L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 settembre 2021

Sarkozy, Hillary Clinton e Napolitano con la "guerra umanitaria preventiva" hanno portato ai popoli libici dieci anni di morte e distruzioni

Il vaso di Pandora e i responsabili della distruzione della Libia

di Eros Barone
16 settembre 2021

È comune difetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta.
Niccolò Machiavelli

Era facile prevedere, e io non mancai di farlo a suo tempo, che l’aggressione scatenata dalla Nato contro la Libia nel 2011, il rovesciamento di un regime progressista e amico dell’Italia, nonché l’abominevole linciaggio del valoroso leader Muhammar Gheddafi, con cui si concluse la campagna militare intrapresa dall'imperialismo occidentale e dagli ascari jihadisti sempre pronti a servirlo, avrebbero scoperchiato, in un’area strategica per l’approvvigionamento energetico, per i flussi migratori e per la sicurezza del nostro paese, il vaso di Pandora della disgregazione nazionale e sociale, aprendo la strada alla penetrazione e all'espansione delle forze islamo-fasciste.

Nella storia e nella politica hanno un peso determinante le forze impersonali ed oggettive costituite dai rapporti di produzione, distribuzione e scambio che fanno funzionare il sistema economico e sociale; ma un ruolo tutt’altro che secondario è svolto dalle forze personali e soggettive, dalla cui azione e dalle cui scelte dipende la realizzazione di questa o di quella possibilità fra le alternative che una determinata situazione consente.

Se l’Isis può annunciare che dalla Siria il fondamentalismo jihadista è giunto a poche centinaia di chilometri a sud dell’Italia, questo lo dobbiamo a tre dirigenti politici dei paesi occidentali, che svolsero un ruolo di primo piano nell'avventura libica.

Il primo è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, massimo fautore della necessità di abbattere il regime di Gheddafi in omaggio non solo al bolso ideale della “grandeur”, proprio della tradizione gollista, ma anche nell'intento di riguadagnare, per un verso, una popolarità che a causa del malgoverno stava piombando sempre più in basso e, per un altro verso, di assicurarsi un accesso privilegiato ai pozzi petroliferi della Libia. Fu lui a spingere le potenze occidentali, affinché riconoscessero legittimità di governo alle bande di separatisti e di tagliagole che imperversavano nella Cirenaica; e fu sempre lui a premere verso il recalcitrante presidente americano, affinché prendesse parte ai bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi, che portarono la Nato ad intervenire in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

La seconda responsabilità per lo scatenamento della più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente abbia ingaggiato in questi ultimi decenni in nome di quell’ideologia “bonne à tout faire” che è l’‘ideologia umanitaria’, va ascritta ad una donna americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a coinvolgere l’amministrazione Obama in una guerra che rispondeva essenzialmente agli interessi e agli scopi della Francia, costruendo una motivazione aberrante come quella di “guerra umanitaria preventiva” (conclusione di un folle sillogismo la cui premessa maggiore era l’equiparazione di Gheddafi a Hitler e la premessa minore la previsione dell’inevitabile massacro degli oppositori del suo regime se gli “agenti del bene”, ossia per definizione gli Usa, non fossero intervenuti).

Il terzo responsabile del massacro libico si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia, paese legato alla Libia da un trattato di pace e di cooperazione sottoscritto solo due anni prima dal governo Berlusconi, affinché partecipasse all'intervento militare promosso da una coalizione internazionale che doveva applicare la risoluzione dell’Onu, ma che aveva di fatto lo scopo di abbattere il regime libico. Una furia interventista che si spiega soltanto con la volontà di compiacere i ‘poteri forti’ internazionali, giacché, anche dal punto di vista del realismo politico più cinico, non trova spiegazione né alla luce dei risultati raggiunti (l’Italia ha contato e conta come il due di briscola nella gestione del dopo-Gheddafi) né alla luce della scelta neutrale della Germania, che allo sciagurato attacco contro la Libia non prese parte (una scelta possibile anche per l’Italia, ma che fu scartata a priori dal ‘partito della guerra’).

Certo, se da un lato non si può ignorare che l’espansione del fondamentalismo islamico è un processo storico di lunga durata, cominciato ben prima che si verificasse l’accelerazione di questi ultimi decenni, dall'altro si deve, comunque, imputare a queste tre personalità politiche, Sarkozy, Hillary Clinton e Napolitano, la responsabilità politica e morale di aver contribuito con le loro scelte nefaste, non meno ottuse che controproducenti, a spianare la strada non solo a potenze regionali quali la Turchia e il Qatar, ma anche a quelle forze islamo-fasciste che oggi hanno vinto in Afghanistan e che da un decennio si sono imposte in Libia: forze che non esitano a proclamare, in nome dello “scontro di civiltà” e di un superiore oscurantismo, che il loro obiettivo è quello di innalzare la bandiera nera con i versetti coranici sulla cupola di San Pietro.

Nessun commento:

Posta un commento