L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 settembre 2021

Voi non amate nessuno, avete perso il gusto di vivere e volete uccidere i desideri di Giorgia Paolo Rossana

SCUOLA/ L’unica ricetta che conta è quella di Gaber: fare i conti con Maria

Pubblicazione: 01.09.2021 - Valerio Capasa

Non ci vuole Nostradamus per sentire puzza di Dad per il terzo anno. Chi chiude e riapre la scuola “in sicurezza” vuole solo la fine di una generazione

LaPresse

Abbiamo capito, siete come quei genitori che stanno sempre a promettere: “se fate i bravi, vi compriamo il gelato”. E lo sanno tutti che non lo compreranno mai: vogliono soltanto tenere buoni i figli. “Se fate i bravi, apriremo le scuole”: se rispetteremo il lockdown, se faremo la prima dose, meglio se facciamo anche la seconda, forse la terza, così non ci infettiamo… no ci infettiamo lo stesso ma almeno non contagiamo… no ci infettiamo e contagiamo… appena finisce la variante brasiliana… no è arrivata la delta… se avremo raggiunto l’immunità di gregge… ah no non si raggiunge… se nelle aule staremo distanziati… ah no non si può fare, non c’è più bisogno… se avremo impianti di aerazione… mancano i fondi, tenete le finestre aperte anche se nevica… se faremo il sierologico no il molecolare va bene anche il salivare… AstraZeneca è sicuro… forse no… solo dai 40 anni… facciamo dai 50… però solo ai maschi e magari a giorni alterni…

Non ci vuole Nostradamus per sentire puzza di Dad per il terzo anno. “Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, sentire una specie di orchestra suonare suonare suonare Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom Zoom”. E sarà caccia all’untore, a quel misero 2-3% di insegnanti che, nell’impossibilità che la legge li obblighi al vaccino, non resta che bullizzare in forza di un gregge che ha trovato un pretesto in più per sentirsi con la coscienza a posto e straparlare sui social e sotto gli ombrelloni (“si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”).

Ascoltate un attimo: qui c’è qualcuno che al gelato ci tiene ancora. Chiaramente non è la vostra priorità, della scuola non ve ne importa un fico secco. Ma io non so con quale faccia potrò – in Dad o in Did o dove diavolo sarà – parlare di poesia se è conclamato che, per tutto il mondo, le questioni che contano sono ben altre. Il “male di vivere” di Montale, la “felicità” di Leopardi, il “paradiso” di Dante… macché! Ce l’hai il green pass? E la “fragilità” degli uomini che si scoprono “fratelli” di Ungaretti… che ce ne importa? Distanziamento!

Ragazzi miei, io ve li insegno pure Petrarca, Seneca e Pasolini, ma è chiaro a tutti che si trastullano con problemi un po’ secondari. Le cose serie sono i trasporti, chi paga i tamponi ai no vax, quale piattaforma debba controllare ogni santo giorno se veramente abbiamo il green pass, la curva dei contagi che ha dato appuntamento a ottobre, puntuale dopo la riapertura delle scuole, per risalire e scatenare il panico. “Quando c’è la salute c’è tutto”: chissà quali fandonie superflue rincorrevano quegli incoscienti di Pirandello, Foscolo e Lucrezio…

Vivo in Puglia, la patria dei 100 e lode e dei flop Invalsi, dei 18 giorni di scuola in 18 mesi, dove il turismo anche quest’estate ha stracciato i record, su qualsiasi spiaggia si è verificato un assembramento che neanche durante il bagno sacro nel Gange, per non parlare di strade, ristoranti, alberghi, aeroporti, centri vaccinali, compleanni, festini vari. Qui gli adolescenti si sono passati le bottiglie di alcolici di bocca in bocca, hanno viaggiato su qualsiasi mezzo di trasporto e hanno avuto incontri ravvicinati del terzo, del quarto e del quinto tipo con qualunque sconosciuto. Adesso che ricomincia la scuola, non tornate a imbonirci raccomandandoci “una vita da malati per morire da sani” (Enzo Jannacci, che era medico, prendeva in giro queste fissazioni già parecchi anni fa).

