L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 settembre 2021

Sono settanta anni che abbiamo guarnigioni di statunitensi che ci controllano e ancora non l'abbiamo capito. La Sovranità Nazionale dell'Italia dipende direttamente da Washington

L’esercito europeo resta un’allucinazione e Draghi resta l’”americano”

Maurizio Blondet 6 Settembre 2021

Un pezzo-capolavoro su Atlantico Quotidiano

di Musso

Torniamo sul tema del mitico esercito europeo. Stefano Magni, su Atlantico, ha ricordato come si tratti di un tema tradizionale, che serve a separare l’Europa dagli alleati anglo-sassoni e si ripresenta ad ogni crisi internazionale.

Infatti, sfogliando i quotidiani italiani dopo la caduta di Kabul, lo abbiamo ritrovato in bocca a tutti quei commentatori che descrivono un disastro americano, distinguendosi quelli che vi vedono un tornante storico (Bernard Guetta, Brunetta, Gentiloni), quelli che la Nato non ha più senso (Quartapelle, Romano), quelli che gli Usa forse non difenderebbero più l’Europa (Venturini, Fabbrini, Panebianco, Buccini, Mauro) o il suo vicinato (Tocci), quelli che danno in pericolo Ucraina e Taiwan (Quirico), quelli che “gli italiani non volevano andare via” (Di Feo).Al contrario, chi alla Nato è affezionato sostiene che è colpa di Trump (Bonino, Buccini, Mieli, Cerasa, Teodori, Ferrara, Raineri, Molinari), ovvero colpa pure degli europei (Caracciolo, Massolo, Dassù), oppure una trappola tesa a Mosca e Pechino (Kupchan, Nicastro), eventualmente per metterle una contro l’altra (Kaplan), oppure un fatto senza conseguenze per Ucraina e Taiwan (Jean, Mastrolilli).

La discussione ha coinvolto governi e Commissione europea. Il ministro Amendola: “un esercito comune europeo non è più rinviabile”. Perché? Per avere “autonomia strategica”. Per farci cosa? Per abbandonare “una visione esclusivamente difensiva in politica estera” ed usare questo esercito “a contare fuori dai propri confini, a sostegno di un’azione diplomatica e di sicurezza”: ad esempio (secondo lui), l’Italia non si sarebbe ritirata dall’Afghanistan in quel modo “precipitoso e senza condizioni”.

Il generale Camporini: “uno strumento militare che ci consenta di non dipendere più dagli americani”, “una capacità militare autonoma”. Perché? In Afghanistan (secondo lui) “di fronte a un’Unione europea coesa e capace, determinata”, gli americani non si sarebbero ritirati. Per farci cosa? “Intervenire, se necessario, nelle aree di nostro interesse: Mediterraneo, Africa e Medio Oriente”.
Draghi a domanda non rispose

“…Di tutto ciò pare essere cosciente Draghi il quale, giovedì, ha detto di non credere al ritiro generalizzato degli Usa (“assolutamente non ci credo”), ha usato parole molto vaghe circa la politica europea di difesa, ha evitato, persino, di rispondere ad una domanda specifica.

L’episodio è rivelatore e va raccontato. Hannah Roberts, giornalista di Poltico.eu, chiede a Draghi se “è a favore del cosiddetto Combat Force di 5000 persone in Afghanistan”. Manifestamente, il riferimento è al battlegroup di 5000 soldati del generale Graziano e di Borrell, che abbiamo visto; il quale però, nelle loro intenzioni, prima deve essere formato e poi inviato in situazioni simili all’Afghanistan. Draghi preferisce afferrare l’appiglio “in Afghanistan” e rispondere unicamente sull’Afghanistan parlando di profughi. La giornalista pare insistere, ma il team Draghi spegne il microfono e lo lascia spento sino a dopo l’inizio della domanda del suo collega successivo. Il successivo articolo della Roberts non fa alcun cenno: né al battlegroup, né all’Afghanistan. Draghi ha evitato di rispondere. Alla maniera della Corea del Nord.

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