L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 settembre 2021

Yemen aggredito che resiste- Bombardamenti umanitari iniziati la notte tra il 25 e il 26 marzo 2015 dalla coalizione guidata dai Sauditi e composta da Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati, Giordania, Egitto, Marocco, Senegal, Sudan e Malesia

Storia dello Yemen
19 settembre 2021


Il volume si divide in nove capitoli, in ordine cronologico da fine Ottocento ai giorni nostri, e in alcune schede che si soffermano su tematiche specifiche: la regina di Saba, l’Islam degli Yemeniti, il qāt, la minoranza ebraica, le isole, Pasolini e lo Yemen, la società civile e i diritti umani, la condizione femminile.

L’obiettivo è ripercorrere la storia contemporanea dello Yemen con una metodologia multidisciplinare che tenga conto delle relazioni internazionali e degli aspetti economici, demografici e culturali. Queste discipline sono infatti indispensabili per decifrare gli eventi degli ultimi dieci anni. Nei capitoli 8 e 9 viene esaminata la cronaca dell’ultimo decennio (2010-2020) così com’è stata raccontata dai reporter delle agenzie di stampa.

Vengono analizzate la Primavera araba del 2011, la guerra scatenata nel 2015, le rivalità regionali e quindi la contrapposizione tra l’Arabia Saudita (che sostiene il governo di Manṣūr Hādī contro i rivoltosi Huthi che nel marzo 2015 prendevano il potere a Sana‘a) e l’Iran (accusato di sostenere gli zayditi).


Lo Yemen è un Paese complesso. La sua prosperità dipende dalla capacità dell’autorità centrale di gestire la scarsità di risorse (acqua, petrolio, gas), le diversità religiose e i poteri tribali. Nell’equazione yemenita, le tribù rappresentano l’elemento più pragmatico: stanno con chi conviene e, all’occorrenza, cambiano alleanze. Per questo motivo sono state in grado di resistere agli eventi per millenni. Lo Yemen moderno è una repubblica presidenziale (il Presidente è anche capo dell’esecutivo) con un’Assemblea Nazionale composta da membri eletti per cinque anni.

È l’unica repubblica della Penisola araba ed è nata dalla fusione, il 22 maggio 1990, tra lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud. Il Nord è stato una repubblica fin dal 26 novembre 1962, a seguito del colpo di Stato che rovesciò la monarchia zaydita. Già Protettorato britannico, il Sud era una repubblica socialista indipendente dal 20 novembre 1967 e, legato all’URSS, giocava un ruolo nella guerra fredda. Un quarto di secolo dopo la sua riunificazione, lo Yemen diventava teatro di una guerra che sembra non avere fine e ne sta mettendo a rischio l’unità.

A presiedere fin dall’inizio la Repubblica dello Yemen unificato era stato ʿAlī ʿAbd Allāh Saleh, votato dall’Assemblea il 1° ottobre 1994 e rieletto il 20 settembre 2006. Astuto nel gestire le diversità religiose e le tribù, non era però stato in grado di mettere in atto un management delle scarse risorse dello Yemen. Saleh è stato ucciso il 4 dicembre 2017 a Sana‘a dai rivoltosi Huthi contro cui aveva combattuto per anni, con cui si era alleato dopo la primavera araba e il passaggio di consegne a Manṣūr Hādī. Saleh aveva tradito gli Huthi che hanno strumentalizzato ai propri scopi, per un anno e mezzo, l’alleanza con il loro nemico di un tempo per poi assassinarlo e vendicarsi così di come li aveva a lungo trattati.

Con 29 milioni di abitanti e un’aspettativa di vita di 66 anni, oggi lo Yemen è un Paese estremamente povero. Su 189 Stati e territori, si colloca al 179° posto nello Human Development Index delle Nazioni Unite 2020 e all’ultimo posto nel Gender Inequality Index (GII). Già afflitto dalla povertà, lo Yemen è stato devastato dai bombardamenti iniziati la notte tra il 25 e il 26 marzo 2015 dalla coalizione guidata dai Sauditi e composta da Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati, Giordania, Egitto, Marocco, Senegal, Sudan e Malesia.

La causa della guerra risiede nella determinazione del presidente Saleh di lasciare le popolazioni del Nord dello Yemen, quelle che risiedono nelle montagne di Ṣaʿdah e quindi gli Huthi, in una situazione di povertà imposta – vale a dire senza le infrastrutture indispensabili alla crescita economica e quindi senza le strade, le scuole e gli ospedali – per poterle manovrare meglio e per usarle come contropartita nel gioco con l’Arabia Saudita.

La strategia di povertà imposta voluta da Saleh aveva suscitato negli Huthi sentimenti di esclusione, ingiustizia e ribellione. Dopo la Primavera araba, la Conferenza del Dialogo Nazionale ha penalizzato ancora una volta le popolazioni del Nord. Solo riconoscendo questa verità storica è possibile comprendere le ragioni del conflitto in corso. Se fosse stata resa loro giustizia nella Conferenza del Dialogo Nazionale, gli Huthi non sarebbero scesi su Sana‘a e non avrebbero preso la capitale con un colpo di Stato.

Farian Sabahi (1967) è iranista e islamologa. Laureata in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano e in Storia Orientale a Bologna, ha conseguito il PhD in History of Iran presso la School of Oriental and African Studies di Londra con una tesi sull’Esercito del Sapere durante il regno di Muhammad Reza Pahlavi (1963-79).


Ha successivamente svolto ricerca sul campo in Iran sui contratti petroliferi buy-back (per il post-dottorato presso la Facoltà di Economia, Università di Bologna) e sulle zone di libero scambio nel Golfo persico (per l’assegno di ricerca presso l’Istituto di Storia Economica, Università Bocconi).

Si occupa di Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale con una metodologia multidisciplinare che tiene conto della storia, dell’economia, degli aspetti religiosi e culturali, con un’attenzione alle minoranze e alle problematiche di genere.

Ha tenuto corsi in atenei italiani e stranieri e attualmente insegna il laboratorio di Giornalismo tra diritti e libertà a Varese, il corso di States Economy focalizzato sull’Iran del Novecento a Como, e il seminario di Relazioni internazionali del Medio Oriente ad Aosta.

È autrice di numerosi articoli scientifici e saggi pubblicati da editori italiani e internazionali. È autrice del saggio Storia dell’Iran 1890-2020 per Il Saggiatore e del testo per il teatro Noi donne di Teheran, un racconto – in prima persona femminile – sulle origini della capitale iraniana e sulle sue contraddizioni, sui diritti delle minoranze religiose e delle donne.

È giornalista professionista iscritta all’Ordine del Piemonte e collabora con testate giornalistiche (Corriere della Sera, il manifesto, La Stampa), programmi televisivi e radiofonici italiani (Radio Popolare, Radio Rai) e stranieri (BBC Persian).

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