Dal momento che da un anno e mezzo non avete idea di che pesci prendere e governate da dilettanti allo sbaraglio, facciamo così, che mi sembra un po’ più ragionevole: finitela di farneticare sull’aumento degli spazi, perché gli edifici sono quelli, le “classi pollaio” non si possono smembrare e buonanotte; all’aria questi tavoli di sapientoni che da un anno e mezzo millantano di affrontare il nodo dei trasporti ma non sono in grado di aggiungere un pullman in più (anche perché i bambini non è che prendano tutti questi treni per andare alle elementari, e ai nonni presso cui fanno la Dad sono spesso loro a trasmettere il Covid che i genitori portano a casa dal lavoro: i genitori che il lavoro non l’hanno perso, s’intende).

La mia proposta è semplicissima: andiamo avanti alla carlona, per favore. Prendete una decisione saggia, la stessa su cui non sognereste nemmeno di avere mezzo dubbio a proposito di supermercati, giornalai, estetiste e tutti quelli che ritenete servizi prioritari. La scuola è una priorità. Ergo: si torni a scuola al 100%, tutti vaccinati o anche no, distanziati o anche no, ma si torni punto e basta. Poi, se siete in grado, trovate la quadra; altrimenti andiamo avanti senza aspettare Godot.

La salute non è tutto. Deve esistere qualche ragione per alzarsi al mattino, per rischiare, ma non può scoprirla chi si è rammollito perché un rifugio comodo ha surrogato il rapporto con la realtà. Bando agli alibi: “quello che ci manca si chiama desiderio”, canta Gaber, ed è questo desiderio di ricominciare che brucia ancora in qualcuno di noi.

A voi manca la più pallida consapevolezza del senso della scuola. Un anno e mezzo di apprendimenti in frantumi sono l’ultimo dei disastri, tanto chi ha illo tempore frequentato in presenza sta vincendo l’oro olimpico dell’incapacità. Teniamo le scuole aperte e speriamo che Dio ce la mandi buona. Vi assicuro, è un criterio mille volte più concreto delle fandonie con cui cercate di non ammettere che annaspate in un oceano di nebbia. Quando un ragazzo in una classe risulterà positivo, ce ne faremo una ragione (oltre che una settimana di Dad), come quando uno si frattura il braccio e un’altra si becca la varicella. Quello che invece è inaccettabile è che così tanti ragazzi, proprio nell’impero dell’universale filantropica preoccupazione per la salute planetaria, non vadano più a scuola, siano ingrassati di dieci chili, abbiano perso tre gradi per occhio, non riescano più a leggere un libro, abbiano sviluppato disturbi dell’attenzione, siano depressi, non vogliano uscire più di casa, si siano buttati dall’ottavo piano. A voi cosa importa di questi invisibili? Non sono mica positivi.

“Chiedo scusa se parlo di Maria”, cantava Gaber mentre tutti bofonchiavano di Vietnam; “ci son troppe cose che sembrano più importanti”, d’accordo, questioni economiche e responsabilità giuridiche e nodi gestionali e indici Rt: eppure solo se faremo i conti con “Maria”, cioè con un ragazzo concreto, capiremo “esattamente la realtà”. Voi parlate di un sacco di roba, ma non di Giorgia, di Paolo, di Rossana. Perciò non capite niente di scuola né di Covid. Voi non amate nessuno.

Quest’estate mi è capitato di attraversare l’Italia dal Salento alle Dolomiti per andare a parlare un’ora di un poeta e poi tornare indietro, nel giro di ventiquattr’ore: ne è valsa la pena, perché una piattaforma digitale non mi darà mai gli occhi gonfi di commozione di certi ragazzi, così come la PlayStation non è una partita di calcetto. Lo so, per voi sono chiacchiere da poeti, sovrastrutture.

Facciamo un patto, ora che rientrate dalle vostre vacanze affollate: compriamo ’sto benedetto gelato! Aprite le scuole una volta per tutte e lasciatele aperte, come resterà aperto il panificio, a meno che non vogliate avere figli negativi ma allo sbando. Poi, quando la pandemia sarà alle spalle, chiudetele per sempre, tanto ci avete pascolato dentro una vita intera e non (vi) sono servite a nulla.

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