L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 settembre 2021

Solo degli euroimbecilli di caratura istituzionale possono augurare una politica estera e una difesa di Euroimbecilandia quando il loro paese è stracolmo di basi militare straniere statunitense da oltre settant'anni

SCENARIO/ Sapelli: la fine dell’impero francese inguaia un’Europa senza politica

Pubblicazione: 18.09.2021 Ultimo aggiornamento: 07:02 - Giulio Sapelli

La protesta francese contro il patto Australia-Usa-Uk rivela la debolezza del progetto di Difesa Ue, che tra l’altro nuoce alla Nato in un momento delicato

Emmanuel Macron sugli Champs-Élysées nell'anniversario della presa della Bastiglia, il 14 luglio (LaPresse)

Non si fa che udire alti lamenti di sacerdoti tecno-eurofili invocanti l’impossibile dopo il vuoto di potere nelle relazioni di potenza intervenuto tra il plesso afghano che salda il Grande Medio Oriente con l’Indo-Pacifico. Sono prediche che si sono susseguite dalle torri europee sino a trasformarsi in dichiarazioni rabbiose come quelle del ministro francese Le Drian che ha parlato di pugnalata alla schiena, come si disse stigmatizzando l’intervento in guerra dell’Italia contro una Francia che stava franando nell’occupazione tedesca delle armate di Hitler.

Che succede, dunque? Ma succede quel che si prepara sin dai tempi della seconda presidenza Obama, che aveva indicato nell’Indo-Pacifico il futuro di potenza Usa illudendosi di affidare per delega alla Fratellanza musulmana il controllo per procura delle risorse energetiche e situazionali del Grande Medio Oriente; così suscitando lo spirito di rivalsa neo-ottomana e scatenando – come se non fossero già bastati i disastri libico e iracheno – l’inasprirsi della guerra civile e per procura siriana. Di lì la tragedia libanese.

Ora negli Usa si deve aver riletto Spykman e riscoperto un po’ del realismo kissingeriano; ed eccoci a rivitalizzare un accordo che covava da tempo: l’anglosfera realizzatasi contro la Cina grazie alla potenza sui mari sia delle portaerei, sia dei sommergibili atomici. Essi non potranno prima o poi non attrarre anche l’India, che sarà così costretta ad acquistare un ruolo mondiale, come farà sicuramente il Giappone superando le interne timidezze dinanzi all'aggressività cinese nei confronti di Taiwan.

La Francia è offesa e duramente. Attenti però: non si tratta solo della perdita della commessa all’Australia dei sommergibili francesi (che sarebbero stati pronti non dimentichiamolo tra non meno di sette-otto anni), ma della messa in discussione di fatto dell’impero francese d’oltremare a cui la Francia di ogni parte politica tiene in somma misura, come dimostravano un tempo le manifestazioni di potenza atomica che ivi si svolgevano. Di questo si tratta. E sarebbe un atto di intelligenza se a ciò si rimediasse! La Francia, del resto, non ha pianto in europeo (ossia in esperanto o in inglese – lingua ufficiale anche ora che il Regno Unito nell’Ue non è più), ma in purissimo francese, lasciando di stucco il buon Borrell e la bravissima amazzone von der Leyen. Pensate un po’, proprio quando bisognerebbe cogliere l’occasione della catastrofe afghana per riflettere sulla necessità di riavvicinare Usa e Russia e non indebolire la Nato con sconcertanti forze armate europee mentre le forze armate già esistono e sono quelle appunto di quest’ultima…

Dimenticare l’Afghanistan e ricostruire una potenza d’Occidente: questo il compito che ci attende, non coprirci di ridicolo dinanzi alla Storia con la S maiuscola.

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