6%.

Balle, il tessuto economico del Paese, la sua carne e il suo sangue, parlano un’altra lingua. E non lo dice il sottoscritto, lo ha paradossalmente ammesso Mario Draghi in persona, mettendo sul tavolo quel rimbalzo che poteva tranquillamente evitare, visto il contesto prettamente sanitario della conferenza stampa e i pochi istanti dedicati all’economia. Invece, proprio quel poco tempo ha voluto connotarlo con quel sostantivo. Pessimistico. Come a mettere le mani avanti, come a cautelarsi. Come a depositare presso gli immaginari Lloyds della credibilità una polizza intestata a se stesso e con scritto in calce, Poi non dite che non vi avevo messo in guardia. Vi pare un caso?

E vi sembra normale uno Stato che promette incentivi a chi chiude le dispute interne, quasi si stesse giocando una partita contro il tempo che non permette più mediazioni? Oltretutto, alla luce di un numero spaventoso di pratiche che la viceministro Alessandra Todde si è ritrovata sul tavolo dopo la pausa estiva: 87 casi. Di cui 57 crisi già aperte e conclamate e 30 sotto monitoraggio ministeriale. Dalle lavatrici alla componentistica per le auto, continuando con metallurgia e siderurgia per arrivare all’aerospazio. E’ questo il Paese che punta al 6% di Pil, oltretutto con la Germania che sta rallentando in maniera drastica le proprie produzioni industriali a causa della crisi dei microchip? L’indice Ifo della fiducia in agosto si è letteralmente schiantato, perché il comparto auto ha utilizzato le scorte per il recupero produttivo post-pandemico da prima e seconda ondata, ma ora non ha sufficienti circuiti integrati e semiconduttori per andare avanti a ritmi normali.

Intervistato ieri da Bloomberg Tv, il Ceo di Volkswagen, Herbert Diess, ha dichiarato che il comparto rimarrà a corto di microchip ancora per mesi, forse per anni vista l’enorme domanda. Concetto condiviso dal suo corrispettivo in casa Daimler, Ola Kallenius. Detto fatto, entrambi i marchi teutonici hanno già tagliato la produzione per il mese in corso e scontano sul trimestre il blocco dell’operatività nelle fabbriche in Malaysia, causa Covid. E lo stesso vale per Stellantis. E Toyota. E Ford. E General Motors.

Non a caso, le prospettive del Pil statunitense per il terzo trimestre sono esse stesse precipitate negli ultimi giorni, addirittura dimezzate in area 3,5% dal GDPNow della Fed di Atlanta. Per Morgan Stanley, ancora peggio: 3,2%. E parliamo degli Stati Uniti. La Cina stessa rallenta e non poco, sia nell’indice della manifattura che dei servizi. E noi pensiamo davvero di poter rendere sostenibile il trend da rimbalzo attuale, quando la realtà è quella di un ministero dello Sviluppo economico costretto a promettere incentivi e quello del Lavoro che apparentemente passa le sue giornate a litigare sul reddito di cittadinanza? Scordatevelo. D’altronde, è stato lo stesso Mario Draghi a gettare acqua gelata sull’entusiasmo, di fatto confermando la bontà del pessimismo della ragione di Carlo Bonomi.

Infine, l’ambito europeo. Mercoledì e giovedì si riunisce il board Bce, un meeting che tutti pensavano transitorio e di mera ratifica delle decisioni sulla guidance prese a luglio. I sondaggi elettorali tedeschi, invece, hanno totalmente cambiato l’orizzonte: la Cdu è al minimo storico del 20%, la Spd la stacca di cinque punti al 25% quando mancano tre settimane alle legislative e i Verdi (16%) ora devono guardarsi le spalle dai Liberali (13,5%) per la corsa al terzo posto. Il mondo al contrario. Non a caso, i cosiddetti falchi – Germania, Olanda e Austria – negli ultimi giorni hanno visto i loro rappresentanti in seno al board alzare la voce e chiedere un ritiro graduale degli acquisti del Pepp già dal quarto trimestre, stante l’ultima lettura record dell’inflazione al 3% nell’eurozona. Non accadrà, perché salterebbe tutto. Ma qualcosa si è rotto. Irreparabilmente.

Non a caso, il ministro Speranza di colpo è tornato a evocare le chiusure e lo stesso presidente della Repubblica ha pesantemente alzato il tiro sul tema vaccini, utilizzando toni a lui non consueti. E decisamente irrituali. Mario Draghi intenderebbe cambiare il Patto di stabilità, ma prima di ingaggiare la sua battaglia campale in Europa attende, appunto, l’esito del voto tedesco del 26 settembre. Il più incerto dalla caduta del Terzo Reich, signori miei. E con almeno tre combinazioni di coalizione possibili, stante lo stato dell’arte degli ultimi sondaggi. Il che significa che la nascita di un nuovo governo e di una maggioranza al Bundestag potrebbe richiedere almeno tre, quattro mesi di trattative politiche. E arrivare così al 2022.

Nel frattempo, però, l’Europa ha già detto all’Italia che intende dare il via al suo monitoraggio riguardo il Recovery Plan, l’utilizzo dei fondi e le dinamiche macro dei conti pubblici. Sarà per questo che Mario Draghi aveva tutta questa fretta di mettere mano al Patto e scongiurare eventuali ritorni alla disciplina di bilancio pre-Covid? Anche in questo caso, pare un atteggiamento poco in linea con un Paese che ha ottenuto 209 miliardi di fondi e che punta al 6% di Pil: non vi pare?

Signori, madame Realtà sta entrando a Palazzo. E non porta in dote buone notizie. Se invece vi piacciono le favole, ne circolano di deliziose sui media. Io preferisco cercare di capire cosa nascondono mamma e papà con il loro alternare silenzi e frasi sibilline. Proprio come fanno da qualche giorno Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti.

Nessun commento:

Posta un commento